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Full text of "Anime allo specchio : novelle"

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ANIME ALLO SPECCHIO. 



DELLA MEDESIMA autrice: 

Le vergini folli, sonetti L. 2 

Le seduzioni j liriche 3 

L^ Amante ignoto, poema tragico 4 

V Insonne, nuove liriche 4 

I Volti delV Amore, novelle . 4 



Anime allo Specchio 



NOVELLE 



DI 



Amalia Guglielminetti 




MILANO 

Fratelli Treves, Editori 

1915 

Secondo mlg^Ualo. 






PEOPRIETÀ LETTERARIA. 

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati 
per tutti i paesi, compresi la Svezia^ la Norvegia e VOlanda. 

Copyrig:ht by Fratelli Treves, 1915. 



Milano. - Tip. Treves. 



IL RAMO DI LILLA. 



— Perchè dipingete ? Siete voi medesima 
una creatura d'arte; non avete gesto, esj)res- 
sione, atteggiamento che non sia una pura 
armonia. Quando vi guardate allo specchio 
dovete certo scambiarvi con uno dei vostri 
quadri più belli. 

Guido Bonaccorsi declamò con parco gesto 
e con voce suadente le sue frasi semi liriche, 
affondato in una Savonarola d'ebano intar- 
siata di madreperla che occupava il vano 
della grande finestra, e Vally Eanieri, la 
quale gli volgeva le spalle dipingendo dal 
vero un enorme fascio di lillà bianchi, scosse 
la testa biondissima con un riso ed una pa- 
rola di benevola canzonatura. 

— Poeta! 

..^ — Non sapete che in ogni innamorato si 
nasconde un poeta elegiaco? Un j)oeta ine- 
spresso molte volte e qualche volta male 

GUGLiELMiNETTi, Anime allo specchio. 1 



IL RAMO DI LILLA 



espresso, il che è anche peggio, — mormorò 
Bonaccorsi accogliendo tutta nel suo sguardo 
incantato la fìguretta bionda avvolta in un 
chimono verde ad ibis argentee strettamente 
attorcigliato dalle caviglie ai fianchi ed am- 
piamente aperto sul dorso e su le spalle, la 
quale moveva senza posa il suo capo di uc- 
celletto bizzarro da destra a sinistra, dai fiori 
veri ai fiori dipinti, senza occuparsi di lui e 
senza, forse, ascoltarlo. 

— Non mi credete ? — egli domandò dopo 
una pausa avvicinandosi alla giovine donna 
ed osservando al disopra della sua spalla 
l'abbozzo incompiuto. 

— Ohe cosa ? — ella chiese a sua volta fra 
distratta ed infastidita senza guardarlo. 

Egli Pafferrò alle spalle quasi brutalmente, 
ne sentì sotto la seta leggera la forma squi- 
sita e il tepore morbido e irruppe con un 
impeto d'ira appassionata: 

— Ch'io vi amo, che vi amo, che sono 
disposto a tutto pur di ottenervi, anche a 
sposarvi, capite? 

Ella si divincolò sdegnosamente, in silen- 
zio, schizzò su la tavolozza un lungo serpen- 
tello di colore azzurro, poi gli si volse sog- 
ghignando. 

— Quale onore! — esclamò con beffarda 
lentezza. — Potrei diventare la marchesa Bo- 
naccorsi, lasciare l'arte e le sue vanità e in- 
vece rifiuto. jSTon mi piacete sufficientemente 



IL RAMO DI LILLA 



perchè io sia disposta a rinunziare per voi 
alla mia vita di donna abbastanza libera e 
d'artista abbastanza intelligente. Capite? 

— Capisco, — mormorò il giovine a denti 
stretti, mentre ella continuava a sorridere, 
godendo femminilmente della sua crudeltà, 
con queir istinto ferino del far soffrire che è 
proprio delle donne troppo adulate. 

— Debbo ritenere queste ]3arole come un 
congedo definitivo? — domandò Bonaccorsi 
col viso tuttora torbido e la voce ancora al- 
terata. 

; — Come volete, — rispose fredda Yally e 
continuò a dipingere. 

Egli le s'inchinò profondamente e si di- 
resse alla i)orta, ma come fu sulla soglia 
esitò un momento, tornò indietro e mormorò 
quasi timido: 

— Permettetemi di i^ortare con me un pic- 
colo ramo di lillà come ricordo di voi e di 
quest'ora così decisiva della mia vita. Lo 
terrò sul cuore, sempre. 

— Prendete, uomo romantico, — ella disse 
con un riso secco e breve ed intanto gii 
porse un sottile ramo, fiorito del suo lieve 
grappolo bianco e odoroso tra due foglie ver- 
dissime a forma di cuore. 

Ed egli scomparve recando fra le dita della 
sinistra, rivolto a terra come un sogno umi- 
liato, il ramo di lillà. 

Il giovine era uscito da i30chi minuti 



IL RAMO DI LILLA 



quando il caDipanello dello studio squillò 
replicatali! ente e due amiche della pittrice, 
Gemma Lanciati, la giovine sposa, e Maria 
Novaledo, la signorina ventenne, entrarono 
e l'abbracciarono chiacchierando con gaiezza 
tumultuosa. 

— Abbiamo incontrato in fondo alle scale 
Guido Bonaccorsi che non ci ha nemmeno 
salutate. Saltò in automobile, si mise al vo- 
lante e via in corsa sfrenata. Pareva seccato, 
irritato, disposto a schiacciare volontieri qual- 
cuno sotto le ruote della sua macchina. Ohe 
gli hai fatto, Vally? Tu devi avergli procu- 
rato qualche grave dispiacere. Confessalo. 

— Confesso che ho rifiutato poco fa di di- 
ventare sua moglie, — dichiarò Vally con se- 
renità, porgendo a Maria Novaledo una tazza 
di thè fumante. Ma questa balzò in piedi stu- 
pefatta, le posò le mani sulle spalle, esclamò 
commossa: 

— Ti amava dunque a questo punto, Vally, 
e tu Phai rifiutato? Perchè hai fatto questo, 
Vally? Perchè? 

— Calmati; un'altra volta lo manderò da 
te a consolarsi, — sorrise la pittrice metten- 
dole a forza la tazza fra le mani. 

Sedettero tutte e tre in circolo nel vano 
della finestra, sotto la chiarità che i)ioveva 
dall'ampia vetrata già un j)oco azzurrastra 
della prima ombra crepuscolare, e per molti 
giorni si ritrovarono a quell'ora medesima. 



IL RAMO DI LILLA 



sole o con altra varia e diversa comi)agnia 
assorte in discorsi d'arte od in cicalecci mal- 
dicenti , senza che il nome del giovine re- 
spinto fosse più fra di esse pronunciato. 

Senoncliè dopo un paio di settimane Maria 
Novaledo capitò ad un'ora insolita nello stu- 
dio di Vally e con la faccia stravolta e la 
voce tremante le spiegò sott'occliio un gior- 
nale e lesse una laconica corrispondenza da 
San Eemo nella quale si narrava come due 
giorni innanzi un giovine elegante, il mar- 
chese Guido Bonaccorsi, per cause rimaste 
ignote, si fosse si3arato alla testa un col]30 di 
rivoltella che lo aveva ucciso all'istante. 

Il fatto era avvenuto in una camera d'al- 
bergo e sul corpo del suicida si erano tro- 
vate alcune carte personali ed una lettera 
chiusa indirizzata ad un amico. 

— Sei tu che l'hai ucciso, — mormorò 
Maria con la voce soffocata quand'ebbero 
letto ansiosamente la tragica notizia ; e Vally, 
abbandonata in una poltrona con le braccia 
sullo schienale e la testa abbattuta su le 
braccia, gemeva: 

— Dio mio. Dio mio, egli s'è ucciso per me. 
E poco dopo anche Gemma Lanciati venne 

ad unirsi al coro delle lamentatrici e mai 
nessun uomo parve loro più intelligente, più 
elegante, più gentile di quel suicida d'amore. 

— Egli portava certo sul cuore un ramo 
di lillà, — sospirava Vally Ranieri ; — cerca 



IL RAMO DI LILLA 



nei giornali, Maria, se non è fatto cenno ad 
un ramo di lillà. 

Maria rilesse con cura la breve narrazione 
in tutti i giornali, ma non trovò quanto 
l'amica cercava. E verso sera Paccompagna- 
rono a casa abbattuta e dolente, molto com- 
piangendola pel suo cocente rimorso, ma 
molto più invidiandola per quella imi3rovvisa 
tragedia passionale la quale sconvolgeva come 
un vento di tempesta la sua giovine vita. 

Vally non chiuse occhio tutta la notte e 
nell'insonnia agitata il volto di Guido Bo- 
naccorsi, prima sorridente, poi intenerito e 
triste come le era apparso l'ultima vòlta, le 
si mutava nella fantasia febbrile in una fac- 
cia convulsa, stravolta da uno spasimo d'ago- 
nia, boccheggiante nel sangue e nell'orrore. 
E brividi di spavento la percorrevano tutta, 
mentre gli occhi fissi nel buio si dilatavano 
nel terrore delle allucinazioni oppure si chiù- ! 
devano j)er un breve sonno pieno d'incubi 
affannosi. 

Di primo mattino ella corse allo studio e 
tentò di lavorare ad una miniatura di bimbo 
j)affuto, incominciata giorni innanzi, ma non 
vi riuscì. La mano malferma e gii occhi 
stanchi per la nottata inquieta non le con- 
sentivano quell'opera serena e paziente. Se- 
dette su la Savonarola d'ebano posta nel vano 
della finestra e subito ricordò l'atteggiamento 
col quale vi si appoggiava Guido Bonaccorsi 



IL RAMO DI LILLA 



durante Pultima sua visita, ricordò una per 
una le sue parole : — Perchè dij)ingete ? Siete 
voi medesima una creatura d'arte.... — E le 
parve che quel suo volto non bello, quello 
sguardo che la lasciava sempre indifferente 
e talvolta la infastidiva, quella voce che su- 
scitava spesso le sue beffarde ironie, assu- 
messero ora una bellezza e una nobiltà inat- 
tese, significassero una elevatezza di spirito, 
una dignità di sentimento dapprima inso- 
spettate o forse inconsciamente derise. 

Si dolse, si detestò per le jjarole crudeli 
con le quali ella aveva ferocemente sferzato 
la sua dolente passione, si accusò, si pentì 
per non avere scorto quel giorno ancora vi- 
cino in quegli occhi disperati d'amore il ba- 
leno fosco del proposito tragico. Certo in 
quell'ora stessa, dinanzi a lei che sogghi- 
gnava dipingendo il suo fascio di lillà, egli 
che era giovine, sano, ricco, ma non amato, 
aveva deliberato di sopprimersi, aveva sen- 
tito che la vita senza l'amore di Vally gii 
diveniva un intollerabile peso e s'era offerto 
volontariamente alla morte. 

Per giorni e giorni ella s'esaltò in queste 
meditazioni tra funebri ed amorose, rabbri- 
vidì di terrore, pianse di rammarico e s'ac- 
corse infine d'essersi a poco a poco accesa 
d'una singolare passione postuma per quel- 
l'uomo in vita sdegnato. 

Ella aveva ritrovato fra le pagine d'una 



RAMO DI LILLA 



raccolta di fotografìe una piccola istantanea 
d'obliata i)rovenienza, la quale raffigurava 
Guido Bonaccorsi al volante della sua mac- 
china da corsa e dove egli appariva di fronte, 
un po' curvo, con gli occhi fissi dinanzi a sé 
come per scrutare la via prima di lanciar- 
visi temerariamente. Quell'immagine la se- 
dusse tanto che ella pensò d' ispirarsi ad essa 
per eseguire un ritratto del suicida, nobili- 
tato dall'arte che egli aveva lodato, ravvi- 
vato da tutto il suo rimpianto vano, e da 
tutto il suo amore tardivo. E sopra un telaio 
tondo il quale costringeva armoniosamente 
la forma del volante in ìscorcio stretto dalle 
mani nervose e la testa sovrastante protesa 
in avanti e fìssa ad un punto lontano, ella 
abbozzò rapidamente l'opera sognata e le sem- 
brò che non sarebbe riuscita cosa indegna. 

A poco a poco emerse dall'ombra il volto 
pallido e corto dagli zigomi forti, il mento 
affilato, il naso largo, la bocca sottile, tutta 
la maschera irregolare e scarna investita 
dalla luce, incavata dal vento della corsa, 
tormentata dall'ansia della meta. Pensava 
creandola che egli le avrebbe certo i^erdo- 
nato l'offesa schernitrice del rifiuto dinanzi 
al fervore col quale ella risuscitava nel ricordo 
i particolari della sua scomparsa figura e li 
traduceva nell'oi3era d'arte, ve li fissava con 
un segno durevole pieno di trepida poesia e 
d'oscura tragicità. Poiché quella corsa alla 



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IL RAMO DI LILLA 



quale egli si slanciava audacemente col volto 
torturato dalPansia della meta, assumeva nel 
ritratto del suicida il significato di un sim- 
bolo tragico ed egli sembrava balzare verso 
la morte, fissandola duramente coi suoi oc- 
chi freddi ed acuti. 

Le sue amiche Gemma e Maria piansero 
di commozione dinanzi al quadro quasi com- 
j)iuto, ma dovettero i)romettere con giura- 
mento di non parlarne a nessuno, cosicché 
Vally Ranieri non nascose il suo stupore 
quando un amico intimo di Guido Bon ac- 
corsi che ella non conosceva, l'avvocato Gen- 
nari, salì un mattino al suo studio e le portò 
un ritrattino del morto, pregandola d'ese- 
guire i)er lui una miniatura. 

— So che ella conobbe il povero Guido e ciò 
faciliterà il suo compito, — le disse dopo le 
prime frasi di presentazione e mentre; Vally 
contemplava con intensa emozione la piccola 
fotografia, l'avvocato Gennari gettò intorno 
qualche sguardo di osservazione e subito 
corse verso il ritratto del suo amico, ancora 
appoggiato in piena luce sul cavalletto, con 
una esclamazione di commossa meraviglia. 

— Ma questo è Bonaccorsi ! Dio mio, come 
gli rassomiglia, com'è vivo, j)overo amico! 
Ma chi le ha aflSdato questo incarico? Posso 
saperlo ? 

Vally Ranieri gli si avvicinò pallida domi- 
nando il suo tremore e brevemente risj)ose; 



10 IL RAMO DI LILLA 

— È un atto (l'espiazione. 
Gennari sollevò le spalle e le sopracciglia 

come chi non comprende, ma non si permette 
altra indagine e soggiunse: 

— Però è una bellissima cosa e vorrei pos- 
sederla io insieme ai pochi e cari ricordi che 
Guido mi ha lasciato e che conservo gelo- 
samente. 

Vally ascoltava a capo chino col cuore che 
le batteva nel petto fino a farle male e 
quando Gennari tacque, continuando ad am- 
mirare il ritratto, ella tentò trex3idament€ 
un'ansiosa domanda: 

— Fu ella l'amico a cui Bonaccorsi indi- 
rizzò la sua ultima lettera? 

— Fui io, — rispose Gennari, sorpreso che 
ella si dimostrasse così bene informata. 

— Ella vide il suicida? — domandò ancora 
Vally. 

— Lo composi io stesso nella bara. 

— Allora, — soggiunse la giovine donna 
con voce esitante e quasi supplichevole, — 
mi dica, la prego, se indosso al morto o tra 
le carte del suo portafogli non fu trovato | 
un piccolo ramo di lillà. 

Ma l'avvocato Gennari riflettè un momento* 
e scosse il capo: 

— No, signorina. Il j)overo Bonaccorsi 
aveva j)assato con me una settimana a Mon- 
tecarlo giocando sfrenatamente e il suicidio 
non fu che una conseguenza di quella sua 



IL RAMO DI LILLA 1 1 

disastrosa passione. Io stesso lo misi in treno 
j)ercliè se ne tornasse a casa, ma giunto a 
San Remo lo colse una specie di fredda dispe- 
razione la quale lo indusse al tragico gesto. 
Molto confidenzialmente e in omaggio alParte 
con la quale ella lo ha ritratto, posso anche 
farle leggere la sua ultima lettera a me di- 
retta. Eccola. 

Egli trasse dal portafogli una busta inte- 
stata ad un albergo, ne tolse una lettera, la 
porse spiegata a Vally Ranieri. Ella vi lesse 
con gli occhi annebbiati, con la bocca amara, 
queste parole: 

« Mio caro, me ne vado dal mondo dove 
« sarei ormai ridotto a fare il direttore d'or- 
« chestra dei miei debiti. Cerca di salvare 
« dalle unghie dei creditori quelle poche cose 
« d'arte che possiedo e di distruggere quei 
« numerosi fasci d'amorosi documenti umani 
« che occuparono talvolta piacevolmente la 
« mia inutile vita. Ti abbraccio con serenità. 
« Il tuo Guido. » 

Vally rese la lettera contraendo tutto il 
volto ad un sogghigno di scherno e si morse 
le labbra a sangue. Ella sbatteva le palpebre 
come se la luce subitanea di quella verità 
brutalmente apparsa dinanzi ai suoi occhi le 
riuscisse intollerabile. 

— Grazie, — mormorò con voce arrochita 
torcendosi le mani e guardando smarrita in- 
torno a sé quasi j)er cercare il modo di libe- 



12 IL RAMO DI LILLA 

rarsi da quella oppressione che sembrava 
schiacciarla come un péso materiale. E osservò 
il ritratto sentendo di detestarlo, intuendo 
che esso le sarebbe apparso da quel momento 
come un'orribile beffa. 

— Grazie, — ripetè con un sorriso di falsa 
amabilità. — Ella mi ha dato una grande 
prova di fiducia e di stitoa e j)oichè ella 
crede che fra i ricordi del suo amico potrebbe 
stare degnamente anche questo ritratto, io la 
prego di accettarlo in luogo della miniatura 
che sento di non i3oter eseguire. 

E mentre Gennari le stringeva le mani 
con effusione riconoscente, ella aggiunse 
calma, ma risoluta: 

— Però a questa condizione: ch'ella si 
prenda immediatamente la tela e se la porti 
via subito, senza più lasciarmela qui nem- 
meno per un'ora. 

— Teme di pentirsi del suo atto magna- 
nimo, — commentò sorridendo l'amico del 
morto. 

E Vally Ranieri strinse i denti e rispose: 

— Ecco. 



LA FALENA E IL LUME. 



— Ascolta, —mi disse ieri sera Emanuela 
Vittis, poiché flnivauio di pranzare sulla ter- 
razza in faccia al lago e la luna sorgeva die- 
tro una Illa di collinette per venirsi a spec- 
chiare civettando nell'onda. 

Eravamo nell'ombra dell'oleandro gigante- 
sco che apre nella notte tutti i suoi fiori amari 
e non si vedeva brillare che la punta delle 
nostre sigarette accese, mentre io attendevo 
che Emanuela parlasse. Ella non parlava an- 
cora; si appoggiava col dorso alla balaustra 
che sembrava soffocare sotto l'abbraccio osti- 
nato dell'edera ed incontro al moerro grigio- 
azzurro dell'acqua si j)rofilava la snellezza ar- 
dita del suo busto chiuso in una specie di 
giustacuore di seta chiara e la linea decisa 
delle spalle, e il lungo collo che il mento sol- 
levato inarcava in una molle linea floreale, 
quasi a sostenere, flore ed insieme frutto, la 



LA FALENA E IL LUME 



testa stretta nei capelli come in un involucro 
semichiuso. 

— xlscolto, — le dissi per sollecitarla, in- 
tuendo che ella stava per narrarmi una di 
quelle storie che paiono o sono confessioni e 
che vengono solo alla superficie dell'anima in 
talune circostanze di tempo, di luogo e d'op- 
portunità, come le esalazioni notturne dei 
fiori amarognoli. 

— Credi tu che la nostra volontà ci guidi in 
tutti i nostri atti? — ella mi chiese d'un 
tratto, fissando innanzi a sé la luna rossa che 
saliva nell'ombra. E poiché io non rispondevo, 
già sentendo nella sua domanda una convin- 
zione fermamente contraria, ella s'abbandonò 
a sedere accanto al piccolo tavolo ancora ap- 
pareccl ito, vi appoggiò i gomiti e con le 
mani si 3tte alle tempie meditò un momento 
ad occh chiusi, come per raccogliersi in un 
ricordo. 

Avevamo parlato tutta la sera di un no- 
stro comune e lontano passato di convento e 
rievocato figure scolorite dal tempo, lenta- 
mente e inavvertitamente cedendo e svelando 
l'una all'altra, in indecise e quasi forzate con- 
fidenze, alquanto della nostra oscurità inte- 
riore, alquanto di quel chiuso mondo gelosa- 
mente custodito in noi, che lo scoprire altrui, 
anche solo in minima parte, angoscia e op- 
I)rime come una violazione. 

Ne eravamo ancora entrambe vibranti e 



LA FALENA E IL LUME l5 

quasi leggermente inebbrìate, come se le ap- 
passionate rievocazioni avessero sollevato dal 
fondo del nostro ricordo stagnante i profumi 
ancora vivi delle cose già morte e' con essi 
tutti i turbamenti e tutte le inquietudini già 
sopite e già livellate dall' insensibile passag- 
gio dei giorni. 

Vidi cbe Emanuela alzava il volto e, sdra- 
iata nell'ombra sulla mia lunga sedia, le ac- 
cennai la luna sospesa sull'acque ed il pal- 
pitante fulgore che tagliava il lago come una 
scìa d'oro in mezzo a cui una piccola vela 
nera navigava lenta e sola come una barca 
incantata. 

Ma ella vi volse appena uno sguardo di- 
stratto e subito la sua faccia più bianca 
sotto il pallore lunare si fissò a me interro- 
gando : 

— Ti ricordi di Sofia Eioss, quella giovi- 
netta bionda, figlia di padre tedesco e di ma- 
dre italiana, che fu per qualche tempo mia 
vicina di destra in refettòrio! 

Risposi che la rammentavo benissimo, spe- 
cialmente per le sue mani sempre coperte nel- 
l' inverno di orribili geloni che la costringe- 
vano a portarle tutte e due fasciate. 

— Ebbene, — proseguì Emanuela, — quella 
poveretta s'era accesa per me di una grande 
simpatia, una simpatia tutta tedesca, fatta di 
sentimentalismi e di romanticherie che tal- 
volta mi divertivano, che talvolta mi irrita- 



l6 LA FALENA E IL LUME 

vano. Quando lasciammo il collegio ella con- 
tinuò a scrivermi per un anno riempiendomi 
le lettere di non-ti-scordar-di-me e di viole 
del pensiero, Anche mi annunziò che sposava 
un medico, suo lontano parente e non ne seppi 
più notizia. 

In quel tempo cominciò per me una vita 
molto agitata perchè mio padre^ acquistata 
quasi di colpo, in una impresa assai arri- 
schiata, una grande fortuna, fu preso dalla 
smania dei viaggi e ci trascinò dietro in 
automobile per mesi e mesi me e mia ma- 
dre, cameriera e bauli, di qua e di là per 
l'Italia, per la Svizzera e per la Francia, 
stancandoci a morte e lasciandosi intanto 
frodare allegramente e impunemente dai suoi 
segretari. 

Tu sai che un triste giorno, quand'egli s'ac- 
corse dell'imminente rovina, se ne andò vo- 
lontariamente dalla vita con un colpo di 
rivoltella lasciando noi due sole, indifese, 
atterrite e, se non povere, grazie alla dote 
ancora intatta di mia madre, certo in tali 
condizioni morali e sociali da farci ricercare 
la solitudine e l'isolamento, come due po- 
vere abbandonate, vergognose del nostro 
nome e costrette ad espiare ormai una colpa 
non nostra. 

Mia madre dopo un i3aio di anni incomin- 
ciò a soffrire di cuore ed una notte ella fu 
assalita da una crisi così inquietante del male. 



LA FALENA E IL LUME I7 

ciré io feci chiamare un medico iu una far- 
macia, tanto più elle il nostro dottore curante 
era assente per alcuni giorni e mi era impos- 
sibile avvertirlo. 

Venne prontamente un giovane alto, dal- 
l'apparenza seiia e distinta, prodigò a mia 
madre cure energiche ed efficacissime e se ne 
andò all'alba, lasciando il proprio biglietto. 
Vi gettai api)ena uno sguardo, lessi un nome 
ignoto, l'indicazione d'una via e d'un numero 
telefonico che non mi dissero nulla. Ma più 
tardi lungo la giornata, quel nome^ Ermanno 
Valle, mi ritornò più volte alla memoria come 
una di quelle musiche già udite che appena 
accennate s'ostinano nel pensiero e non l'ab- 
bandonano più. Ermanno Valle : dove avevo 
sentito o letto quel nome ? Improvvisamente 
il domani al mio primo destarmi mi trovai 
l'enigma decifrato nel cervello, come se nella 
notte, durante il sonno, il suo lavorìo oscuro 
continuando a indagarlo l'avesse risolto. Er- 
manno Valle era il marito di Sofia Eioss, la 
mia compagna di convento. Andai subito al 
telefono, domandai della signora Valle e la 
voce che risuonò nell'apparecchio non mi la- 
sciò più dubbio. Era veramenie la mia buona, 
soave, romantica Sofia, la quale non appena 
dissi il mio nome, mi manifestò la sua gioia 
con le più commosse esclamazioni, invitan- 
domi immediatamente a casa sua perchè io 
vedessi i suoi bambini che erano tre amori, 

GuGLiELMiNETTi, Anime allo specchio. 2 



LA FALENA E IL LUME 



e conoscessi suo marito. Risposi che già lo 
conoscevo e raccontai il triste avvenimento 
della notte passata, dimostrandole la mia ri- 
conoscenza e quella di mia madre ]3er le cure 
sapienti j)restate a lei dal suo Ermanno. 

In tal modo rinacque più viva la nostra 
amicizia, senza i morbosi sentimentalismi del- 
l'adolescenza, ma piena di confidenza e di te- 
nerezza. Dopo un anno e mezzo il male di 
cuore di mia madre s'aggravò tanto che 
fra sofferenze penosissime ella dovette soc- 
combere e lasciarmi completamente sola nel 
mondo. 

Allora mi ammalai io di un esaurimento 
nervoso complicato di febbri intermittenti che 
mi prostravano al punto d'annientare ogni 
mia volontà, la quale solo più si manifestava 
in una insofferenza irosa verso tutti e verso 
tutto, come il mondo intero fosse responsa- 
bile o colpevole dei miei mali. Mi curarono 
alcuni mesi in una casa di salute, ma non 
fecero che accrescere la mia depressione mo- 
rale e fisica, così che quando Sofia, la quale 
veniva a visitarmi quasi ogni giorno, mi offrì 
ospitalità in una sua villetta presso un lago 
svizzero, dove ella passava con la sua famiglia 
i mesi dell'estate, esitai alcuni giorni e poi 
mi risolsi ad accettare. 

Ella fece partire prima i bambini con la 
governante, per tema che essi mi dessero 
noia, e m'accompagnò ella stessa a villa So- 



LA FALENA E IL LUME 19 

fia a piccole tappe, con un viaggio così lento 
e piacevole che mi credetti all'improvviso 
guarita di tutte le mie sofferenze. 

Invece, appena giunta, la leggera febbre 
mi riprese e mi tenne a letto quasi una set- 
timana, assistita da Sofìa come da una de- 
vota infermiera. Io dormivo nel piccolo letto 
accanto al suo, nella grande stanza matrimo- 
niale ed ella si alzava durante la notte per 
misurarmi i gradi di febbre, per contarmi le 
pulsazioni e somministrarmi i calmanti. 

Io le prendevo qualche volta le mani^ e 
glie le stringevo a lungo, senza parole, non 
sapendo come esprimerle la mia gratitudine, 
oppure le dicevo sommessamente : — Grazie, 
jgrazie, come sei buona, Sofìa ! — mentre ella 
sorridendo mi copriva la bocca con la sua 
mano i^er costringermi a tacere. 

Una volta che io avevo insistito nelle mie 
espressioni di riconoscenza, ella sedette ac- 
canto al mio letto e mi disse con quella sua 
semplicità così fresca e serena che le dava 
un'aria tanto candida e giovanile: 

— Io posso, io devo essere buona. Eia mia, 
perchè io sono felice e non ho fatto assolu- 
tamente nulla per meritare la felicità. Non 
sono bella, non sono intelligente, eppure] ho 
avuto dal destino tutto quanto una donna 
può desiderare : una vita agiata e tranquilla, 
dei fìgli sani e graziosi ed un marito infìni- 
tamente superiore a me fìsicamente ed in- 



20 LA FALENA E IL LUME 

tellettnalmente, il quale lìii ama come solo 
una donna piena di fascini i)otrebbe essere 
amata. Tu invece, bambina mia, che sei bella, 
che hai tanta intelligenza, che sei elegante 
e colta, non hai trovato sul tuo cammino che 
tristezze e dolori. E non vuoi che io tenti di 
rimediare un poco — oh ! molto poco, — con 
la mia amicizia, alle ingiustizie del destino? 
E poi io ti voglio bene, Eia mia; ecco tutto. 
Ero così commossa che non seppi rispon- 
dere ma da allora, non so come, oscuramente, 
insensibilmente l'amara certezza che ella aves- 
se ragione, incominciò a poco a poco a pe- 
netrare in me. Era vero; Sofia aveva otte- 
nuto dalla sorte tutti i doni, tutte le gioie a 
me negate. Quella giovinetta scialba, sciocca, 
che io disprezzavo o deridevo in convento, 
era stata amata e scelta fra tante da un uomo 
elevato, altero e forte, da un uomo tale che 
qualsiasi donna non mediocre avrebbe amato 
con orgoglio. E Pamore e la fedeltà durava 
ancora ^[dopo anni fra di essi, mentre io 
avevo consumato la mia prima giovinezza in 
piccoli amori stupidi, finiti nelPindifl'erenza 
e nella nausea, troppo i)^^T^rosa e insieme 
troj)po fredda per tentare qualche maggiore 
avventura o per sentire qualche inh pro- 
fonda passione. D'altra parte nessuno degli 
uomini incontrati nella mia vita me ne era 
sembrato degno e rimpiangevo solo l'amore 
per l'amore, come una i)arte dell'esistenza 



LA FALENA E IL LUME 21 

e forse la più. bella che mi era rimasta sco- 
nosciuta. 

Meditavo così da alcuni giorni esasperando 
la mia già consueta malinconia, quando Er- 
manno Valle giunse a villa Sofia per rima- 
nervi una settimana. Naturalmente io cliiesi 
subito per me la camera destinata agli osj)iti, 
ma né la mia amica né suo marito mi per- 
misero di lasciare la stanza fino allora occu- 
pata. Io mi alzavo già qualche ora del giorno 
e passavo i pomeriggi sopra una veranda un 
poco simile a questa, dinanzi ad uno sfondo 
verde e azzurro, d'alberi e d'acque, quasi 
eguale a quello ritrovato qui. Ed Ermanno 
mi teneva compagnia mentre Sofia, che era 
un modello di padrona di casa, si occupava 
di cure domestiche. Egli come me aveva viag- 
giato molto e rievocavamo insieme città ve- 
dute da entrambi e cose rimaste nel ricordo 
di entrambi, paesaggi lontani, indecisi, sfu- 
mati, quasi fatti irreali dalle nebulosità della 
memoria. Ed io mi accorgevo di non seguire 
qualche volta il nostro discorso per guardare 
la sua fronte, dove alcune sottili rughe oriz- 
zontali si formavano e scomparivano rapida- 
mente mentre egli parlava, come l'increspa- 
tura di un'onda. Ed intanto pensavo alle 
parole di Sofia: «Sono felice: ho un marito 
infinitamente superiore a me che mi ama». 

Sì, veramente ella poteva dire di non me- 
ritare la bontà del destino verso di lei, e 



22 LA FALENA E IL LUME 



spesso ripetendomi questa considerazione, a 
poco a poco mi accorsi che mi riprendeva 
quel disprezzo alquanto beffardo per la me- 
diocrità di Sofia che già in collegio provavo 
invincibilmente, ed insieme un turbamento 
oscuro di tutta me stessa quando mi tro- 
vavo sola con Ermanno. Tuttavia il pensiero 
che egli doveva a giorni ripartire riusciva 
a darmi una %)ecie di calma dolorosa, come 
se il suo allontanarsi seguasse il cessare di 
un pericolo indefinito, ma anche di una in- 
definibile gioia. 

Così giunse l'ultima notte della sua per- 
inanenza a villa Sofia. Io dormivo già da 
due ore nel piccolo letto accanto a quello 
della mia amica, quando all'improvviso mi 
destai con un senso di fastidio negli occhi 
che mi impediva di continuare il mio sonno. 
Ero abbastanza tranquilla, senza febbre, e 
sentivo il respiro eguale e leggero di Sofia 
che dormiva profondamente; ma dinanzi 
me nella parete del fondo s'apriva uno spi| 
raglio di luce gettando sul pavimento una 
lunga striscia luminosa. L'uscio della stanza 
destinata agli ospiti, ed ora occupata da Er-^ 
manno, era semi-aperto ed egli certamente 
doveva vegliare leggendo perchè, se porgevo 
l'orecchio, udivo di quando in quando k 
scricchiolìo di un tagliacarte passato tra du€ 
fogli intonsi. 

Senza che io me ne rendessi ragione, il 



LA FALENA E IL LUME 23 

cuore incominciò a battermi violentemente. 
Era la mezzanotte passata, nella casa muta 
tutti dormivano ; noi due soli vegliavamo, a 
distanza di pochi passi, senza vederci, come 
se qualche cosa di comune, come se una 
oscura corrispondenza ci tenesse desti e co- 
scienti insieme. 

Cercai di immaginare Ermanno vestito di 
seta viola come l'avevo talvolta di mattino 
intravveduto, buttato di traverso sulla grande 
poltrona di cuoio che stava a pie del letto 
presso la scrivania, intento a leggere sotto 
la lampadina velata e subito sentii che qual- 
che cosa mi attraeva verso quella porta soc- 
chiusa, verso quella luce misteriosa, verso 
quell'uomo che non vedevo. Mi nascosi sotto 
le coperte per disperdere il fascino attirante, 
ma mi sentivo soffocare e sempre quella stri- 
scia luminosa proiettata sul pavimento chia- 
mava il mio sguardo, lo fermava, lo abba- 
gliava, mi toglieva la coscienza dei miei atti 
e della mia volontà. 

Il respiro di Sofìa, leggero ed uguale con- 
tinuava accanto a me, ma io non vi badavo 
più. Non so come, d'un tratto, scesi dal letto, 
con movimenti da automa lenti e precisi e 
camminai a piedi nudi fino alla striscia lu- 
minosa, poi ai)ersi la porta ed entrai nella 
camera di Ermanno. Il muovere del battente 
e il mio passo furono così silenziosi che egli 
non mi udì, solo si volse trasalendo quando 



24 LA FALENA E IL LUME 

io gli posai lina mano sopra la spalla. Vidi 
i suoi occhi scrutare impauriti il buio della 
stanza vicina, ma il pensiero di Sofia era 
così assente da me clic non comj)resi il suo 
sguardo; non dissi parola, non feci gesto; 
mi abbandonai senza forze sul bracciuolo 
della poltrona e gli caddi sul petto. Mi scuo- 
teva tutta un tremito convulso che non riu- 
scivo a domare e non sentivo che il battito 
del suo cuore sotto la seta leggera, che il 
pulsare d'una vena del suo collo sotto le mie 
labbra. E le sue braccia intorno al mio corpo 
si stringevano sempre più forti e la vena del 
suo collo pulsava sempre più affrettata. Ma 
io cedevo a quell'abbandono con un senso 
d'oblio e di raj)imento così profondo che mi 
pareva di non aver conosciuto la vita prima 
di quell'attimo. 

E non fu che un attimo. Sentii le sue 
labbra avvicinarsi al mio orecchio, susurrarmi 
una parola e l'incanto fu spezzato di colpo. 
La mia coscienza si ridestò; il nome, il volto, 
la bontà e la fiducia di Sofia balenarono 
fulminee immagini dentro di me, mi strap- 
parono da quelle braccia gelida di spavento, 
mi costrinsero a fuggire, a ritornare al mio 
letto, a nascondermi fra le coltri, tremando 
e ansimando come una colpevole. 

Non presi sonno che all'aurora, e quando 
mi destai a mattina inoltrata, Sofia, dolce, 
sorridente, serena come sempre, si affacciò 



LA FALENA E IL LUME 



alla porta, la porta di quella camera stessa 
e mi annunziò che Ermanno era partito. 
Quindi soggiunse: « Ha lasciato per te i suoi 
saluti. Tu dormivi e non ha permesso che 
ti svegliassi ». 

Non so che cosa risposi, so che dopo al- 
cuni giorni assicurai Sofìa della mia com- 
pleta guarigione e con un pretesto me ne 
andai. Dopo non volli o non potei più rian- 
nodare quell'amicizia. 

Emanuela Vittis alzò la testa a guardare 
la luna che ormai splendeva piccola e pal- 
lida come un'ostia sul nostro capo e con- 
tinuò con gli occhi fìssi all'alto e tutto il 
volto marmoreo nell'albore: 

— Io non credo che la nostra volontà ci 
guidi in tutti i nostri atti. Se quella porta 
aperta e quella striscia luminosa sul i)avi- 
mento non mi avessero chiamata, abbagliata, 
istupidita, io dormivo quella notte placida- 
mente senza occuparmi di quell'uomo che 
non amavo e che ho dimenticato quasi su- 
bito dopo. 

— Tu fosti come la falena attratta dal 
lume — le risposi io ridendo tuttora sdraiata 
nell'ombra dell'oleandro; — ma per fortuna 
ti bruciacchiasti solo un poco le ali. 

Ella meditò un momento sempre fissando 
la luna, poi si chinò all'acqua tremula del 
lago e vi lasciò cadere una breve, secca, si- 
bilante parola: — Forse. 



L'OPINIONE DEGLI ALTRI. 



Fin dalla prima infanzia Gustavo Monte- 
varchi aveva dedicato alla sua quasi coeta- 
nea amica Isabella un affetto devoto pro- 
fondo tenace, uno di quei nobili sentimenti 
che accompagnano immutabili la vita di un 
uomo e ne provano la naturale bontà, quando 
non vi si opponga la scettica malvagità dei 
suoi simili. 

Le loro famiglie erano state per parecchi 
anni vicine di casa al tempo in cui Isa 
e Gustavo sgambettavano ancora coi pol- 
pacci nudi negli abitini azzurri alla mari- 
nara e andavano a scuola tenendosi per 
mano come due piccoli fidanzati, e la fan- 
ciullezza e l'adolescenza erano trascorse senza 
che la buona amicizia infantile, schietta e 
serena come una fraternità, fosse turbata 
dal tempo e dalle vicende. 

A ventidue anni Gustavo si era laureat 



I 



L OPINIONE DEGLI ALTRI 2'] 

ed Isabella aveva preso marito, ma questi 
avvenimenti non mutarono l'affettuoso sen- 
timento degli amici, né diminuirono la loro 
tranquilla intimità. Anzi l'accrebbero, poi- 
ché Ferdinando Guerrieri, il marito, si legò 
anch'egli di profonda cordialità con l'amico 
della moglie e lo ammise in casa sua a tutte 
le ore, lo volle compagno assiduo d'ogni 
passatempo e partecipe d'ogni solennità. 

Gustavo Montevarchi, bel giovine, abba- 
stanza intelligente, ma di carattere mite e 
j)assivo, mancava di qualsiasi acume nel giu- 
dicare l'umanità che da vicino o da lontano 
lo circondava, cosicché rimase perplesso e 
stupefatto quando, dopo circa un anno dal 
matrimonio d'Isabella, durante una gita ar- 
tistica organizzata da alcune signorine di 
buona volontà, udì una di esse, al termine 
d'una conversazione sulle opportunità coniu- 
gali, rivolgergli questa frase acuminata da 
un sorriso j)ungente: — Quanto a lei, Mon- 
tevarchi, si sa da tutti che in fatto di moglie 
preferisce quella degli altri. 

Egli fece un rapido esame di coscienza e 
fra i suoi i)oco numerosi e molto veniali pec- 
cati d'amore non si scoperse neppure una 
moglie altrui. Era così lontano dal pensiero 
che l'insinuazione fosse diretta ad Isabella 
Guerrieri che s'accontentò di sorridere mi- 
steriosamente come x>er canzonare la male 
informata calunniatrice e non s'accorse nep- 



28 l'opinione degli altri 

pure elle avvalorava con questo silenzio cir- 
cospetto le opinioni della maldicente brigata. 

Né egli cercò per l'avvenire di mettere sé 
e l'amica al riparo dal sospetto tanto la se- 
renità della loro innocenza lo faceva incon- 
sciamente sicuro e temerario. 

Ferdinando Guerrieri era una singolare 
figura di scienziato moderno, irrequieto di 
cuore e di spirito, tormentato da troppe in- 
coerenze sentimentali e da troppe curiosità 
intellettuali per trovare nelle i)acate blan- 
dizie del matrimonio quel soddisfacimento 
dell'anima e quella pace dei sensi che vi 
aveva da principio cercato e s'era illuso di 
j)ossedere. Quella moglie giovine, bella, inna- 
moratissima gli pareva ormai dopo alcuni 
anni di fedeltà una piccola tiranna un po' 
troppo dispotica alla quale occorreva sacrifi- 
care parecchie di quelle magnifiche teorie di 
libertà reciproche e di opportuni adattamenti 
ch'egli bandiva dai libri e dalla cattedra ma 
che riuscivano in pratica di diffìcile attua- 
zione. 

Gustavo Montevarchi lo sollevava alquanto 
da tutta la parte decorativa dello stato co- 
niugale la quale pesava enormemente al suo 
spirito sdegnoso e intollerante e gli accom- 
pagnava la moglie al teatro, alle corse e alle 
conferenze assoggettandosi a quell'ufiicio di 
cavaliere o, come egli stesso diceva sorri- 
dendo, di vice-marito, con una perfetta grazia 



L OPINIONE DEGLI ALTRI 29 

l)riva perfino di qualunque ombra di galan- 
teria. Gli pareva naturale che Isabella si mo- 
strasse in sua compagnia da un i^alco di 
teatro o da una tribuna di riunione mon- 
dana, come si mostrava a sei anni nei giar- 
dini pubblici occupata con lui in una corsa 
al cerchio ed a quindici in una partita di 
tennis. La sua fraternità devota, rafforzata 
da una lunga consuetudine lo salvava senza 
merito da qualsiasi tentazione, mentre la 
viva i)assione di Isabella Guerrieri per suo 
marito le impediva di sentire spiacevolmente 
quell'assoluta mancanza d'omaggio galante 
che ogni donna bella e ammirata esige dagli 
uomini come un dovere. 

Ma un giorno, durante una ^passeggiata in 
automobile, alla quale Ferdinando aveva al- 
l'ultimo momento rinunciato, accadde un In- 
cidente di strada che ebbe gravi conseguenze 
soltanto per la vettura, ma che raccontato 
nelle cronache dei giornali con qualche ab- 
bondanza di particolari mise i loro due nomi, 
accoppiati dalla elegante e pettegola maldi- 
cenza dei salotti, sulle bocche di tutti. 

La sera dopo Gustavo finiva di pranzare 
al circolo coi suoi amici, già quasi dimentico 
dell'accaduto, quando uno d'essi gli battè 
confidenzialmente sulla spalla chiedendogli 
notizie della graziosa signora Guerrieri con 
un tono d'allegra complicità che richiamò 
l'attenzione degli altri. E tutti sogghigna- 



3o l'opinionh: degli altri 

rono maliziosamente tra il fumo, sdraiati in 
varie jjose disinvolte sulle loro poltroncine, 
quando Montevarchi rispose piuttosto fred- 
damente : 

— Io credo che la siguora Guerrieri stia 
benissimo; del resto la sua salute è cosa che 
riguarda suo marito, non me. 

— Via, — insistette Pamico, conciliante — 
non vorrai, credo, sostenere che proprio suo 
marito l'abbia mandata a passeggiare sola 
con te nella tua macchina perchè ti facesse 
perdere la testa fino a voler saltare i para- 
carri. 

— La testa se mai l'avrei perduta prima 
d'ora, — osservò Gustavo con semplicità, — 
ci conosciamo fin da bambini. 

— Come Dante e Beatrice, — mormorò qual- 
cuno con benevola ironia. 

— E poi sono tanto amico di Ferdinando, 
che la vostra supposizione è addirittura as- 
surda, — ribattè seccato Montevarchi; — 
senza contare che la signora Guerrieri è in- 
namoratissima del marito. 

— Insomma, — replicò l'altro, — questa 
signora si è affidata ad ottime mani. Ti di- 
mostri di una discrezione veramente ammi- 
revole, ma anche esasperante. Ohe voi siate 
più. che intimi è ormai l'opinione di tutti 
quanti. . 

— Ma vi assicuro che tutti quanti si sba- 
gliano, — ripetè di malumore Gustavo. 



l'opinione degli altri 3i 

Egli si difendeva ora blandamente, senza 
sapere con esattezza se desiderava più di 
essere creduto o di non esserlo. E finì col 
tacere quasi assentendo quando Famico che 
aveva tentato le prime allusioni dichiarò con 
tono reciso ed autorevole: 

— Concludendo, le tue continue assiduità 
presso quella signora pubbliche e private, 
di giorno e di notte, in città e fuori, non 
avranno certo per iscopo un innocente e 
stupido cicisbeismo, il quale del resto ti fa- 
rebbe ben poco onore. 

Gustavo uscì poco dopo e si ricordò d'aver 
promesso una visita ad Isabella avanti di 
rincasare, ma i discorsi di i)oco prima gli 
insistevano ancora troppo spiacevolmente 
nella memoria perchè egli potesse rivederla 
con la tranquilla serenità delle altre volte, e 
si diresse a casa. Le ultime parole dell'amico 
gli mettevano nell'anima un disagio quasi 
penoso, turbavano una sua onesta e chiara 
situazione sentimentale, intorbidivano di dub- 
bi e di timori una consuetudine d'amicizia 
ritenuta immutabile. 

L'opinione degli altri era questa : che Isa- 
bella fosse la sua amante oppure ch'egli fosse 
uno sciocco. La i)rima ipotesi era sbagliata 
e la seconda lo offendeva profondamente in 
quanto di più buono e di più gentile vi era 
nella sua vita. Come avrebbe mai potuto con- 
siderare Isa come una preda, come una pos- 



L OPINIONE DEGLI ALTRI 



sibile auiante? Non erano andati a braccetto 
e non s'erano dato del tu fino alla vigilia 
del matrimonio? E i^erchè allora non l'avrebbe 
sposata egli stesso, invece di continuare ad 
esserle un amico devoto coDie prima, più di 
prima f Ma tutto ciò era ritenuto' dagli altri 
uno stupido cicisbeismo il quale gli faceva 
ben poco onore. 

In queste e in altre consimili meditazioni 
s'addormentò tardissimo, ma il domani si 
trovò j)iù. calmo e potè dire a se stesso che 
i giudizi dei suoi amici erano vuote chiac- 
chiere, mentre il suo affetto per Isa era una 
realtà buona e consolante d'ogni giorno. Tut- 
tavia ritardò fino alle ore del pomeriggio la 
promessa visita e quando suonò alla iDorta 
della Guerrieri fu accolto dalla cameriera con 
un sorriso e un sospiro di sollievo. 

— Il professore è uscito — lo informò — 
e la signora è a letto con un po' di febbre 
per lo spavento i)rovato l'altro ieri. 

— Ne sono desolato, — mormorò Gustavo 
— e trasse un biglietto per scrivere qualche 
parola di saluto e ritirarsi. 

Ma la cameriera vi si oppose : 

— No, no ; la signora lo aspetta certamente ; 
lei pnò passare, lei, — e sorrise anch'essa 
calcando sulla parola con un'aria di compli- 
cità indulgente che lo irritò. 

Isa affondava le spalle e il capo in molti 
cuscini e nella penombra della camera in- 



L OPINIONE DEGLI ALTRI 



33 



Fasa da un acuto profumo di lavanda non 
si scorgevano dapprima che i suoi capelli 
neri sparsi sul guanciale e la bocca e gli 
occhi accesi dalla febbre. Ella gli tese lan- 
guidamente una mano e gli accennò una pol- 
troncina a pie del letto. 

— Ferdinando è andato alla sua lezione, 
— gli susurrò, — ma prima di uscire mi ha 
detto : « Verrà Gustavo a tenerti compa- 
gnia ». 

Egli teneva fra le sue una di quelle sot- 
tili mani febbricitanti e non poteva parlare. 
Per la prima volta quella donna gli appariva 
diversa dalla sua piccola amica di un tempo, 
in quell'atteggiamento abbandonato di lan- 
guore febbrile che gli era ignoto, con quella 
gran chioma sfatta nera ondulata che le aflS- 
nava il viso e lo circondava di voluttuoso 
mistero. 

Come gli sarebbe stato facile chinarsi nel- 
l'ombra e baciare quelle palme aride, all'im- 
provviso, senza ch'ella le potesse sottrarre! 

— Vorrei bere, — ella mormorò additando 
il bicchiere d'acqua e caffè ghiacciato che 
stava sul tavolino accanto. E queste parole 
ricondussero Gustavo alla realtà. Egli s'alzò 
e glie lo porse, sorridente e garbato come 
una infermiera, risedette a pie del letto e 
incominciò a discorrere con l'inferma a frasi 
brevi e rare per non affaticarla. Pensava in- 
tanto con un po' di scherno per sé stesso alla 

GuaLTELMFNETTi. Anime allo specchio, :> 



34 l'opinione degli altri 

sua repentina e folle tentazione di poc'anzi 
e immaginava con quale stupore, con quale 
sdegno Isa lo avrebbe respinto e rimpro- 
verato. 

Avevano ragione i suoi amici: egli era 
l'innocuo cicisbeo destinato a sostituire stu- 
pidamente il marito in quasi tutta la parte 
decorativa e in molte parti tediose della 
vita coniugale. Si contentava dell'affetto di 
Isa, dell'amicizia di Isa. Ma poteva egli cre- 
dere a questi sentimenti? Quali prove ne 
aveva avute ? Non era Isa una graziosa egoi- 
sta a cui l'amico innocuo tornava utile, col 
quale si poteva sfogare e confidare e ingan- 
nare alla men peggio le ore di intimità che 
il marito le rifiutava? Non era egli infine il 
comodo e fedele servitore sentimentale di 
entrambi ? 

— Cosi presto? — si lamentò Isa molle- 
mente poiché vide Gustavo alzarsi e disporsi 
ad uscire. 

— Bisogna ch'io vada; ho un affare, — 
e non confessò che se rimaneva un'altra 
mezz'ora in quella camera avrebbe finito per 
odiarla e per giurare a sé stesso di non ri- 
tornarvi mai più. 

— Domani? — ella chiese porgendogli le 
dita e chiudendo gli occhi in atto di stan- 
chezza. — E Gustavo notò per la prima volta 
che le sue palpebre erano brune, come bru- 
ciate dall'ardore dello sguardo. Allora ritrasse 



l'opinione degli altri 35 

la mano perchè Isa non s'accorgesse che tre- 
mava. 

Da quel giorno egli non potè varcare la 
soglia di quella casa senza provare un senso 
oscuro di fastidio e quasi di riluttanza, ed 
ogni volta dovette sostenere una intima lotta 
con sé medesimo e concedere alla vile debo- 
lezza, alla dolce consuetudine e fors'anche 
ad un altro più torbido sentimento di vin- 
cere sopra la volontà e Torgoglio. 

L'altro più torbido sentimento gli impe- 
diva di gustare la deliziosa intimità di Isa- 
bella Guerrieri con quell'anima di fanciullo 
sereno che gli sorrideva un tempo negli occhi 
e nelle parole. Ora si sorprendeva troppo 
spesso a guardarla iu silenzio od a rispon- 
dere a caso alle sue domande mentre Ferdi- 
nando gli batteva sulla spalla e gli doman- 
dava ridendo: — Ma dimmi, Gustavo, sei 
forse innamorato? 

La fiducia illimitata di quel marito lo ur- 
tava e la gentile schiavitù in cui quei due 
lo tenevano lo esasperava ogni giorno più. 
Ed anche si irritava contro sé stesso per es- 
sere rimasto così a lungo incosciente del 
suo stato, per aver dovuto scuotersi e sentire 
la sua comica situazione soltanto quando gli 
amici suoi ve lo "avevano costretto, quando 
l'opinione degli altri lo aveva illuminato. E 
mentre Ferdinando gli diveniva di più in 
più insopportabile, Isa lo attirava e lo respin- 



36 l'opinione degli altri 

geva in un avvicendarsi insensato di tene- 
rezza e di odio. 

E il pensiero che quella donna alla quale 
non aveva mai baciato la mano gli fosse at- 
tribuita da tutti come amante, non abbando- 
nava più il suo spirito e vi suscitava conti- 
nuamente visioni conturbatrici. 

Per buona sorte la breve malattia della 
signora Guerrieri le impose la necessità di 
una convalescenza in campagna e fu scelta 
a tale scopo una villetta sui colli non molto 
lontana dalla città. Ferdinando tentò ogni 
mezzo per indurre Famico ad accompagnarli, 
ma non vi riuscì e partì in automobile solo 
con la moglie, senza nemmeno dissimulare il 
suo cattivo umore. 

Parve per due o tre giorni a Gustavo di 
essersi finalmente liberato da quell'equivoco 
ed umiliante stato di cose e di coscienza. 
Rispose gentilmente ai saluti di Isa ed alle 
impertinenze di suo marito e si dispose a 
vivere come un individuo indipendente e solo 
che ha qualche dovere a cui sottostare e 
molti diritti da far valere. Senonchè il pen- 
siero d' Isa convalescente e di suo marito 
crucciato sperduti in quella villetta sui colli 
e forse irritati contro di lui non gli dava 
tregua sopratutto nelle ore d'isolamento. Ed 
egli s'accorgeva di non aver mai conosciuto 
prima d'ora le ore vuote e fredde delia so- 
litudine. Quando s'annoiava correva in casa 



l'opinione degli altri 37 

d' Isa e stava ad ascoltare i suoi discorsi o 
i suoi silenzi con il tranquillo benessere di 
chi si sente non completamente inutile al 
mondo. E gii accadeva ora di capovolgere i 
propri ragionamenti sulla necessità d'essere 
liberi e soli, riconoscendo per certi momenti 
della vita l'utilità indispensabile di qualche 
legame. 

Ma nessun legame femminile più lo atti- 
rava dopo che egli aveva tremato guardando 
le palpebre oscure d'Isabella, ed immagini 
tormentatrici di lei continuarono a turbare 
i suoi sonni e le sue veglie con le prime e 
più terribili ossessioni del desiderio. 

Dopo due settimane gli capitò un mattino 
in casa Ferdinando mentr'egli stava ancora a 
letto e gli raccontò sbuffando che lassù in 
campagna si moriva di noia e non si par- 
lava che di lui e della estrema necessità della 
sua presenza. Egli aveva per proprio conto 
inventato un congresso a Parigi al quale 
doveva assolutamente partecipare e veniva 
a scongiurarlo di rendergli possibile questa 
vacanza sostituendolo presso Isabella. 

Gustavo cedette con una sorprendente faci- 
lità alle preghiere dell'amico e partì in auto- 
mobile il giorno stesso, troppo felice per sot- 
tilizzare ancora sulla schiavitù, sulla dignità 
e sull'onore. 

Quando giunse era notte fatta ed Isa leg- 
geva aspettando, sdraiata sul piccolo divano 



38 l'opinione degli altri 

della sua camera. Forse ignorava che suo 
marito non sarebbe rientrato poiché udendo 
i passi nel salotto attiguo alzò il capo e do- 
mandò : 

— Sei tu, Ferdinando? 

— No, sono io: Gustavo, — egli disse ap- 
parendo sulla porta, ed Isa balzò in piedi e 
gli corse incontro con un sorriso così rag- 
giante che parve illuminarla tutta. 

— Finalmente! — esclamò stringendogli 
le mani. — Si stava tanto male senza di voi ! 
Ferdinando aveva i nervi, io la malinconia 
e tutti e due eravamo insopportabili. Ora 
non vi lascio più. fuggire. Mai più. 

Ma Gustavo non parlava. Seduto accanto 
a lei sul piccolo divano, sorrideva un po' 
pallido e non abbandonava le sue mani. Le 
sollevò d'un tratto Ano alle labbra e le baciò 
con gli occhi socchiusi e nel volto una espres- 
sione d'angoscioso rapimento. 

— Gustavo, Gustavo che fai ? — ella mor- 
morò con affanno, ritornando senza avveder- 
sene al dolce tu della loro infanzia. Egli volle 
darvi un senso più profondo e le circondò le 
spalle col braccio avvicinandola a sé, guar- 
dandola in fondo agli occhi. 

Ella non gli sfuggì; lo fissò con una sor- 
presa piena d'inquietudine ma senza sdegno, 
arrossendo a poco a poco come se una fiamma 
le salisse lentamente dal cuore. 



LA SERENA IGNORANZA. 



Reduce dalle grandi capitali europee, dove 
aveva lungaruente vissuto la vita libera ed 
intensa del gaudente ozioso, il marchese 
Emanuele Atris, bell'uomo fra i quaranta e 
i cinquantanni, andò a ritirarsi temporanea- 
mente per ragioni di salute e per ragioni 
d'economia, in una sua assai confortevole 
villetta al centro di una grande tenuta agri- 
cola che dalla morte di suo padre, avvenuta 
quattro anni innanzi, egli non aveva mai più 
visitato. 

Yi trovò mutate molte cose: la casa sof- 
focata dall'assalto sempre più invadente della 
vite vergine, il viale di meli fatto piantare 
da suo padre cresciuto e tutto in flore e i 
cavalli più grassi e i cani più magri e final- 
mente, al posto del vecchio fattore che aveva 
servito due generazioni, trovò il suo figliuolo 
maggiore, una specie di gigante barbuto e 
senza capelli che gli parlava con umiltà, ma 



4<> LA SERENA IGNORANZA 

roteando gii occhi sotto le folte sopracciglia 
con una espressione di ferocia fra comica ed 
inquietante. 

Costui aveva a sua volta parecchi figli, fra 
i quali una ragazza diciottenne che il mar- 
chese Emanuele non aveva mai veduto, co- 
sicché egli rimase lietamente stupito quando, » 
sul finire della sua prima colazione campe- 
stre, gli fu introdotta dal cameriere in sala 
da pranzo una magnifica fanciulla bionda, 
dai capelli attorti come il casco d'una Val- 
chiria, la quale gii portava un cestello di 
fragole appena còlte. 

— Tu sei la figlia di Vincente? — le do- 
mandò il marchese squadrandola da capo a 
piedi con quell'occhio da conoscitore che gii 
serviva per apprezzare una bella donna come 
per valutare un cavallo di razza od un qua- 
dro d'autore. E soggiunse dopo un lungo 
sguardo ammirativo: 

— Come ti chiami? 

— Lucia, — mormorò la ragazza fissando 
le sue fragole per sfuggire all' insistenza di 
quello sguardo. 

— Io ti chiamerò Luce, perchè i tuoi ca- 
pelli hanno il colore del sole e i tuoi occhi 
ne hanno lo splendore, — disse ridendo il 
marchese Emanuele, e intanto s'alzò e venne 
a piluccare le fragole dal cestello della gio- 
vinetta, senza distogliere lo sguardo dalla 
vivace polpa delle sue labbra. 



LA SERENA IGNORANZA 4I 

— Verrai ogni giorno a portarmi la frutta 
fresca per la mia colazione; così mi sem- 
brerà più squisita, — le ordinò amabilmente 
mentr'ella usciva tutta confusa. 

E Luce tornò ogni mattina alla tavola del 
suo padrone portandogli il frésco tributo dei 
frutti primaverili, ed ascoltando senza talora 
comprenderle, le lodi ch'egli le prodigava 
sempre più galanti e sempre più fervide. 

Questo durò parecchie settimane senza che 
egli fosse riuscito ad ammansare o ad am- 
morbidire la selvatichezza ritrosa della fan- 
ciulla; ma un giorno, mentre egli le aveva 
stretto la testa fra le mani tentando di pie- 
gargliela air indietro per ammirare la linea 
del suo collo che pareva quello d^ma statua 
greca, ed ella vi si ribellava col volto rosso 
di turbamento e di vergogna, il suono d'una 
voce rude e cavernosa li fece volgere en- 
trambi alla porta. 

— Signor marchese ! — esclamò con forza 
il fattore Vincente roteando ferocemente gii 
occhi in mezzo alla sua barba nera, e i cri- 
stalli e i fiori della favola parvero tremare 
al grido di quella paternità offesa. Solo il 
marchese restò impassibile e gli spiegò sor- 
ridendo : 

— Paragonavo il collo di vostra figlia a 
quello di una statua che vidi recentemente 
a Roma e davvero vi trovo molte rassomi- 
glianze. 



42 LA SERENA IGNORANZA 

— Signor marchese! — ripetè Vincente 
senza muoversi, col viso torvo e la voce ir- 
rompente di chi si crede beffato. 

E proseguì lento e solenne : — Mia figlia 
è una ragazza onesta: lo sappia. 

— Via, via, e chi ne dubita ? — mormorò 
infastidito e conciliante Emanuele, mentre 
accendeva con gesto pacato il suo avana. 

— Lei, ne dubita, lei, signor padrone, — 
proruppe Paltro avvicinandosi fino a porgli 
sottocchio le sue spalle erculee e le sue mani 
dure, e con una di queste afferrò la figlia ad 
una spalla come per scagliarla alla porta : — 
Tu intanto vattene di qui; la casa del mar- 
chese Atris non è il tuo posto, — le comandò 
rudemente. 

Ma Emanuele, pallido, fremente, indignato 
di tale imposizione, intervenne fra i due. Il 
suo carattere autoritario e impulsivo insorse 
veemente. Come mai un villano si permet- 
teva di imporgli la propria volontà? Il suo 
capriccio doveva essere rispettato a qualun- 
que costo e con gli spiriti intorbidati dall'ira 
dichiarò fermamente: 

— Vostra figlia può rimanere qui; ella è 
in casa sua. Vi avverto che fra un mese sarà 
mia moglie. 

Allora il fattore Vincente lo considerò 
un lungo momento sbalordito dallo stupore, 
quindi allungò una delle sue ruvide mani 
come per offrirla, ad una stretta di riconcilia- 



LA SERENA IGNORANZA 43 

zione amichevole. Ma il marchese Emanuele 
Atris sprofondò i pugni chiusi nelle tasche 
della sua giacchetta e gli intimò calmo: 

— Andate pure. Riceverete domani il vostro 
licenziamento. 



Dopo un mese, nella piccola cappella della 
sua villa, egli sposava senza pompa la bella 
figlia del fattore e partiva il giorno stesso 
per Venezia. 

Vestita a Parigi, ingioiellata con sobria 
ricchezza, pettinata con elegante semplicità, 
ella portava degnamente la sua corona, anzi 
ne illegiadriva la grave nobiltà con la sua 
trionfante bellezza, con la sua chiara fre-. 
schezza che sapeva ancora di bosco e di siepe 
come le piume degli uccellini prigionieri. 
Emanuele non aveva rimpianto l'impeto col- 
lerico della sua imperiosa natura, il quale gli 
aveva buttato improvvisamente fra le brac- 
cia, come moglie e come amante quella pic- 
cola campagnuola scontrosa. 

La dolce ignoranza di Luce, la sua timi- 
dezza pavida, la sua tenerezza appassionata 
fatta d'amore e di riconoscenza, contrasta- 
vano così singolarmente con la statuaria av- 
venenza della sua persona e con la magnifica 
serenità del suo volto, che ne veniva al ma- 



44 LA SERENA IGNORANZA 

rito una dovizia di sensazioni nuove squisite 
e discordanti fra di esse, come il fervore del- 
l'adorazione e l'ansia della tutela, come la 
ammirazione più esaltata per un atteggia- 
mento pieno di grazia e il più tenero com- 
patimento per una domanda piena d'inge- 
nuità. Né mai egli si stancava di vivere vi- 
cino a quella creatura che aveva un'anima 
semplice, primitiva e ignara di bambina in 
un divino corpo di sirena. 
L'uomo che veniva da Londra, da Parigi, 
da Eoma, dove le donne ragionavano di pro- 
blemi sessuali e di voto politico e portavano 
con disinvoltura il bastoncino ed il monocolo, 
vivendo ora in solitudine d'amore vicino a 
quella incolta e trepida giovinetta, la giudi- 
cava la compagna più deliziosa e la preda 
più desiderabile che il suo gusto difficile per- 
chè viziato potesse trovare pei cammini varii 
del mondo. — Oh quanto preferibile — egli 
pensava — la serena ignoranza di mia moglie 
alla saccenteria petulante e loquace di tante 
donne nuove! 

Senonchè, dopo alcuni mesi di questa idil- 
liaca esistenza Emanuele Atris si stabilì con 
la moglie nella sua casa in città, incomin- 
ciando ad introdurla nella società ch'egli fre- 
quentava, e poiché nessuno ignorava la biz- 
zarra storia di quel matrimonio, il quale 
aveva particolarmente delusa e indispettita 
una sorella del marchese, la giovine sposa fu 



LA SERENA IGNORANZA 45 

fatta segno alla meno benevola curiosità delle 
signore e alla più mordace attenzione degli 
uomini. 

Ella possedeva una sola arma per ferire: 
la sua bellezza; un solo scudo per difendersi: 
il silenzio. E non parlava che a monosillabi 
quand'era interrogata, non pronunziava che 
brevissime frasi di saluto e di commiato, ma 
ascoltava con paziente docilità i discorsi al- 
trui più inconcludenti e tediosi, assentendo 
spesso amabilmente col sorriso e col gesto. 

Qualche gruppo d'uomini l'aveva sopran- 
nominata « la bella statua » ; qualche gruppo 
di donne « la bella oca ». Ma ella lo ignorava 
e visse tranquilla finché suo marito che lo 
seppe non le consigliò per la prima volta con 
aria seccata di prendere parte alle conversa- 
zioni dei salotti ch'ella frequentava per im- 
pedire che le si appiccicasse qualche nomi- 
gnolo insolente. 

Ella, nella sua ignoranza degli usi della 
buona società, non comprese che il fatto era 
già avvenuto e con la sua- mite mansuetu- 
dine cercò di porre in pratica le esortazioni 
del marito. 

Ma pochi giorni dopo, la sorella di Ema- 
nuele gli capitò in casa all'improvviso, volle 
parlare con lui solo e soffocando a stento le 
più ironiche risa gli raccontò che sua moglie 
era divenuta dal giorno innanzi la favola dei 
suoi amici i quali andavano rij)etendo jyer la 



46 LA SERENA IGNORANZA 

città una sciocchezza da lei detta, divertendo 
tutti quanti. 

Emanuele ascoltava masticando nervosa- 
mente il suo sigaro, e poiché la sorella esi- 
tava con sottile perfidia a proseguire, egli la 
incitò con lo schioccar brutale delle dita. 

— Avanti, parla! 

— Figurati che ieri, — ella raccontò con 
finta leggerezza, — mentre prendevamo il thè 
dalla De-Donatis, ella ci mostrò un piccolo 
idolo cinese che aveva ricevuto ier Paltro in 
dono da Arrighi il quale, come sai, è il suo 
amante. Io prendo in mano V idoletto ed 
esclamò con entusiasmo : — Oh il piccolo gra- 
zioso Budda ! — Quindi lo passo a tua moglie 
che lo guarda un momento, poi dice: — Si 
chiama Budda questo fantoccino? Anche il 
nostro medico ha un cane che si chiama 
Budda. — Oi guardammo tutti senza ridere, 
ma appena se ne fu andata, immagina quale 
ilarità si scatenò. La De-Donatis aveva ad- 
dirittura le convulsioni, tanto si.... 

— Dunque, — la interruppe il fratello do- 
minando la sua ira, — questo è il fatto e bi- 
sogna mettervi rimedio. Domani, anzi oggi 
stesso mi cercherai una istitutrice per mia 
moglie. 

La sorella se ne andò tutta lieta dell'inca- 
rico e ristitutrice si presentò dopo tre giorni. 
Era una giovane signora alta e snella, ve- 
stita a lutto per la morte recente del marito. 



LA SERÉNA IGNORANZA 47 

Si chiamava Elena Barchi e disse di appar- 
tenere a distintissima famiglia. Difatti aveva 
due belle mani molto curate ed un volto pal- 
lido e fine chiuso fra bande ondulate di ca- 
pelli neri. Si consultò brevemente col mar- 
chese Emanuele che assisteva alla lezione e 
decise di incominciare subito con qualche no- 
zione di letteratura. 

— Senza risalire alle origini della lingua, 
— ella disse rivolgendosi con un sorriso alla 
sua allieva che ascoltava tutta confusa, — ci 
fermeremo al trecento e parleremo oggi di 
Dante: il Dante giovanile della Vita Nuova 
più. accessibile e più umano di quello della 
Divina Commedia,... 

— voi che per la via cVAmor passate.... — 
mormorò il marchese risovvenendosi dei suoi 
lontani anni liceali. 

— Attendete e guardate, — proseguì Elena 
Jiarchi volgendogli un lungo sguardo, — scegli 
e dolore alcun, quanto il mio, grave. 

Luce li osservava intimidita, senza com- 
prendere, sbattendo le palpebre come una 
bambina che lotti col pianto e quando, dopo 
un'ora e mezza di dotta conversazione, la sua 
maestra s'alzò per andarsene, ella sospirò 
quasi per liberare il suo cuore dal jjeso del- 
l'angoscia ed attese il momento di trovarsi 
sola con suo marito per stringersi a lui ed 
essere un poco confortata. Ma Emanuele 
guardò l'orologio e disse: 



48 LA SERENA IGNORANZA 

— Abbiamo ua'ora prima di pranzo; ac- 
compagno a casa con Pautomobile la signora. 

Ed uscirono entrambi lasciandola sola. 

Le lezioni proseguirono per due o tre mesi 
senza troppo notevoli risultati nella coltura 
della giovine marchesa, ma in compenso suo 
marito ed Elena Barelli parevano accordarsi 
meravigliosamente in tutte le questioni, com- 
prese quelle di letteratura. Egli assisteva 
senza stancarsi ad ogni seduta, assicurando 
che aveva bisogno di rinfrescare la sua istru- 
zione e quasi sempre accompagnava a casa 
l'istitutrice oppure la tratteneva a pranzo. 

Una sera, a mezzo d' una conversazione 
alla quale partecipava anche con brevi parole 
la marchesa Luce, egli gettò ridendo ad Elena 
Barchi, attraverso alla mensa^ una frase fran- 
cese che sua moglie non comprese. L'altra ar- 
rossì leggermente con una piccola smorfia di 
civetteria e gli rispo.^ e sorridendo : — Canaille. 

Questa volta la marchesa Luce capì, s'in- 
torbidò in volto e non aprì più bocca e non 
toccò più cibo; ma gli altri due, occupati 
com'erano di loro stessi non se ne accorsero. 

Il domani quando la maestra tornò ella si 
finse ammalata e non la ricevette^, ma Ema- 
nuele uscì con lei per riaccompagnarla e non 
rincasò che a tardissima ora nella notte. 

Sua moglie lo attese sveglia, soffocando il 
pianto nel guanciale, ma quando egli rientrò 
le mancò il coraggio di chiamarlo. 



LA SERENA IGNORANZA 49 

Ella sentiva ora con amara umiliazione il 
peso schiacciante della sua ignoranza e la 
sua inferiorità di fronte alle altre donne, di 
fronte specialmente ad Elena BarcM che sa- 
peva tante cose, che scriveva libri e discu- 
teva di tutto con eleganza e con facilità. 

Oltre le espansioni e le tenerezze dell'amore 
ella non conosceva più nulla, mentre le altre 
donne possedevano tanti mezzi per interes- 
sare e per trattenere i loro mariti od i loro 
amanti. 

Emanuele infatti da qualche tempo la tra- 
scurava o la trattava con una superiorità infa- 
stidita che profondamente l'affliggeva. Certo 
egli la paragonava ad Elena e forse si ver- 
gognava di lei e forse la disprezzava. 

Marito e moglie non si parlarono per due 
giorni ed al mattino del terzo il marchese 
Emanuele, prima d'uscire entrò nella camera 
di Luce che Univa di pettinarsi e senza ac- 
costarsi le disse: 

— Dal momento che la signora Barchi urta 
i tuoi nervi al punto d'essere messa alla porta 
quando viene, t'avverto che non avrai più il 
dispiacere di vederla, perchè l' ho licenziata. 

Luce si volse con le braccia sollevate ad 
appuntarsi le treccie pesanti e domandò con 
un sorriso incerto: 

— Avrò un'altra maestra? 

— È inutile! — rispose con un gesto an- 
noiato Emanuele sollevando lentamente le 

Q^UGLiELMiNETTi, Anime allo specchio, 4 



30 LA SERENA IGNORANZA 

spalle. E si volse per uscire. Ma sua moglie 
d'un balzo gli fu vicino, lo afferrò pel bavero 
della pelliccia, gli parlò sul viso per la prima 
volta con una voce soffocata d'indignazione, 
fremente di gelosia, satura d'odio e di sar- 
casmo. 

— Io so perchè tu hai licenziato quella 
donna. Io so perchè la signora Barchi non 
verrà più a darmi lezione. 

Emanuele l'allontanò da sé con un atto di 
tediato compatimento e allungò la mano alla 
porta per girare la maniglia ed andarsene 
senza risposta. 

Ella interpose fra lui e il battente qliel suo 
bel corpo agile di giovine amazzone e rise 
col volto contratto da una affaiyiosa ironia, 
proseguendo : 

— Perchè la lezione la vai a prendere tu, 
non è vero! E sembra che non ti annoi, per- 
chè ci vai ogni giorno, non è vero? 

Aspettava una smentita pietosa, un diniego 
che la illudesse ancora, una parola che pla- 
casse la sua disperazione. 

Ma l'uomo che non l'amava più, le rivolse 
solo un sorriso sprezzante che era un'affer- 
mazione senza difesa. Ed ella gli cedette il 
passo e lo vide allontanarsi muta, fissandolo 
con due occhi smarriti. 



UN PICCOLO SEGRETO. 



La giovine vedova salì lentamente ì cento- 
quindici scalini che portavano allo studio di 
Franco Devalle e prima dì premere il bottone 
elettrico che sovrastava alla lucida placca 
d'ottone infissa nel muro accanto alla porta, 
sostò un momento col cuore palpitante ed il 
respiro affannoso. Sempre, giungendo dinanzi 
a quella porta, ella indugiava qualche minuto 
per riprendere forza dopo la lunga salita e 
per ricomporsi un viso sorridente da offrire 
al primo sguardo dell'amico. Quindi allun- 
gava la sua mano inguantata di nero e un 
leggero trillo vibrava all'interno mentre s'a- 
priva istantaneamente il battente e la testa 
bruno-chiomata di Franco ne usciva insieme 
al suo braccio il quale afferrava la donna 
alla vita e la trascinava dentro di colpo, col 
gesto violento e sicuro con cui si ghermisce 
una preda. 



J2 UN PICCOLO SEGRETO 



Ma Mna Fares, la giovine vedova, pre-H 
mette ripetutamente il bottoncino elettrice] 
e vibrarono all'interno prolungati trilli senzs 
che Franco Devalle apparisse. Lo studio si 
apriva sopra un corridoio flancheggiato da 
alcune altre porte ed ella s'appoggiò al mure 
inquieta e nervosa, domandandosi per quale 
ragione egli mancasse al consueto convegno^ 
Trasse dalla borsetta una sua lettera de] 
giorno innanzi e la rilesse con attenzione 
Non s'era ingannata ; egli le fissava l'appun^ 
tamento per le quattro del domani e lei 
quattro erano ormai passate da venti minutil 
Non le rimaneva che tornare sui suoi passim 
tristemente, con la delusione di quella port» 
rimasta chiusa ai suoi richiami, con un senso; 
d'oscura ostilità per chi la deludeva e già 
s'avviava lentamente con una ruga di cor-* 
ruccio fra le sopracciglia e il volto angui 
stiato nell'ombra del fitto velo nero, quandd 
un passo affrettato risuonò lungo la scala e 
quasi d'improvviso Franco le fu d'innanzi e' 
l'accolse fra le sue braccia mentr'ella già pò 
neva piede sul primo gradino. 

— Perdona.mi, amore, perdonami se mi soi( 
fatto attendere tanto. La colpa non è miai! 
La direttrice vuole iniziare un corso di leij 
zioni d'arte e mi ha trattenuto per parlar^ 
mene. Immagina come fremevo d'impazienza!! 
sapendoti qui ad aspettarmi. Mi perdoni? 

Egli la trascinava parlando verso la portgjì 



1 



UN PICCOLO SEGRETO 



iello studio ed appena l'ebbe rinchiusa alle 
loro spalle la costrinse a sedere, le tolse il 
v^elo, il cappello, i guanti e s'inginocchiò ai 
suoi piedi cingendole con le braccia la vita 
Sottile che un morbido raso nero avvolgeva 

secondava mollemente. 

Franco Devalle impartiva alcune lezioni 
settimanali di pittura in un istituto privato 
3 contava fra le sue allieve una piccola ni- 
pote di Mna Fares. Per mezzo di questa era 
lata fra di essi dapprima una viva amicizia 
p poi un amore che durava da parecchi mesi 
senza che nulla o ben poco della loro pre- 
bedente esistenza e della loro vita familiare 
Fosse l'un l'altra noto. Franca sapeva che 
N'ina era vedova da due anni e che abitava 
3on la madre in una villetta sub urbana circon- 
iata da un giardino. Mna conosceva di Franco 
il vasto studio e la piccola camera attigua 
iov'egli dormiva talvolta intere settimane 
senza rientrare in casa, sapeva quante ore 
pglì dedicava all'insegnamento dell'arte sua 
p nuU'altro. Credeva ch'egli l'amasse perchè 
[a luce del suo volto quando la contemplava 
e la dolcezza delle sue parole non potevano, 
aon dovevano ingannare, e da molti mesi 
3lla accorreva ogni tre giorni lassù, in quella 
silenziosa e fresca oasi della sua vita deserta, 
per illudersi o per sperare o per convincersi 
l'essere amata. 

Ora, non ostante le spiegazioni dell'amico. 



54 UN PICCOLO SEGRETO 

ella non riusciva a ritrovare il fiducioso ab- 
bandono dei giorni innanzi e le perdurava 
nel cuore e nei nervi l'agitazione di quell'at- 
tesa che le metteva sulle labbra un po' pal- 
lide un sorriso incerto e quasi forzato. 

— Se tu sapessi che cosa ho pensato in 
quel quarto d'ora ! — ella disse piano a Fran- 
co, chinandosi a carezzargli con la sua guan- 
cia i capelli. 

— Cose orribili, mi figuro, — egli rise 
senza sollevare il volto, canzonandola tene- 
ramente. 

— Abbominevoli, — ella proseguì tra seria 
e scherzosa; — che tu fossi partito all'im- 
provviso senza nemmeno salutarmi; che tu 
non mi amassi più e cercassi di sfuggirmi; 
che tu ti fossi rinchiuso qui dentro con un'al- 
tra donna. 

— Nientemeno! — esclamò Franco scuo- 
tendo il capo in atto scandalizzato; — e 
tutto ciò per colpa delle senili velleità arti- 
stiche risvegliatesi oggi nella signora diret- 
trice. Ma io non voglio che si destino un'al- 
tra volta in te così ingiuriosi sospetti, e ti 
svelerò a tale scopo un piccolo segreto che 
saremo noi due soli a conoscere. Vieni con me. 

Egli s'alzò e cingendole col braccio le spalle 
la condusse passo passo fino ad un angolo 
semi-oscuro del grande studio, dissimulato da 
un largo paravento giapponese. 

— Vedi, — spiegò Franco accendendo un 



UN PICCOLO SEGRETO 55 

Mammifero — lì dietro esiste una porta, una 
porticina segreta come al tempo degli incan- 
tesimi, che s'apre precisamente in fondo al 
corridoio. 

— A me pare una porta come tutte le al- 
tre, senza segreti e senza incantesimi, — os- 
servò incuriosita Mna esaminando la porti- 
cina misteriosa. 

— Ebbene no, cara signora, questa porta 
non è come tutte le altre, — ribattè Franco, 
fingendosi indispettito; — ed ora lo vedrà. 

La ricondusse in mezzo allo studio, uscì 
con lei nel corridoio, si fermò nel fondo in 
faccia a due battenti chiusi e coperti di j)ol- 
vere. Franco lasciò il braccio di Mna, sollevò 
alquanto con la mano uno dei battenti, vi 
spinse incontro il ginocchio e la porta cedette, 
s'aperse dietro il paravento giapponese, di 
colpo, quasi per incanto. 

— Ma come? — esclamò Nina Fares stu- 
pita e ridente, — si può dunque entrare con 
tanta facilità in casa tua? Se i ladri lo sa- 
pessero, che festa! 

— No, no, — mormorò con un gaio sospiro 
Franco rinchiudendo con cura la porta dis- 
simulata, — i ladri non vanno a far visita 
ai pittori e non rubano, purtroppo, i quadri 
moderni. Da questo lato sono tranquillo. La 
porticina segreta serve soltanto a me quando 
dimentico a casa la chiave dello studio, ciò 
che la mia artistica smemoratezza fa sue- 



56 UN PICCOLO SEGRETO 

cedere abbastanza spesso. Ed ora servirà an- 
che a te quando t'accadrà di giunger^ qui 
e di non trovarmi. Invece di arzigogolare sulle 
mie partenze furtive o sui miei tenebrosi 
tradimenti, spingerai la porticina ed entrerai 
in casa mia ad assicurarti che ne sei tu sola 
signora e padrona. 



"i^ 



Trascorsero parecchi altri mesi senza che 
alla giovine donna occorresse valersi del pic- 
colo segreto per entrare in quel loro silen- 
zioso rifugio d'amore. Ella vi saliva pun- 
tualmente ogni tre giorni ed ogni volta la 
testa bruna ed il braccio di Franco appari- 
vano fra i battenti al primo trillo di cam- 
panello per accoglierla e trascinarla dentro 
con un gesto predace. 

Ormai la passione tumultuosa dei primi 
tempi s'era trasformata a poco a poco in una 
tenerezza ancora fervida ma non più folle, 
quasi in una amicizia amorosa che riempiva 
di fiduciosa tranquillità il cuore di Mna 
Fares. Solo le doleva di non poter frequen- 
tare maggiormente l'amico, rimanergli vicino 
più. spesso e più a lungo, assisterlo durante 
il suo lavoro. Essi abitavano ai lati opposti 
della città e la madre di Mna, vecchia e ma- 
laticcia, non le permetteva di lasciarla di 



UN PICCOLO SEGRETO 57 

frequente sola in quella loro villetta alquanto 
isolata, dove raramente qualche amico di 
lunga data o qualche provata amica veniva 
a trovarla. Ma negli ultimi tempi un pensiero 
audace turbinava nel cervello della giovine 
vedova e già una volta ella ne aveva fatto 
cenno a Franco senza tuttavia scoprirgli tutti 
i suoi misteriosi propositi. 

Ella occupava con sua madre il piano ter- 
reno e il primo piano della casa, le camere 
per gli ospiti e quelle per la servitù sì tro- 
vavano al secondo ed abitava al terzo una 
famiglinola raccomandata a loro da certi lon- 
tani congiunti di suo marito, la quale oc- 
cupava tre stanzette ed una vasta terrazza 
a mezzo coperta che sovrastava a tutta la 
villa. Ei usciva facilissimo ricoprirla intera- 
mente con una grande invetriata e farne un 
bellissimo studio per Franco Devalle. Sola- 
mente occorreva che la famiglinola se ne an- 
dasse, e questa invece pareva risoluta a non 
muoversi. 

— Ti piacerebbe dipingere in una veranda 
chiara, in mezzo ad un giardino tutto verde, 
con la vista delle montagne tutte azzurre ed 
avermi vicina sempre e potermi vedere quando 
ti piace ? — ella chiedeva a Franco di tanto 
in tanto, senza chiaramente esporgli le sue 
speranze, ed egli sorrideva come si sorride 
al racconto di una fiaba, divertito ed incre- 
dulo, senza dare importanza a quelle blande 



58 UN PICCOLO SEGRÉTO 

fantasie. In realtà egli amava quel suo vec- 
chio studio affacciato sui tetti delle case ve- 
tuste, alto e silenzioso sulla città piena di 
fragori, tutto echeggiante a quando a quando 
dello squillo lento e profondo d'una vicina 
campana ondeggiante al sommo d' un cam- 
panile fraterno. 

Ma un giorno la piccola famiglia del terzo 
l)iano ereditò all'improvviso da un parente 
dimenticato alcuni beni immobili ed accin- 
gendosi a prendere possesso della sua pro- 
prietà avvertì immediatamente la signora 
Fares che lasciava libero il suo alloggetto. 
La vecchia, malaticcia ed abitudinaria, ne fu 
desolata, ma una indicibile gioia riempì il 
cuore della giovine vedova e subito ella ri- 
solvette di correre da Franco per parlargli 
di questa inattesa fortuna. 

Ella v'era stata il giorno innanzi e l'amico 
non l'attendeva, ma tuttavia ella non esitò 
a porre in opera il suo proposito tanto viva 
era l'imj)azienza e tanto grande la felicità 
che l'animava. Trovò per sua madre un pre- 
testo qualsiasi e salita in una vettura di 
piazza si fece portare senza indugio allo stu- 
dio di Franco. Non le era occorso mai in 
un anno d'amore di salire così rapidamente 
e senza fatica quei centoquindici scalini e di 
giungere così ansante e così gioiosa presso 
quella porta. 

Toccò leggermente il campanello e un 



UN PICCOLO SEGRETO .19 

trillo discreto risuonò alPinterno, ma Puscio 
rimase chiuso. 

— Dio mio, egli non c'è, — sospirò la 
donna gettando uno sguardo al suo piccolo 
orologio. E notò che esso segnava le quattro 
e mezzo e che a quell'ora le lezioni di Franco 
erano finite da un pezzo. Premette una se- 
conda volta e un poco più a lungo il cam- 
panello, col cuore che già le doleva di tri- 
stezza e di delusione, ma la porta rimase im- 
mobile dinanzi al suo sguardo afflitto. 

— Bisognerà che io me ne vada e che ri- 
torni domani, — riflettè volgendosi per an- 
darsene a malincuore, ed in quell'atto le 
venne sott'occhio la porticina in fondo al 
corridoio, la porticina segreta, la porta degli 
incantesimi. Immediatamente il suo volto si 
rischiarò. Come mai non le era balzato subito 
nella memoria il piccolo segreto che Franco 
le aveva un giorno rivelato? Bastava solle- 
vare alquanto il battente, sospingerlo col gi- 
nocchio, forzare leggermente, ed ecco, l'u- 
scio s'apriva dietro il paravento giapponese 
ed ella entrava nello studio, attendeva pa- 
zientemente l'amico e si assicurava una volta 
di più d'essere ella sola là dentro signora e 
padrona. 

Ora le parole stesse di Franco le tornavano 
al pensiero e finivano di disperdere nel suo 
cuore l'inquietudine malinconica di poc'anzi. 
Tutta lieta s'accinse a tentare l'esperimento, 



60 UN PICCOLO SEGRETO 

sorridendo tra sé di quel gioco curioso che 
aveva un leggero sapore d'avventura ladre- 
sca. Depose in terra la borsetta e il grande 
manicotto e col cuore che le batteva come 
se compiesse un'azione disonesta, s'avvicinò 
alla porta, ne sollevò il battente e lo forzò 
con le ginocchia finché lo sentì cedere sotto 
il suo peso, scricchiolare sui cardini, aprirsi 
di colpo. 

Involontariamente gettò un piccolo grido, 
ma la voce le rimase strozzata in gola e 
d'istinto ella indietreggiò, pallida come una 
morta : Franco Devalle le stava ritto dinanzi. 

Franco la guardava con un volto corruc- 
ciato irato irriconoscibile. Egli aveva i ca- 
pelli in disordine, la blusa da lavoro male 
abbottonata, i colori disseccati sulla tavo- 
lozza che teneva in mano e la sua voce tre- 
mava. 

— Tu qui ì Ma lo sai che oggi non t'aspet- 
tavo? E perché entrare a quel modo? 

La sua voce tremava mentre egli le ripe- 
teva queste domande sommessamente, par- 
landole sul volto come per non essere udito 
da altri. Ma ella, appoggiata al muro con la 
bocca suggellata dallo stupore e le sopracci- 
glia congiunte sugli occhi spalancati nell'om- 
bra del velo nero, non rispondeva. 

— Ho ricevuto in questo momento la vi- 
sita d'una signora che vuole un ritratto, — 
egli proseguiva con voce sempre sommessa 



UN PICCOLO SEGRETO 6l 

ma più rinfrancata, — e guai se ti avesse 
veduta entrare a quel modo! Tu ti saresti 
compromessa senza rimedio, ed anch'io. Com- 
prendi ? 

Allora Mna Fares fu scossa da una lunga 
stridula sarcastica risata e quel riso parve 
esalare tutto il veleno che da alcuni momenti 
s'accumulava nel suo cuore. 

— Dovevano enormemente assorbirti quel 
ritratto e quella visita, poiché io suonai più. 
volte alla tua porta senza che essa si aprisse, 
— ella osservò fissandolo bene in viso. 

-— Ti giuro che non ho udito, — protestò 
Franco; — certamente il campanello non 
funziona. 

— Sì, — assicurò la donna con ironica 
lentezza, — il campanello funziona benissimo. 
È piuttosto il tuo spirito che oggi non fun- 
ziona. Ti sei lasciato cogliere in trappola con 
una inesperienza, con una incoscienza che 
sarebbero semplicemente ridicole se non fos- 
sero orribilmente dolorose ed offensive. 

E mentre ella pronunziava queste parole 
l'espressione del suo volto mutò ; le linee sti- 
rate del ghigno beffardo si radunarono, quasi 
si rimpicciolirono sotto la stretta di una in- 
dicibile angoscia. 

— Eitorna domani, ti spiegherò meglio, — - 
susurrò ancora Franco rientrando ed acco- 
stando i battenti. 

— Non ritornerò più, — ella dichiarò bre- 



62 UN PICCOLO SEGRETO 

vemente con la voce strozzata e si chinò per 
raccogliere la sua borsetta e il grande mani- 
cotto rimasti a terra. Quindi s'avviò con le 
gambe che male la reggevano, col cuore che 
le pesava come piombo, verso la porta. E 
adagio, appoggiandosi alla ringhiera, discese 
i centoquindici gradini e sopra ognuno di 
essi le parve di calpestare coi suoi stanchi 
piedi una delle illusioni che vi aveva lasciato 
salendo. Ma giunta in basso ebbe un attimo 
d'esitazione. E se veramente Franco non le 
avesse mentito? Se quella visita fosse inno- 
cente come egli affermava? Poteva forse as- 
sicurarsene aspettando la donna, spiandola 
quando usciva, cercandole in volto le traccie 
del tempo passato lassù. Si scosse, scacciò 
queste ingenue supposizioni, comprese quanta 
stolta speranza e quanto tenace amore esse 
tradissero ancora, si vergognò di sé mede- 
sima, si compianse amaramente. 

Ed uscì in fretta come se temesse di rica- 
dere nell'errore, salì in una carrozza, diede 
senza esitare l'indirizzo di casa sua. 



LMMMAGINE E IL RICORDO. 



Si parlava d'amore e di ritratti. 

— Contemplare l'immagine d'una persona 
cara quando ella è lontana o si è perduta è 
l'unico conforto alla tristezza di un amante, 
— affermava Fernando Alviti, con quella sua 
voce lenta e nasale che arrotondava le sil- 
labe e con quei suoi gesti raccolti e circolari 
che gli davano un'aria pretesca. 

Io sostenevo il contrario. 

— Un ritratto è cosa tanto muta e tanto 
fredda in confronto all' immagine che l' inna- 
morato porta in sé stesso e vede con gli oc- 
chi del suo desiderio e del suo rimpianto. 
Dopo un certo tempo, che è il periodo an- 
cora dolce sebbene già malinconico dell'in- 
tenso ricordo, quel rettangolo di carta su cui 
s' immobilizza in un atteggiamento immuta- 
bile quella figura pura così viva, così inquieta, 
così varia nella fantasia, diviene intollerabile 



64 l'immagine e il ricordo 

allo Sguardo e odioso al pensiero come P im- 
magine stessa dell'amore pietrificato, mum- 
mificato. Od almeno, a me così accade. 

Nessuno fra i presenti fu del mio parere, 
tranne Luciano Sterni, Pufficiale di marinai 
che aveva viaggiato mezzo mondo e raccolto 
una quantità considerevole di piccoli docu- 
menti umani d'ogni razza e d'ogni colore ii 
quali ne rendevano la conversazione fiorita 
e curiosa come un libro d'avventure. 

— Io comprendo molto profondamente là 
verità di quanto affermate, — egli disse cod 
un sorriso amarognolo ed un lento crollare 
della sua testa bruna, precocemente solcata 
dai venti di tutti i mari. 

— Fra i parecchi ritratti di donne più o 
meno fugacemente amate eh' io conservo, uno 
solo provoca ancora in me una sensazione 
strana, deliziosa e dolorosa al tempo stessoj 
composta di rammarico e di bramosia, di di-3 
spetto e di tenerezza, di tutti quei moti ir- 
refranabili dell'anima che formano il ricordo 
amoroso. 

Tutti lo ascoltavamo interrogando con gli 
occhi ed io mi domandavo come e perchè 
egli intendesse darmi ragione con quelle pa- 
role che sembravano invece smentirmi. 

— Aspettate, — egli proseguì sorridendéj 
del nostro stupore, — ora vi dirò di quale 
ritratto singolarissimo si tratti e vi raccon- 
terò per questo una piccola storia vera che 



L* IMMAGINE E IL RICORDO 65 

ha in fondo come tutte le storie inventate 
la sua brava morale. 

— Sentiamo, — pronunciò lento Fernando 
Alviti, con un grave gesto d'invito condi- 
scendente che pareva un'assoluzione antici- 
pata per qualche supposta colpa d'amore. 

— A Cuba nelle Antille, dove la mia nave 
sostò un mese, alcuni anni fa, — raccontò 
Luciano Sterni, — io incontrai una graziosis- 
sima creola, moglie di un mio conoscente in- 
glese che vi si era recato anni innanzi per 
commerciarvi tabacco e caffè e vi aveva già 
accumulato una cospicua fortuna. Ella si chia- 
mava Juanita, aveva una selva di capelli neri 
leggermenti crespi, due occhi così languidi e 
grandi che davano la vertigine e due labbra 
così fresche e molli che parevano destinate 
a guarirla. 

La conobbi ad una festa da ballo data in 
nostro onore dal Consolato e ne fui così af- 
fascinato che non mi staccai da lei per quasi 
tutta la sera. Ella parlava egualmente bene 
lo spagnuolo e l' inglese e siccome io sapevo 
esprimermi in entrambe queste lingue le ma- 
nifestai subito l'impressione vivissima che la 
sua singolare bellezza suscitava in me e le 
dissi la mia fervida ammirazione con parole 
forse alquanto improprie ma certo abbastanza 
efficaci. 

Ella mi rispondeva a piccole frasi staccate 
e armoniose come i gorgheggi di una capi- 
ci uglielm inetti, Anime allo specchio. 5 



66 l'immagine e il ricordo 

nera e rideva tratto tratto guardandosi at- 
torno spaurita come per assicurarsi che nes- 
suno ci udisse. 

Ma suo -marito giocava al Iridge in un sa- 
] Ottino attiguo e solo la consolessa, intenta 
a discorrere col mio comandante, ci lanciava 
di quando in quando attraverso alP intrec- 
ciarsi delle coppie, rapidi guardi benevolmente 
protettori. 

La consolessa era Pamica intima della mia 
bella dama, sebbene di molti anni più ma- 
tura, ed amandola teneramente la compian- 
geva d'aver sposato per indolente sottomis- 
sione quel rigido inglese j)iù vecchio di venti 
anni, tutto assorto negli aifari, tutto acceso 
dall'avidità del denaro e bramoso solo di 
procurarsene quanto più. gli fosse possibile, 
ma geloso al tempo stesso di quella giovine 
moglie che non lo capiva e che non lo se- 
condava. 

Ella era una fragile creatura fatta per es- 
sere accarezzata e vezzeggiata, per vivere 
sdraiata fra molti cuscini in un giardino 
pieno di fiori, con ai piedi qualcuno che le 
parlasse d'amore, ma piano, in sordina, per 
non turbarla troppo. Abitava invece con suo 
marito una casa massiccia a un piano solo, 
con enormi finestre protette da fitte grate di 
ferro, dipinte a vivaci colori. 

Ma j)er fortuna la consolessa possedeva 
una villa all'europea, circondata da un folto 



L* IMMAGINE E IL RICORDO 67 

l)arco quasi allo stato selvaggio e pieno di 
ima vegetazione tropicale. Là noi ci davamo 
convegno ogni giorno durante il mese ch'io 
rimasi alle Antille e spesso, giungendo, io 
la scorgevo di lontano i)er i viali immensi 
tagliati con l'accetta in quella specie di fo- 
resta vergine, adagiata con la sua amica in 
una di quelle veccliie carrozze tipiclie di Cuba 
che hanno due sole ruote altissime e un gi- 
gantesco timone. Un piccolo negro in livrea 
rosso e oro e stivali alla scudiera sedeva alla 
postigliona in groppa al cavallo coperto di 
finimenti d'argento, e nulla era più pittore- 
sco di quel corteo fiammante e luccicante 
sotto il verde cupo dei palmizi colossali che 
mi veniva incontro di carriera e dal quale 
mi sorrideva una bella donnu e una piccola 
mano mi salutava. 

Fu un amore esotico che mi lasciò nel ri- 
cordo quasi un odore di vainiglia e un sa- 
pore d'ananas, così dolce, così j)ieno di gra- 
zia e d' imprevisto che non lo scorderò finché 
vivo. 

Ma giunse la vigilia della partenza e noi 
piangemmo l'una nelle braccia dell'altro come 
due morenti che si lasciano per l'eternità. 
Saj)evamo che non ci saremmo più riveduti 
nella nostra vita e questa certezza quasi tra- 
gica dava al nostro addio non so qual senso 
di fatalità terribile e squisita. L'amore non 
era ancora morto e il desiderio non era an- 



68 l' immagine e il ricordo 

Cora sazio, eppure era necessario staccarci e 
andare per opposte vie e vivere lontani col 
nostro ricordo vivo e lacerante, per sempre. 

La supplicai che mi permettesse di scri- 
verle e di farle giungere le mie lettere per 
mezzo della sua amica; ella mi rispose con 
un diniego dolce ma fermo al quale fui co- 
stretto a cedere. Allora le chiesi un suo ri- 
tratto, almeno un suo piccolo ritratto che 
mi seguisse dovunque nella mia esistenza di 
vagabondo del mare, e eh' io potessi contem- 
plare e baciare quando la memoria di quel- 
l'amore e il rimpianto di averlo troppo presto 
j)erduto mi torturassero più amaramente. 

Ella vi riflettè a lungo come se il dono 
ch'io le chiedevo le costasse uno sforzo im- 
menso, i30i dinanzi ai miei sguardi implo- 
ranti ed alla tristezza accorata delle mie pa- 
role non seppe resistere e mi promise di 
accondiscendere. 

Il domani, poche ore innanzi la partenza, 
mi recai a salutare la consolessa e a dare l'ul- 
timo addio alla mia piccola amica. I suoi me- 
ravigliosi occhi dove sembrava essersi fusa la 
malinconia di due razze, erano quel mattino 
così dolenti, così carichi di disperato ramma- 
rico che non li potevo guardare senza sen- 
tirmi tremare il cuore. Al momento del di- 
stacco ella trasse dal seno una sottile corni- 
cetta d'oro adorna di un nodo d'amore e me 
la porse con queste parole : 



l'immagiìne e il ricordo 69 

— Ti prego di non togliere mai dalla sua 
cornice il piccolo ritratto ch'essa contiene. 

— Te lo prometto sul nostro amore^ — ri- 
sposi commosso, felice, contemplando la deli- 
ziosa immagine chiusa fra le quattro colon- 
nette d'oro. Ella vi appariva in una tunica 
sciolta di seta chiara dalla quale emergevano 
nude le bellissime spalle e le braccia e il 
collo. Il viso sorrideva con una vaga mesti- 
zia e gli occhi guardavano lontano all'oriz- 
zonte, all'infinito. 

— Questa fotografia mi fu presa pochi giorni 
fa dalla mia amica, — ella mi disse ancora; 
— ho voluto avere per sfondo il giardino della 
sua villa, il nostro giardino. 

— Il giardino incantato, — sospirai in un 
estremo bacio e fuggii per strapparmi a quel- 
l' incanto, fuggii verso il porto, mi feci por- 
tare alla mia nave, mi nascosi nella mia ca- 
bina come in una tana, impedendomi di 
guardare al di là di quella parete dove vi- 
veva e respirava una creatura che mi pareva 
una parte palpitante di me stesso. Allora 
cercai qualche conforto nella contemplazione 
della sua immagine, e nel parlarle e nel- 
l'adorarla come se fosse viva e reale; e la 
passione ancora intensa, il ricordo ancora 
intatto sapevano animarla, vivificarla, dare 
quasi mobilità al suo sguardo e calore alla 
sua persona. 

Questo durò alcuni giorni e furono giorni 



70 L IMMAGINE E IL RICORDO 

di delirio e di spasimo che mi prostrarono. 
Ebbi la febbre e rimasi nella mia cuccetta 
quasi al buio nella sola compagnia di quel 
ritratto, insofferente anche degli amici più 
cari. E a poco a poco, contemplando senza 
posa queir immagine adorata, mi j)areva tal- 
volta ch'essa impallidisse o si confondesse 
sotto il mio sguardo ; mi sembrava quasi che 
il fervore della mia contemplazione ne scio- 
gliesse lentamente le linee come si discioglie 
presso il fuoco la cera. Poi pensavo che certo 
erano allucinazioni della febbre e che la 
dolce immagine mi sorrideva sempre nitida 
e bella come prima, tra i palmizi del giar- 
dino lussureggiante. 

Ma quando finalmente m'alzai ed osservai 
il ritratto alla piena luce del mezzogiorno ri- 
masi costernato. No, la dolce figura non si 
delineava più snella e chiara nella sua j)ic~ 
cola cornice d'oro. Il volto, il collo, le brac- 
cia parevano coperti d'un velo di polvere 
grigia e le pieghe molli della tunica bianca 
s'erano appesantite e quasi confuse con le 
linee del paesaggio. 

Trasognato e ancora debole com'ero, non 
comprendevo quella strana trasformazione e 
vi attribuivo un funesto presagio. Forse ella 
era malata, forse ella era morta e me ne av- 
vertiva così con quell'annunzio misterioso. 
Non sapevo rispondermi e frattanto il ritratto 
impallidiva sempre più, sempre più si con- 



L IMMAGINE E IL RICORDO 7I 

fondeva, finché un giorno m'avvidi che più 
nulla della cara immagine v'appariva. E ne 
fui disperato come se soltanto allora ella mi 
fosse lontana completamente e senza speranza 
perduta. Mi domandai per qualche tempo per- 
chè ella avesse voluto impormi questa ultima 
tristezza e se veramente ella ne fosse consa- 
pevole quando fui tentato di togliere la fo- 
tografia dalla cornice nella incerta speranza 
di scoprire così il suo segreto. Sapevo di man- 
care ad una promessa, ma non mi trattenni 
e fatti saltare i piccoli chiodi, liberato dalla 
sua custodia quel foglietto di carta ormai in- 
utile, vi trovai scritto dalla mano della mia 
perduta amica queste parole: «Durerà più 
l'immagine o il ricordo?». 

E solo allora compresi perchè ella mi avesse 
impedito di scriverle. Scrivere significava far 
rivivere invano il i3assato, e questo era peri- 
coloso ; concedere un ritratto era innocuo : ba- 
stava saperlo distruggere a tempo. 

Ma ella stessa, la piccola anima ingenua 
della creola, aveva potuto immaginare una 
soluzione così scaltra, così abilmente europea ? 
Non lo credetti mai e penso oggi ancora che 
la prudente consolessa dopo aver colta sulla 
lastra la figuretta leggiadra della sua amica 
l'abbia poi fissata sulla carta quel tanto che 
bastasse ad illudere un povero innamorato 
lontano finché il ricordo e l'amore durassero. 
Ed ella medesima forse le aveva suggerito la 



L IMMAGINE E IL RICORDO 



domanda incredula, la domanda troppo scet- 
tica per le labbra fresche e ancora un i)oco 
selvatichette della mia giovine amica. 

Tuttavia riposi il ritratto nella sua cor- 
nice e pur così svanito, così muto, così vuoto 
di lei, continuai ad adorarlo, a interrogarlo, 
a contemplarlo. Lo guardavo lungamente cer- 
candovi ancora qualche linea anche vaga delle 
care sembianze, immaginando allora il rifio- 
rire del volto, lo splendore del sorriso come 
un prodigio. E mai nessun ritratto perfetto 
d'arte e di somiglianza seppe darmi la com- 
mozione e il desiderio che quella macchia 
oscura chiusa in unacornicetta d'oro mi diede. 
E mai nessuno mi fu così caro. 

Per questo penso anch' io che qualsiasi im- 
magine materiale della j)ersona amata è sem- 
pre infinitamente inferiore a quella che l'a- 
mante porta in sé stesso e vede con gii occhi 
del suo cuore. 

— E la morale? — domandò d'un tratto 
Fernando Al viti nell'attimo di silenzio che se- 
guì il racconto di Luciano Sterni. Ed al co- 
mico suono della sua voce lenta e nasale tutti 
si scossero e risero. 

— È vero, è vero. E la morale? 

— Ciascuno ne tragga la sua, — disse ri- 
dendo Luciano Sterni. — Io j)er mio conto 
l'ho già fatto. 

— Dunque, sentiamo — incoraggiò l'Alviti 
sempre più mellifluo. 



L IMMAGINE E IL RICORDO 



L'altro si raccolse un momento a medi- 
tare nell'attento silenzio degli ascoltatori, li 
guardò ad uno ad uno bene in faccia con una 
serietà alquanto canzonatoria, poi dichiarò: 

— Ecco. Quando una donna vuole offrirmi 
il suo ritratto io lo rifiuto : anche se è bella. 

Ma tutti risero e nessuno credette. 



LA MATRIGNA. 



Vittorino Ponti, chiamato da tutti Rino 
perchè era biondo sottile roseo come una 
fanciulla, apprese un giorno una straordi- 
naria notizia da Rocco Deluca, un piccolo 
pettegolo suo compagno di collegio, che sa- 
peva sempre i fatti altrui e li raccontava 
con maligna gioia. 

— Presto avrai una matrigna, Rino, — gii 
disse sottovoce una sera urtandolo nel go- 
mito Rocco Deluca mentre salivano le scale 
del dormitorio. 

Rino si mise a ridere credendo che il com- 
pagno scherzasse scioccamente, ma incomin- 
ciò ad oscurarsi e a guardarlo di traverso 
poiché l'altro proseguiva: 

— .Scommetterei che tuo padre non te l'ha 
detto, ma oramai lo sanno tutti. Lo si di- 
ceva anche oggi al caffè in un gruppo d'uf- 
ficiali. 



LA MATRIGNA 70 

— Ohe cosa si diceva? — domandò Rino 
senza guardare il compagno, mentre s' inol- 
travano tra le file dei lettini candidi. 

— Dicevano che tuo padre sposa la figlia 
del sottoprefetto, quello dalla barba bianca 
che viene spesso a trovare il direttore. 

— È una frottola, — disse Bino dandogli 
una spinta irosa nel dorso e passò oltre senza 
più guardarlo. Poi si spogliò in fretta e si 
rannicchiò nel suo letto pensando alle parole 
di Rocco Deluca. 

Avrebbe avuto una matrigna ? Era vera 
quella notizia od era uno dei soliti scherzi 
cattivi del compagno ? Egli aveva perduto 
la madre bambino e gli pareva impossibile 
che dopo otto anni di vedovanza suo padre 
pensasse a dargli una matrigna. Eppure una 
segreta e oscura ansia lo avvertiva che quel 
fatto j)oteva accadere, che quel fatto forse 
accadrebbe. E com'era questa figlia del sot- 
toprefetto I La immaginava biondastra, secca, 
vestita di grigio, con un viso falso e sorri- 
dente, mellifluo e bilioso come il nome odioso 
di matrigna gli suggeriva. Si ricordò che un 
suo piccolo amico d'infanzia, figlio d'un pro- 
fessore di latino, aveva una matrigna fatta 
così e si diceva che il professore, mortagli 
la moglie, aveva sposato la serva. Ma la figlia 
del sottoprefetto era una signorina e suo i)a- 
dre non poteva sopportare le donne brutte. 
Difatti le cameriere di casa erano sempre 



76 LA MATRIGNA 



graziose e vestivano come damigelle. Gli 
parve d'un tratto che una di esse. Maria, si 
chinasse su di lui e gli susurrasse: — Sono 
io la matrigna, — meatre la sua faccia si 
cambiava d'un tratto e diventava nera, schiac- 
ciata e feroce come quella del buldogg che 
suo padre teneva in giardino. Si scosse, com- 
prese che si addormentava e che sognava, 
ma i pensieri gli si confusero ancora ed il 
sonno lo piombò nell'insensibile oblio. 

Una settimana dopo suo padre lo fece chia- 
mare inaspettatamente in parlatorio e quasi 
senza preamboli, battendogli la mano sulla 
spalla gli disse sorridendo : — Vittorino mio, 
tuo padre sta forse per commettere una 
sciocchezza, ma se mai la commette in buona 
fede e non bisogna dargli troppo la croce 
addosso. Fra otto giorni mi sposo, Vittorino 
mio, e sono venuto a dirtelo prima che tu lo 
sappia dagli altri. 

— Lo sapevo già, — disse Rino guardando 
le scarpe di suo padre ch'erano gialle e lu- 
cide come due arancie, e soggiunse tra sé: 
— Poteva aspettare ancora un poco, ormai 
lo sanno persino i gatti del collegio. 

Ma il signor Ponti, già solitamente di- 
stratto e smemorato, pareva in quei giorni 
mezzo intontito e non rilevò le parole di suo 
figlio. Nel congedarsi gli battè un'altra volta 
la mano sulla spalla e fu solo dopo aver aperta 
lo porta per andarsene che si ricordò di chie- 



LA MATRIGNA 77 



(lergli se volesse intervenire alla cerimonia. 
Ma Eino comprese che suo padre non lo de- 
siderava e sentì che egli stesso vi si sarebbe 
trovato a disagio. Quindi rispose che fra po- 
che settimane incominciavano gii esami e 
che il direttore gli avrebbe concessa a ma- 
lincuore questa assenza. 

Suo padre gli rispose in fretta: — Bene, 
bene, — e lo salutò con la mano saltando 
nell'automobile che lo aspettava al cancello. 

Dieci giorni dopo Eocco Deluca gii de- 
scrisse ampiamente la cerimonia, gii nominò 
gli invitati, gli riferì che la sposa era tutta 
avvolta in un velo bianco e gli domandò 
che regalo gii avessero fatto. Eino mostrò 
una piccola spilla in forma di frustino con 
un brillante al posto del pomo che gli ave- 
vano mandato il giorno prima in una sca- 
tola di confetti e si rallegrò perchè Eocco 
Deluca parve ammirarla moltissimo. 

Dopo ricevette per qualche settimana, di 
quando in quando, una cartolina illustrata 
firmata da suo padre e da un altro nome 
incomprensibile e arguì da ciò che gli si)Osi 
viaggiavano. Da Parigi, da Vienna, da Lon- 
dra e da Pietroburgo, gli giungevano a in- 
tervalli sopra un rettangolo di carta, un an- 
golo di giardino, una cupola di chiesa, un 
quadro celebre^ un cosacco in alta uniforme. 
Egli intanto si preparava ai suoi esami, li 
superava con facilità e stava da due giorni 



LA MATRIGNA 



chiedendosi die cosa avrebbe fatto di lui 
durante le vacanze quello smemorato di suo 
padre, quando questi, accompagnato dalla 
sposa, lo venne improvvisamente a prendere 
per j)ortarlo in campagna. 

Vittorino Ponti, avvertito che suo padre 
ed una signora lo attendevano in parlatorio, 
discese ad incontrarli con la faccia oscura. 
Dopo un mese e mezzo quei due si ricorda- 
vano finalmente di lui e suo padre si de- 
gnava di presentargli la sua matrigna. L'a- 
vrebbe guardata bene in faccia con un'aria 
di sfida quella donna odiosa che era venuta 
a prendere il posto di sua madre, e l'avrebbe 
trattata con la più indifferente freddezza. 
Entrò in sala con le mani nelle tasche della 
sua giacchetta e vide subito suo padre. Ma 
egli gli volgeva il dorso e stava in piedi un 
po' curvo a parlare con un'altra persona, la 
quale semi-affondata in una poltrona rima- 
neva invisibile. 

— Papà, — chiamò Rino spazientito per- 
chè si volgesse, e poiché suo padre si ritrasse 
e corse a prenderlo alle spalle per sospin- 
gerlo avanti, egli vide così la sua matrigna. 

Ella vestiva di bianco ed aveva all'oc- 
chiello della giacchetta una rosa di velluto 
nero. Aveva pure un casco di velluto nero 
che le nascondeva tutti i capelli tranne una 
breve frangia bruna e due strisele ondulate 
luno:o le 2'uancie. Portava calze di seta bianca 



LA MATRIGNA 79 

che parea rosea alla trasparenza e scarpine 
di velluto nero allacciate alla greca sopra la 
caviglia. Una gamba stava sovrapposta al- 
l'altra ed ella aveva appoggiato al ginocchio 
il gomito e sulla mano il mento e lo guar- 
dava con un leggero sorriso. Lo guardava 
di sotto in su con due occhi larghi, non neri 
e non grigi e non azzurri, ma misti di tutti 
quei colori e gli sorrideva con una bocca 
un po' tumida, un po' sporgente e rossa come 
un piccolo frutto. 

Allora Rino Ponti sorrise anche lui e tolse 
le mani dalle tasche della giacchetta per 
stringere quella che la sua matrigna gli 
porgeva. 

— Spero che ci vorremo bene, — ella disse 
con una grazia semplice e vivace, ed alzan- 
dosi d' improvviso se lo trasse vicino e lo 
baciò sulla tempia. Erano egualmente alti, 
egualmente smilzi ed il signor Ponti rise 
guardandoli ed osservò con tranquilla ma- 
lizia: — Sembrate voi altri due gli sposi. 

— Mi chiamerai Isa, semplicemente, — 
ella soggiunse prendendogli il braccio ; — sa- 
remo come fratello e sorella; io la sorella 
maggiore, tu il fratellino minore, non è 
vero ? 

Rino accennò di sì col capo, con gli occhi, 
col rossore ingenuo e ardente delle sue guan- 
cie; ma durante il viaggio, in carrozza, in 
treno, in automobile, le rivolse raramente la 



8o 



LA MATRIGNA 



parola e sempre dopo una lunga i^repara- 
zione mentale cliiamandola timidamente : si- 
gnora. 

Ella rideva guardando suo marito e par- 
lava al figliastro da vicino, con gli occhi 
negli occhi, facendogli sentire il profumo 
del suo alito e quello della sua cipria che lo 
stordivano. 

Egli giunse a villa Ponti stanco come se 
avesse compiuto un viaggio di tre giorni, e 
quando finalmente si coricò nella sua stan- 
zetta di bambino e chiuse le palpebre nel 
buio, continuò a vedere quell'abito bianco 
e quella rosa nera, quegli occhi indefinibili 
e quella bocca tentante. Si sentiva tanto 
felice e insieme tanto infelice come non cre- 
deva fosse possibile al mondo, felice di po- 
terla guardare e udire ancora il domani e il 
doman l'altro e sempre, infelice di sapere 
ch'ella era la moglie di suo padre, la matri- 
gna, quella che aveva usurpato il posto di 
sua madre, una donna che egli non poteva, 
e non doveva amare. 

11 domani ella vestiva una molle tunica 
di seta molto scollata, dalle lunghe e larghe 
maniche spaccate fino alla spalla, coi lembi 
trattenuti da cordoncini d'oro che lasciavano 
travedere le sue braccia ed appariva così 
I)iù femminile, emanava un senso d'intimità 
]3iù carezzevole ma insieme più inquietante. 
Stavano in una piccola veranda aperta sul 



LA MATRIGNA 8l 

giardino e suo padre andava e veniva fa- 
mando e ciarlando, mentre ella dipanava ma- 
tassine di seta dopo averle distese su le mani 
aperte di Vittorino. E rideva osservando l'im- 
perizia impacciata del giovinetto, la sua con- 
fusione nel risponderle, la timidezza ritrosa 
con la quale egli la chiamava Isa e le dava 
del tu. 

Egli non aveva mai dato del tu a nessuna 
donna, nemmeno alle fantesche di casa che 
vedeva di rado e che trattava freddamente 
col voi, perciò non si j)oteva abituare a ri- 
volgere la parola a quella bellissima signora 
al modo stesso con cui la rivolgeva ai suoi 
compagni di scuola, per esempio a Eocco 
Deluca : — Senti, Eocco, mi dai un pennino ? 
Senti, Isa, mi accomodi il nodo della cra- 
vatta ? 

Eppure a poco a j)oco si avvezzò anche a 
questo ed imparò a farle da cavaliere con 
un garbo che la meravigliava e che attirava 
i motteggi maliziosi di suo padre. 

— Finirò per essere geloso di mio figlio, 
— egli diceva qualche volta scherzando e 
una fiamma saliva alla faccia rosea del gio- 
vinetto. 

Egli aveva quasi dimenticato ch'ella fosse 
per lui la matrigna e non vedeva più in lei se 
non un'amica di qualche anno maggiore, che 
un destino qualunque gli aveva fatto incon- 
trare e che per nulla al mondo egli avrebbe 

GuGLiELMiNETTi, Anime allo specchio. 6 



82 LA MATRIGNA 



voluto perdere. L'amava in silenzio, con quella 
segretezza gelosa e quasi selvaggia dei pri- 
missimi amori che non si rivelano ma che 
maturano in tristezza i cuori adolescenti, ed 
una paura soltanto lo assaliva: quella di 
doverla presto lasciare per ritornare al suo 
collegio. 

Un giorno che suo padre erasi recato a 
caccia con alcuni amici, egli fu così contento 
di restar solo con lei una giornata intera 
che si fece animo e le manifestò una sua 
trepida speranza. Avevano corso e passeg- 
giato a lungo in un boschetto attiguo alla 
casa ed ora sedevano su d'un tronco atter- 
rato coperto di licheni giallastri. Ella sca- 
vava con la punta dell'ombrellino piccole 
buche nel terreno, ed egli le guardava at- 
tentamente pensando al modo d'incomin- 
ciare. 

— Credi che pai)à mi manderà ancora in 
collegio quest'anno ? — domandò i)erplesso. 

— Perchè ? Non ci vorresti tornare ? — 
ella chiese a sua volta senza interrompere 
il gioco. 

— Ecco, vedi, — egli disse con molta esi- 
tazione, accarezzando col palmo i licheni gial- 
lastri, — quest'anno non ci tornerei volen- 
tieri e tu potresti farmi un piacere immenso, 
se volessi. 

— Ossia pregare il signor padre che ti lasci 
restare a casa. E questo il piacere immenso? 



LA MATRIGNA 83 



— Sìj — disse Rino in un soffio; — stu- 
dierei tanto lo stesso ed egli non avrebbe a 
pentirsene e poi, vedi, io resterei con te, 
sempre con te, non ti lascerei più. 

Pronunziò le ultime i)arole piano, con la 
voce chiusa in gola come se una mano glie 
la stringesse e sentì in sé una commozione 
così struggente, una tenerezza così dolorosa 
che abbassò le i^alpebre per trattenere il 
j)ianto. Ma le lagrime grosse, calde, ancora 
infantili, sgorgarono egualmente e caddero 
sui licheni giallastri. Egli s'era abbassato 
sul tronco d'albero per nascondere la sua 
debolezza e non vedeva il viso della donna, 
ma dopo un momento sentì le mani di lei 
sulle sue tempia e s'alzò e la guardò negli 
occhi. 

Ella sorrideva d'un sorriso un po' forzato 
e diceva con la voce leggermente ansante: 
— Via, via, non fare così, un ragazzo non 
deve piangere. Pregherò tuo padre perchè ti 
lasci a casa. Sei contento ora? 

Egli le baciò una spalla, vi premette un 
momento la guancia col cuore che gli doleva 
di felicità e non rispose. Non parlarono più. 
di questo, ma il domani in fin di tavola suo 
padre traendo dalla tasca il portasigarette 
gli domandò se veramente credeva vantag- 
gioso per lui di restarsene a casa. Eino gettò 
un rapido sguardo alla matrigna che quel 
giorno era pallida e non toccava quasi cibo 



84 LA MATRIGNA 



e rispose prontamente clie ciò non gli avrebbe 
recato alcun danno. Poteva seguire i corsi 
dell' istituto come esterno e studiare anche 
meglio degli anni innanzi. 

Suo padre si strinse nelle spalle e mentre 
rispondeva: — Fa come ti pare — e il viso 
del giovinetto s'illuminava di gioia, egli porse 
l'astuccio aperto a sua moglie. 

— Grazie, — ella disse scuotendo il capo 
in un sorriso stanco, — sto poco bene oggi, 
ne soifrirei. 

Padre e figlio la guardarono con ansia, ma 
ciascuno con una espressione diversa. 

Il fanciullo aveva una piccola ruga di an- 
goscioso timore in mezzo alla fronte, l'uomo 
una trepidazione incerta negli occhi attenti. 
Questi s'alzò, venne ad accarezzarle i capelli, 
j)oi si chinò al suo orecchio e le susurrò qual- 
che parola. 

— Ohi sa, — ella disse con gli occhi semi- 
chiusi, guardando lontano attraverso alle ci- 
glia e dopo un momento soggiunse: — Può 
darsi. 

Vittorino non potè gustare la sua gioia 
perchè da quel giorno la salute di Isa lo 
tenne in ansietà e in tristezza. Ora j)ranzava 
quasi sempre solo o in compagnia di suo 
padre e se qualche volta la matrigna scen- 
deva dalle sue stanze, era così pallida, con 
labbra appena rosee ed occhi così cerchiati 
ch'egli non poteva guardarla senza sentir- 



LA MATRIGNA 85 

sene il cuore stretto di pena. Ed aspettava 
di giorno in giorno che ella guarisse, che 
discendesse un mattino dalla sua camera col 
viso chiaro e gli occhi ridenti, pronta a cor- 
rere con lui nel boschetto, come una fan- 
ciulla. Ma venne invece il medico del paese 
e prima d'andarsene battè familiarmente la 
mano sulla spalla del signor Ponti e questi 
gli diede una vigorosa stretta come un uomo 
soddisfatto. Eino salì nella sua stanza i)er 
meditare sopra queste stranezze ma mentre 
usciva dal corridoio, udì la cameriera e la 
cuoca trattenervisi in conciliabolo segreto. 

— Dunque la signora è proprio incinta, 
non c'è più dubbio, l'ha detto il medico. 

— Poveretta ! Incomincia presto; ha fluito 
di star bene. 

— Mah ! è il destino delle donne : soffrire. 

Vittorino non udì le considerazioni filo- 
sofiche della cuoca perchè s'era slanciato sulle 
scale e saliva i gradini a quattro a quattro 
senza vederli. Quella notizia lo sbalordiva e 
lo irritava, gli dava una specie di ribrezzo 
oscuro, di collera sorda contro suo padre e 
contro di lei. Aveva veduto qualche volta 
donne incinte e provata una ripugnanza 
come di cosa mostruosa che non lo faceva 
ridere con malizia viziosa come i suoi com- 
pagui, ma guardare altrove con disgusto. Ed 
Isa sarebbe stata così, deforme, gialla, con 
l'aria affaticata e le mani sul ventre. Ed 



86 L MATRIGNA 



infine sarebbe nato un bambino, un altro 
figlio di suo padre, il fratellastro. Non gli 
pareva possibile, non doveva essere possibile 
una cosa tanto orrenda. 

Vi pensò molti giorni senza osare di par- 
larne a nessuno e quando Isa comparve un 
mattino a tavola un po' spettinata, più ma- 
gra, curva, con le gengive quasi bianche che 
apparivano nel suo sorriso incerto, egli non 
.seppe avvicinarsele ne i)arlar]e e continuò 
ad osservarla di sfuggita ma attentamente, 
come s'ella fosse un'altra, una sconosciuta. 

Ed ella non badava a lui, era tutta as- 
sorta in sé stessa e portava a fatica i cibi 
alla bocca come se la nauseassero, guardando 
appena di quando in quando suo marito che 
la incoraggiava sorridendo con parole piene 
di gaiezza e d'affetto. Egli si sentiva già quasi 
fuori della loro vita, era già il figlio di un'al- 
tra, diverso da quello che stava incomin- 
ciando la sua esistenza e che essi attendevano 
con gioia. E quella donna non era ])ìh Isa, la 
dolce sorella maggiore che egli aveva tanto 
amato, la creatura bella dei suoi sogni d'ado- 
lescente, era già la madre di quel figlio non 
ancora nato, era veramente ora la matrigna. 

Confusamente egli meditava così, masti- 
cando adagio qualche vivanda senza sapere 
che fosse, considerando di soppiatto quei 
due che non si curavano di lui. E quando 
gli parve d'aver finito s'alzò e andò a riflet- 



LA MATRIGNA 87 



tere nel boschetto sedendo sul tronco atter- 
rato. 

Pochi giorni innanzi egli aveva pianto 
d'amore e di gioia sui licheni giallastri che 
lo vestivano^ ma ora non piangeva più. Si 
sentiva quasi forte e quasi calmo nel suo 
dolore, ma comprendeva pure che quella cal- 
ma non poteva durare a lungo e che la 
parte di figliastro alla quale ormai era con- 
dannato gli sarebbe in breve intollerabile. 

— Tornerò in collegio, — disse a sé stesso 
e presa questa risoluzione si mise a tormen- 
tare una lucertolina che correva guizzando 
sul tronco. Stette nel bosco a giocare coi 
grilli e con le formiche fino a sera e quando 
rientrò trovò suo padre già seduto a tavola 
distratto e tutto solo. Gli si mise in faccia 
e lo chiamò perchè si scuotesse e lo ascol- 
tasse: — Papà. 

— Ah, sei qui? 

— Sì, ti volevo dire una cosa. 

— Ohe cosa? 

— Vorrei tornare in collegio. M'annoio a 
restar qui solo senza amici, senza compagni. 

Suo padre sorrise un momento ad un suo 
intimo pensiero, poi lo guardò fisso e gli 
disse : 

— Lo sai che fra qualche mese avrai un 
piccolo fratello od una j)iccola sorella ? Te 
l'ho voluto dire subito i)rima che tu lo sa- 
pessi dagli altri. 



88 LA MATRIGNA 

Vittorino non rispose, solo pensò con ironia 
che le notizie di suo padre arrivavano sem- 
pre con un considerevole ritardo. 

— Mi permetti d'andarmene domani o pos- 
domani ? — domandò con un lieve moto 
d'impazienza; — credo che la mia matrigna 
non avrà nulla in contrario. 

Pronunziò per la prima volta quella pa- 
rola, matrigna, con un tale senso d'ostilità 
irosa e beftarda che colpì persino suo padre. 

— Va pure, — disse egli freddamente ; — 
nessuno ti trattiene. 

B Vittorino Ponti partì il domani all'alba, 
senza salutare la moglie di suo jjadre. 



È PARTITA. 



— Eccolo, eccolo, zio ! — gridò Oretta dal- 
l'ampia terrazza, fra le cadenti ghirlande della 
vite vergine rossa e gialla. 

Suo zio, il pittore Fabio Lucani, alto, ina- 
grissimo, con una corta barba nera e i capelli 
ruvidi già tutti brizzolati, s'affacciò alla ve- 
trata dello studio con la tavolozza sull'avam- 
braccio e le sorrise a fior di labbro. 

— Ma vieni a vedere. Guarda la sua au- 
tomobile; ti piace quel colore verde-cupo? — 
insisteva la voce argentina di Oretta, men- 
tre egli appoggiato alla ringhiera nell'arco 
vermiglio della vite vergine gettava in basso 
uno sguardo fra distratto e tediato. 

— Sì, molto elegante, — disse finalmente 
con un'aria di compiacente rassegnazione, e 
rientrò nello studio, si rimise al lavoro. Ma 
Oretta lo raggiunse subito con un sorriso 
d'ansia e di felicità sul fresco viso ventiquat- 
trenne. 



90 E PARTITA 

— Ecco, ora sale le scale. Quattro piani, 
cinque minuti almeno. Mi dirai se ti piace, 
me lo dirai francamente, non è vero ? Non lo 
tratterrò in salotto, lo condurrò subito qui. 
Ecco: è lui. 

Un trillo lungo e acuto di campanello at- 
traversò Patrio come una freccia. Oretta con 
la mano sul cuore, attese ; dopo un momento 
la cameriera apparve dietro un paravento 
giapponese e chiamò la signorina. Ella gettò 
allo zio un sorriso e corse via leggera. 

— Il conte Bon venturi, mio zio Fabio Lu- 
cani. 

Oretta presentò l'uno all'altro i due uomini 
i quali esitarono un attimo prima di strin- 
gersi la mano e in quell'attimo i loro sguardi 
incontrandosi si sentirono oscuramente ostili. 

— Costui è l'uomo che mia nipote ama, - — 
pensava Fabio Lucani mentre rispondeva gen- 
tilmente alle domande vaghe e convenzionali 
che il giovine gli rivolgeva sulla sua arte e 
sulle sue opere. — Costui è venuto qui oggi o 
verrà qui domani per chiederla in moglie ed 
io non potrò rifiutargliela. E fra due o tre 
mesi quest'uomo che io non conosco, che poco 
tempo fa Oretta non conosceva, se la porterà 
via ed io resterò solo. Io che da vent'anni 
me la vedo accanto, che vivo della sua gio- 
vinezza, che gioisco della sua bellezza, che 
so amarla col cuore e con gli occhi, che godo 
la sua presenza e la sua vicinanza come il 



E PARTITA 91 

maggior bene della mia vita, dovrò sorri- 
dendo cederla a questo giovine bellimbusto, 
per Punica ragione che è un ottimo partito 
e che a ventiquattr'anni una ragazza deve 
prender marito. Io che non posso vendere i 
miei quadri migliori, perchè li amo troppo 
per separarmene, dovrò donare a costui que- 
sto mio dolce tesoro, questa fanciulla che ho 
allevato ed educato io stesso come una cosa 
sacra e dimostrargli inoltre la mia gratitu- 
dine per aver accettato il dono. 

— Il suo studio, maestro, è veramente de- 
lizioso,, — diceva mellifluo Guglielmo Bonven- 
turi, aggirandosi per la vastissima stanza che 
il j)rimo crepuscolo scendendo dall'alto lu- 
cernario riempiva di una tenue luce violacea. 

— Questo ritratto di Laura fu esj)osto 
Panno scorso a Venezia, lo ricordo bene, — 
soggiunse dopo un momento fermandosi ad 
esaminarlo. 

— Laura; chi e Laura? — mormorò fra i 
denti il pittore volgendosi, ma subito si ri- 
cordò che quello era il vero nome di sua ni- 
pote, alla quale per tenero vezzo egli aveva 
imposto fin da bambina il bizzarro diminu- 
tivo trecentesco di Oretta. 

— Ah, già, — rispose senza avvicinarsi, e 
gli venne un gran desiderio di voltare il qua- 
dro incontro alla parete per toglierlo alla 
vista di quell'uomo. 

— Zio, come sei stato freddo con Guglielmo, 



92 E PARTITA 

— lo rimproverò dolcemente Oretta appena 
rimasero soli. 

— Bambina, lo vedo per la j)rima volta, 

— rispose egli accarezzandele i capelli d' un 
biondo acceso, scendenti lungo le guancie 
tutte rosee d'emozione. — Lo sai che mi è 
difficile mostrarmi espansivo con gli estranei. 

— Dunque, che impressione ti ha fatto? — 
élla domandò trepida, sollevando il volto per 
guardarlo negli occhi. 

Ma Fabio Lucani distolse lo sguardo iSin- 
gendo di contemplare il soffitto e rispose eva- 
sivo : — Ecco, ti dirò ; gli ho parlato così poco 
che non potrei giudicare della sua intelli- 
genza. Questo per il morale, quanto al fisico 
non c'è male. Io non gli farei certo un ri- 
tratto, ma tu non lo guarderai con l'occhio 
pittorico; e basta. 

— Non ti capisco, zio, non ti cai)isco, — 
rii3etè Oretta inquieta. — Si direbbe che Gu- 
glielmo ti è riuscito molto antipatico. 

— Che dici, bambina mia? Antipatico qual- 
cuno che piace a te e che tu ami? No, no, 
rassicurati. Tu lo hai incontrato due mesi fa 
ai bagni di mare, e fra altri due mesi sarai 
sua moglie; tu, la i)iccola Oretta diverrai la si- 
gnora, anzi la contessa Laura Bonventuri, e 
mentre mi lascerai io ti darò la mia santa e 
quasi paterna benedizione. Sei contenta ora ? 

Egli parlò circondando col suo braccio le 
spalle della nipote e la sua voce sempre così 



È PARTITA 93 



ferma da sembrare talvolta rude, vibrò lie- 
vemente prima d'ironia poi di commozione. 
Ma Oretta, assorta nei suoi pensieri d'amore 
e di nozze, non se ne accorse. 

Così avvenne che due mesi e mezzo dopo 
il pittore Lucani accompagnò alla stazione 
sua nipote, la quale, terminate le varie ceri- 
monie, partiva per Parigi con suo marito, e 
mentre egli l'abbracciava nello scomparti- 
mento riservato del treno di lusso, tutto in- 
gombro di valigette, di mantelli e di fiori, il 
suo volto appariva così pallido e i suoi occhi 
così smarriti che Oretta si spaventò. 

— Ma zio, tu stai male, — gli disse strin- 
gendogli le mani alle tempia e fissandolo an- 
siosa in volto, ma egli si sciolse dolcemente 
dalla stretta di quelle i)iccole palme inguan- 
tate e impresso un ultimo bacio sul bel viso 
adombrato dal velo, discese in fretta e s'al- 
lontanò. Quasi di corsa, per le strade pres- 
soché deserte di quell'ora meridiana, si di- 
resse al suo studio, salì i quattro piani e si ri- 
fugiò in quell'angolo di mondo tutto suo e 
così pieno di soavi memorie. 

— È partita, è partita, — egli si diceva 
andando concitatamente a rapidi passi dalla 
terrazza allo studio e dallo studio alla ter- 
razza e gli i)areva che in quelle due parole 
fosse racchiusa la sentenza malinconica di 
tutta la sua vita. Mai, nemmeno tanti anni in- 
nanzi, quand'era stato abbandonato da un'a- 



94 K PARTITA 



mante cara, egli aveva sotferto così. Perchè 
quella donna era passata nella sua vita e 
l'aveva resa più intensa e più. bella, ma Oretta 
se n'era impadronita, s'era fatta il centro e 
la fine d'ogni suo pensiero, l'aveva allonta- 
nato dalle altre, l'aveva isolato nell'orbita 
della sua piccola volontà teneramente do- 
minatrice. Egli contava trentacinque anni 
quando gli era stata affidata Oretta che ne 
aveva quattro ed era orfana di un suo fra- 
tello morto in miseria per vizi e per conse- 
guenti malattie. Ella gli era sembrata dap- 
prima un delizioso impaccio alla sua vita li- 
bera e disordinata d'artista ancora giovine, 
ma a poco a poco la bellezza e la grazia della 
piccina, poi della fanciulla, poi della donna, 
l' avevano conquistato. Tutta quelP oscura 
parte di sentimento paterno che ciascun uo- 
mo forse porta in sé stesso, fatta più vivace 
e più passionale da un'ammirazione pura- 
mente estetica e da una adorazione quasi 
amorosa per quella graziosa femminilità che 
gli viveva accanto, s'era sviluppata in un 
sentimento alquanto complicato che non era 
più affetto e non era ancora amore, ma aveva 
dell'uno la tenerezza protettrice, dell'altro la 
gelosa sensibilità. 

— È j)artita, è jjartita, — si diceva Fabio 
Lucani fermo dinanzi al ritratto di Oretta 
esposto l'anno innanzi a Venezia e triste- 
mente rifletteva che quell'Oretta dipinta da 



È PARTITA 95 



lui stesso, creata dal suo amore era Punica 
che ormai gli rimanesse. L'altra, la vera, la 
vivente, quella che parlava e rideva con una 
voce tanto argentina non gli api)arteneva 
più. Uno qualunque era venuto, e senza nes- 
sun diritto, senza essere né più bello, né più 
piacevole, né più intelligente di un altro se 
Pera presa e j)ortata via. Ed egli era rima- 
sto solo. 

Fabio Lucani seguitò così per un mese a 
meditare sulla partenza di Oretta e sull'in- 
giustizia degli umani destini, finché ella ri- 
tornò da Parigi e venne un giorno a trovarlo. 

Indossava una lunga pelliccia scura sopra 
un abito di velluto nero e fra tutto quel 
bruno opaco, sotto un bizzarro cappello a pic- 
colo tricorno che esposto in una vetrina di 
Bue de la Paix aveva portato come un poema 
il cartellino del vien de jparaitre, la sua bian- 
chezza e la sua biondezza sembravano più 
delicate, più fragili, più molli ; le davano l'ap- 
parenza di certi fiori di serra tropicale che 
l'aria troppo viva uccide. 

— Come ti farei volentieri un ritratto così, 
fra tutta quell'ombra notturna, — diceva il 
pittore, socchiudendo gli occhi come per ve- 
dere nei suoi indecisi contorni la figura del 
quadro. 

Oretta rise alzandosi d'improvviso con un 
atteggiamento spaventato. 

— Per carità, zio. Se tu sapessi quanto ho 



96 K PARTITA 

da fare. La casa in disordine, i domestici 
che non conosco ancora, cento vìsite da re- 
stituire, cento da ricevere, e i thè e i teatri 
e i concerti. Anzi, bisogna che ti lasci su- 
bito, sono le cinque e m'aspettano. 

Fuggì con un bacio affrettato, leggera come 
un uccellino dalle penne nere e dalla testa 
dorata e Fabio corse a guardarla ancora dalla 
terrazza fra i rami contorti della vite vergine 
ormai spoglia. La vide salire nell'automobile 
verde-cupo, dopo aver dato rapidi ordini al 
meccanico e scomi3arire all'angolo della via. 

— È partita, — si ripeteva egli rientrando 
nello studio dov'era rimasto il profumo di 
lei come l'essenza di una cosa sfuggente e 
inafferrabile. — È partita. E quando, quando 
ritornerà ? 

Ella ritornò sempre più di rado e sempre 
più brevemente per un intero anno, finché 
un giorno, dopo settimane e settimane che 
Fabio invano l'attendeva, ella gli capitò nello 
studio con un volto fosco, dove solo gli occhi 
brillavano d'ira e d'indignazione. 

— Sai, zio, che cosa ho saputo ? Guglielmo 
gioca, gioca ostinatamente tutte le notti da 
oltre due mesi e perde perde in modo da ro- 
vinarsi. Capisci? È orribile. Dimmi tu: che 
cosa posso farei 

Fabio si strinse lentamente nelle spalle 
guardando la nipote che cincischiava il suo 
fazzoletto di trina con le dita convulse, e in- 



i: PARTITA 97 



tanto provava una specie di ironica gioia nel 
sapere in colpa il marito di Oretta. Quel caro 
Bon venturi che giocava e si rovinava allegra- 
mente, quasi quasi incominciava a diventar- 
gli simpatico perchè sua moglie s'indignava 
contro di lui. 

— Dovresti rimproverarlo tu, zio ; chiamarlo 
qui con un pretesto, fargli capire la sua re- 
sponsabilità e la sua colpa e proibirgli di 
giocare ancora sotto pena di.... 

— Sotto pena di.... — ripetè Fabio Lucani 
agitato da un'oscura speranza. 

— Sotto pena di vedermi abbandonare il 
tetto coniugale, — terminò Oretta con una 
gravità solenne che parve deliziosa a suo zio. 

— Davvero ? Lasceresti tuo marito e ritor- 
neresti a vivere con me? 

— Naturalmente, s'egli mi rovina. 
Fabio si trattenne a stento dall'abbracciare 

la nipote, tanto si sentiva felice, e da quel 
giorno ogni volta che ella tornava, e tornava 
ora spessissimo, le domandava notizie di Gu- 
glielmo, trepidando. 

— Gioca, gioca. Stanotte è rincasato alle 
tre. L'ho rimproverato, mi sono disperata. 
Tutto è inutile. 

E Fabio gioiva dentro di sé mentre atteg- 
giava il volto al più tenero compatimento. 

Ma un mattino Oretta si precipitò nello 
studio con un viso ancora più sconvolto e gli 
mise sott'occhio un biglietto scritto su carta 

Gugliel:\iinetti, Anime allo specchio. 7 



^8 È PARTITA 

rosa che incominciava : « Caro Gugù » , e se- 
guiva fissandogli per la sera il consueto ap- 
puntamento in un ristorante notturno colla 
sua piccola Rirì! 

— Glie Pho trovato in tasca stamattina, 
mentre dormiva e sono corsa subito da te, 
subito, perchè tu mi dica che cosa debbo fare. 
Un'amante, anche un'amante, capisci? È 
troppo, io non ne posso più. Io impazzisco di 
rabbia e di vergogna. 

Ella s'aggirava per lo studio come una bei- 
vetta in gabbia, torcendosi le mani e pe- 
stando il piede ogni volta che si fermava. Ed 
ogni volta, suo zio approfittando dell' interru- 
zione incomincia va pazientemente: — Ascolta. 

Finalmente potè parlare e con le mani di 
Oretta nelle sue per infonderle calma e pa- 
zienza le disse con gravità: 

— Mi pare che ti rimane a fare solo una 
cosa, molto semplice e molto naturale: ri- 
manere qui, non rimettere più piede in casa 
di tuo marito, castigarlo così con fierezza e 
con dignità di tutte le sue colpe. 

Ma mentre egli attendeva che il viso di 
Oretta si rischiarasse e che ella buttandogli 
al collo le braccia gii dicesse con semplicità 
e con tenerezza: — Sì, zio — , la vide invece 
mordersi nervosamente le labbra con le so- 
pracciglia unite da una ruga di corruccio e 
scuotere la testa in segno di diniego. 

— No, zio, tu non hai ragione. Guglielmo 



È PARTITA 99 



sarebbe troppo contento s'io lo abbandonassi 
al gioco ed alle amanti, s' io lo lasciassi libero 
dì passare le notti fuori di casa e di ricevervi 
di giorno le sue amiche. No, no, sarebbe 
troppo comodo per lui, sarebbe troppo alle- 
gro. Io devo e voglio restargli vicino non 
ostante tutto e lottare fino all'ultimo, magari 
creandomi una vita d'inferno. Ma fuggire 
no, mai. 

Ella aveva sollevato la testa con un moto 
di sfida orgogliosa che Fabio Lucani ammi- 
rava come artista ma deplorava come uomo 
e dopo un momento ella s'alzò d'impeto come 
se volesse slanciarsi nella lotta e s'infilò la 
pelliccia, si ricompose il volto dinanzi allo 
specchio e porse la guancia a suo zio. 

— Addio, lasciami andare che è tardi, — 
mormorò, e pose diligentemente il biglietto 
rosa nella sua borsetta d'oro come una pic- 
cola arma insidiosa pronta a colpire al mo- 
mento opportuno. 

Fabio Lucani la guardava e il suo volto 
cupo e la sua persona curva parevano invec- 
chiati in quell'ora di dieci anni. Era finita; 
la sua Oretta mai più sarebbe ritornata. E 
per tanto tempo egli si era illuso che il suo 
amore, la sua protezione, la serenità tran- 
quilla che egli le offriva e tutta la sua ri- 
conoscenza e tutta la felicità che ella gli 
avrebbe data bastassero a trattenerla presso 
di sé, nella casa che per vent'anni era stata 



100 E PARTITA 



sua, mentre il marito l'oltraggiava e la le 
riva. Invece ella preferiva a lui ed alla sua 
adorazione, P indifferenza brutale di quel- 
l'uomo, ella sceglieva la lotta continua, la 
contesa umiliante, la piccola guerra d'ogni 
giorno e d'ogni ora, pur di non separarsi da 
quell'imbecille libertino clie la rovinava gio- 
cando e che la tradiva con una canterina di 
terz'ordine. 

— Addio, ti farò sapere qualche cosa do- 
mani, — gli disse ancora Oretta scendendo 
le scale. Ed egli restò a guardarla finché ella 
scomparve, poi rientrò e sedette al suo scrit- 
toio piegando il volto sulle braccia. Ed an- 
cora una volta egli si ripetè quelle due pa- 
role che parevano racchiudere tutto il suo 
malinconico destino : 

— È partita. 

Ma questa volta gli parve che fosse per 
sempre. 



IL CUORE MALATO. 



— Don Eusebio di Roccavarna giunge do- 
mani, — annunziò il marito della contessa 
Giacinta entrando nel salotto azzurro con un 
telegramma aperto in mano. E il suo volto 
era raggiante, poiché questo avvenimento 
ch'egli attendeva da otto anni, ossia dall'e- 
poca del suo matrimonio, si compiva ora sboc- 
ciando nel suo intimo tutta una fioritura di 
magnifiche speranze ormai quasi spente. 

Se don Eusebio, il ricchissimo zio del conte 
Alberto Corsi, si degnava finalmente d'ab- 
bandonare per qualche tempo la sua solitu- 
dine di misantropo orgoglioso accettando 
l'ospitalità del quasi rovinato nipote, ciò si- 
gnificava chiaramente che l'ira per le pas- 
sate dissipazioni del giovine e per il matri- 
monio d'amore da lui contratto senza il suo 
consenso, cedeva nell'animo del vecchio ad 
una più pacata indulgenza, la quale lo av- 



IL CUORE MALATO 



viava gradatamente ma sicuramente verso 
quelle maggiori concessioni e più tardi verso 
quel grazioso atto di bontà e di giustizia che 
Punico nipote sognava per ripristinare la sua 
logorata fortuna. 

Da qualche tempo il severo gentiluomo, 
sempre sdegnoso e freddo nella sua rigida 
persona scarna e dritta come l'acciaio, pie- 
gava e s' indeboliva sotto il peso di una in- 
fermità noiosa e continua che i medici ave- 
vano dichiarato inguaribile e si trascinava 
stentatamente in compagnia d'un domestico 
dall'uno all'altro luogo di cura, dall'una al- 
l'altra clinica illustre, senza trovar rimedio 
né quiete. Fu allora che molto accortamente 
il conte Alberto gli aveva scritto supplican- 
dolo d'accettare ospitalità in casa sua, nel 
vecchio palazzo gentilizio ch'egli ancora pos- 
sedeva in provincia e dove don Eusebio era 
nato e cresciuto. Ed il vecchio, fiaccato dalla 
tristezza e vinto dalla malattia^ aveva tele- 
grafato accettando. 

Donna Giacinta gettò appena uno sguardo 
sul foglietto giallo che il marito le stendeva 
trionfante dinanzi al viso e disse pacatamente : 

— Sono contenta, sono molto contenta : fa- 
remo pace don Eusebio ed io, anzi faremo 
semplicemente conoscenza, poiché siamo an- 
cora ignoti l'uno all'altro. 

Ella s'era sentita semjDre indifferente al- 
l'ostilità del congiunto di suo marito che 



IL CUORE MALATO 103 



giudicava strambo e noioso e quasi s'era in 
cuor suo rallegrata di non averlo d'intorno 
pedante consigliere e grave jjrotettore, di 
non doverlo ammansare con le sue gentilezze 
e sedurre con le sue grazie. Ora però non si 
nascondeva che quel suo cedere alla pre- 
ghiera del nipote e l'accettarne l'offerta era 
un atto decisivo nella loro vita e che l'ac- 
caparrarsi la simpatia e la stima del vec- 
chio gentiluomo significava assicurarsi per 
l'avvenire una vita di solida e sicura ric- 
chezza invece del fittizio e incerto lusso pre- 
sente. 

Casa Corsi era ospitale; nel vecchio pa- 
lazzo provinciale arredato con antico fasto e 
attorniato da un giardino e da un frutteto, 
residuo di ben più vasti possessi, si succe- 
devano gli amici più intimi del conte e qual- 
che volta le amiche più care della contessa, 
ma quando don Eusebio di Eoccavarna vi 
giunse solo il dottor Marzi, una celebrità 
della scienza medica allora in ferie, lo rice- 
vette presso il grande portone stemmato, al 
fianco di donna Giacinta che gli tendeva le 
mani sorridendo un po' incerta. Don Eusebio 
scese dall'automobile aiutato dal nipote e si 
diresse a passi lenti e strascicati verso 
quella ch'era stata la sua camera di giovi- 
netto. Egli aveva appena guardata la ni- 
pote quasi con una ostentata distrazione ed 
era passato oltre mostrando i denti gialli 



104 "- CUORE MALATO 

in una smorfia che pareva insieme un sor- 
riso ed una contrazione nervosa. Donna Gia- 
cinta si volse al dottor Marzi ed osservò un 
po' amara : 

— Incominciamo bene; — ma subito si 
rasserenò perchè il suo cuore quel giorno 
era pieno d'attesa e di gioia e tutto oltre 
la sua ansiosa felicità le era lontano e in- 
differente. E Marzi, quasi intuendo il suo 
pensiero, le domandò mentre salivano lo 
scalone: — Vannelli ha annunziato il suo 
arrivo ? 

— Sì, ma attendo la conferma, — rispose 
la donna ansando un poco per la salita e si 
fermò sul primo pianerottolo sotto una sta- 
tua della Fortuna con la cornucopia che suo 
marito chiamava scherzando: il genio ironico 
della casa. 

In quel momento un domestico la rag- 
giunse con una lettera ed ella sorrise un po' 
trepida riconoscendo la scrittura rotonda di 
Luigi Vannelli. Certo egli le annunziava il 
suo arrivo per il domani, forse per quella 
sera stessa. 

— Permettete ? — disse a Marzi, e poiché 
egli s'avviava per l'altra branca di scale la- 
cerò nervosamente la busta e lesse. Ma frat- 
tanto il foglio incominciò a tremare fra le 
sue dita ed i caratteri a danzare sotto i suoi 
occhi. Luigi Vannelli si scusava di non po- 
ter passare in casa Corsi i dieci felici giorni 



IL CUORK MALATO 105 



che da tanto aspettava perchè un amico 
gii offriva la possibilità di compiere in sua 
compagnia un viaggio in India da lui lun- 
gamente desiderato e gli toccava partire il 
domani. Chiedeva perdono alla dolcissima 
amica della mancata promessa, assicuran- 
dola che ne avrebbe portato in cuore il 
soave ricordo pei mari lontani e per le fa- 
volose terre e le baciava con devozione le 
bellissime mani. 

— È un addiOj — si disse donna Giacinta 
con gli occhi cupi fissi al suolo sopra una 
screpolatura del gradino e le parve che il 
marmo si muovesse, che ondeggiasse sotto i 
suoi piedi. Egli partiva, così, con tre righe 
di saluto, così come si lascia una conoscenza 
di ieri, non come si abbandona l'amante di 
un anno. Ed ebbe un impeto di corsa in tutte 
le sue membra come se l'istinto di balzare 
verso lui, di fermarlo, d'impedirgli quella 
partenza la sospingesse e la incitasse irresi- 
stibilmente. Forse ella era ancora in tempo, 
forse con l'automobile a tutta corsa senza 
porre indugio poteva arrivare a Luigi, scon- 
giurarlo di non partire a quel modo, senza 
una parola di spiegazione, senza un addio 
più dolce. 

Salì lentamente fino alla sua camera e vi 
si rinchiuse per meglio riflettere. Ma com- 
prese ben presto che quel correre a lui come 
una mendicante d'amore che implora j)ietà 



106 IL CUORE MALATO 



era una cosa misera, umiliante e vana. Vana 
sopratutto e impossibile. La sua partenza che 
egli annunziava con quel tono di rammarico 
leggero e di addio sentimentale, era una fuga 
ed ella lo comprendeva. Perciò tornava in- 
utile insistere, pregare il fuggitivo d'una so- 
sta, mostrargli il suo dolore spasimante : egli 
le apj)ariva oramai un nemico, e come ne- 
mico bisognava trattarlo sebbene dentro di sé 
tutta l'anima urlasse e spasimasse. Ma anche 
l'inimicizia era un sentimento troppo grave 
e troppo fiero per rispondere a quel suo sa- 
luto così leggero e tranquillo, bisognava fin- 
gere l'indifferenza e la calma, bisognava già 
simulare un principio d'oblio. Ed ella, medi- 
tando a lungo, con fatica estrema, tracciò al- 
cune righe di telegramma : « Fate bene a 
partire. Lo zio Eusebio di Eoccavarna occupa 
tutto il mio tempo e tutto il mio cuore. Por- 
tatemi un idoletto indiano. Buon viaggio e 
addio». 

Quindi si vestì e scese a pranzo conse- 
gnando il telegramma a un domestico. Aveva 
indossato un abito scuro a trine antiche che 
doveva piacere a don Eusebio e sedette alla 
destra del vecchio, il quale già adagiato in 
un'ampia poltrona si guardava intorno col 
suo lungo viso di misantropo corrucciato. Ella 
sentiva che gli doveva parlare con dolcezza e 
quasi con umiltà, attrarre a sé la sua bene- 
volenza ritrosa, sorridergli con quella legge- 



IL CUORE MALATO IO7 

rezza carezzevole e cordiale da cui i vecchi 
si lasciano soggiogare. E non poteva. Un 
nodo le chiudeva la gola, una piega amara 
della bocca le impediva di sorridere. Udiva 
Alberto discorrere con lo zio di cose gravi, 
con un tono serio che ella non gli conosceva, 
udiva Marzi intervenire tratto tratto nella 
conversazione con qualche motto leggero o 
scherzoso e udiva la voce nasale di don Eu- 
sebio rispondere all'uno o all'altro con pa- 
role staccate e lente che parevano cadere 
dall'alto. Ed anche udiva sé stessa parlare 
di cose vane che non la interessavano, con 
una voce mutata che le sembrava la voce 
di un'altra, la voce di una donna che par- 
lasse delirando dopo aver ricevuto una maz- 
zata sul capo. 

Quando tu nella sua camera, dopo aver sa- 
lutato don Eusebio con parole fredde e con 
inchini cerimoniosi, suo marito la raggiunse 
e la interrogò con un tono irato e sommesso 
ch'ella non gli aveva mai udito : — Ma dimmi, 
perchè tratti a questo modo lo zio? Tu mi 
sembri nelle nuvole questa sera e sai pure 
che tutto, tutto il nostro avvenire, capisci? 
tutto dipende da te. Io l'ho indotto a ve- 
nire qui, sei tu ora che lo devi conquistare, 
circondare, trattenere perchè non ci sfugga 
in questi pochi giorni che gli restano a vi- 
vere. Si tratta della nostra fortuna di domani, 
comprendi ? 



io8 



IL CUORE iMALATO 



Ella lasciò che Alberto se ne andasse fo- 
sco e nervoso com'era venuto, poi si buttò 
quasi vestita sul letto mordendo il guan- 
ciale per non gridare. Ohe le importava 
della loro fortuna di domani quando l'oggi 
le era così terribilmente amaro? Ohe le im- 
portava dello zio e dei suoi denari, di Al- 
berto e delle sue speranze quando il suo 
amore le fuggiva lontano e il suo cuore si 
spezzava come se un piede vi passasse sopra 
e lo schiacciasse? 

Ella si premeva le mani su quel povero 
cuore che le faceva male e le pareva di do- 
verne ritrarre le dita macchiate di sangue 
quasi le avesse immerse in una ferita aperta. 

Ma il domani svegliandosi ella si rammentò 
di don Eusebio e pensò che bisognava intra- 
prenderne la conquista. Si vestì di bianco con 
una fresca semplicità che ringiovaniva i suoi 
stanchi trent'anni e discese in giardino a co- 
gliere rose per offrirgliele. 

Il vecchio passeggiava già per i vialetti 
ghiaiosi sui quali aveva giuocato fanciullo 
appoggiato al braccio del suo fido domestico, 
ma quando donna Giacinta gli si avvicinò, 
subito comprese che egli non le aveva perdo- 
nato la sua ritrosa freddezza, la sua aria as- 
sente e preoccupata della sera innanzi. Egli 
l'attribuiva certo ad un resto di rancore ri- 
masto in lei per l'ostilità da lui dimostrata, 
alla sua unione con Alberto e se ne offen- 



IL CUORE MALATO IO9 



deva come di una ingiusta superbia, se ne 
sdegnava come di un aifronto. 

Perciò il suo compito le diveniva ora an- 
che più diflfìcile ed ella cercava in cuor suo 
inutilmente la forza e l'abilità di non man- 
carvi. I loro rapporti posti la sera innanzi su 
di un rigido tono di ossequiosa convenienza 
non potevano mutare da un giorno all'altro 
ed occorreva giungere per lenti gradi dal ri- 
spetto alla confidenza e dalla confidenza alla 
tenerezza. 

E come avrebbe ella trovato la calma di 
nervi e la lucidità di spirito necessari a rag- 
giungere questo intento? 

Ella se lo chiedeva, scoraggiata, mentre 
disponeva nei vasi le rose che non aveva 
osato offrire a don Eusebio e, d'improvviso, 
il ricordo di un mazzo di rose rosse simile a 
questo le piombò sul petto come una pietra. 
Le rose che Luigi aveva sparso dovunque sui 
mobili, sui tappeti e sul letto il giorno del 
loro primo incontro, il giorno del loro primo 
abbandono avevano il colore e l'odore di que- 
ste, il colore disfatto e l'odore molle delle 
rose d'autunno. Ed era trascorso un anno ed 
egli era lontano, ed ella lo amava ancora 
senza speranza. 

S'avvide di stringere nervosamente quei 
fiori fra le sue dita come per farli soffrire 
con lei e poiché don Eusebio entrava in quel 
momento sorridendo coi suoi denti giallognoli. 



110 IL cuori: malato 



ella gli gettò uno sguardo d'odio. Sentiva di 
detestare quelPuomo penetrato nella sua vita 
in un'ora così penosa, il quale la costringeva 
per una necessità brutale dell'esistenza a dis- 
simulare il suo profondo male, a parlare men- 
tre la sua gola era piena di singhiozzi, a sor- 
ridere mentre la sua bocca si contraeva nel 
pianto. Quei giorni che ella credeva destinati 
al suo amore e ad una intimità carezzevole e 
dolce di tutte le ore, le si mutavano nell'umi- 
liante martirio d'ammansare un vecchio mi- 
santropo ricco, d'accarezzare un vecchio orso 
ringhioso per indurlo a non lasciarla morire 
di fame. 

Il conte Alberto Corsi non riusciva a com- 
prendere il contegno di sua moglie verso don 
Eusebio ed ogni sera entrava nella sua ca- 
mera a chiedergliene ragione ed a rimprove- 
rarla sempre più stupito e più collerico. 

— Ma tu impazzisci, credo, per sogghi- 
gnare a quel modo mentre lo zio parla. Ti 
ho fissata due o tre volte, ma tu continuavi 
a ridere guardando il soffitto come se ti bur- 
lassi di lui. 

— Io ho sogghignato ? — chiedeva stupe- 
fatta donna Giacinta. 

— E un'altra volta non hai risposto ad 
una sua domanda, e un'altra volta ti sei 
messa a torcerti le mani come se ti pigliasse 
la frenesia. 

— Io ho fatto questo? 



IL CUORE MALATO 111 

— Tu hai fatto questo ed intanto don Eu- 
sebio diventa sempre più. freddo e più acci- 
gliato e incomincia a parlare della sua partenza. 
Sarà la completa rovina e la dovrò a te, ri- 
cordati. 

Quindi usciva sbattendo Puscio e la donna 
rimasta sola meditava. Ella aveva pensato 
tutta la sera a qualcuno che a quell'ora 
stessa s' imbarcava per un paese lontano e 
ignoto, senza vedere il lungo viso di don Eu- 
sebio, senza udire i suoi monotoni discorsi. 
Ed intanto sogghignava verso il fuggitivo, 
con la bocca che sapeva di fiele e si torceva 
le mani di collera muta, mentre d' intorno a 
sé gli altri la osservavano indignati. E nes- 
suno sapeva quale fantasma occupava la sua 
mente, quale mano di ferro stritolava il suo 
cuore. Bisognava dimostrarsi serena e attenta 
e graziosa perchè non le mancasse un giorno 
il necessario e il sui)erfluo che occorrono per 
vivere, ed intanto ella scongiurava il destino 
benigno perchè in quel momento stesso le con- 
cedesse di morire. 

— Sei malata, dimmi, sei malata! — le 
domandò una sera suo marito afferrandole il 
polso quasi brutalmente; — ti farò visitare 
da Marzi perchè trovi la tua malattia e ti 
curi, se è possibile. 

Ma donna Giacinta rise brevemente d'un 
riso amaro e aspro che le faceva sussultare 
le spalle. No, non era malata di una ma- 



112 IL CUORE MALATO 



lattia visibile e curabile dalla scienza di Marzi 
e quasi si rammaricava di non poter giustifi- 
care la sua inquietudine convulsa mostrando 
un membro ulcerato/ una gonfiezza, una con- 
tusione, una lividura, che le permettessero 
di soffrire e di gridare e di torcersi senza of- 
fendere nessuno. 

Tutto il suo corj)o era forte e sano, ma il 
cuore, il povero cuore oscuro e sensibile, era 
malato di un intollerabile male ; senonchè il 
male del cuore non conta nulla dinanzi alla 
pietà dei nostri simili ; il male del cuore, lo 
si)asimo della passione, le trafitture dell'amore 
non sono infermità degne della compassione 
umana. 

Quindi ella meditò un momento e poi ri- 
spose con una menzogna : — Io sto benissimo, 
non disturbare Marzi, ti prego. Solamente, 
vedi, tra me e tuo zio esiste una incompati- 
bilità, un'antipatia istintiva che né l'uno né 
l'altra possiamo dominare. 

— Queste sono allucinazioni, — dichiarò 
duramente Alberto e andò a giuocare agli 
scacchi con don Eusebio reprìmendo a stento 
la collera e gli sbadigli. 

Ma allo scoccare della mezzanotte il vec- 
chio gentiluomo s'alzò a fatica aiutato dal 
suo domestico, porse la mano al nipote e sor- 
ridendo gli riijeté press'a poco le parole di 
donna Giacinta: 

— Caro Alberto, tra me e tua moglie esi- 



IL CtORK MALATO 1l3 



ste una strana incompatibilità che forse non 
riuscirà mai a ricomporsi. È meglio eh' io me 
ne vada e che non le pesi oltre con la niia 
I)resenza. 

Inutilmente il conte Alberto tentò di pro- 
testare e di trattenerlo. Egli vide partire con 
lui ad una ad una tutte le sue magnifiche 
speranze e dopo due mesi e mezzo, quando 
già donna Giacinta aveva dimenticato Luigi 
Vannellij don Eusebio di Roccavarna morto 
in quei giorni lasciava ad un manicomio fem- 
minile le sue vistose sostanze e il domani gli 
uscieri ponevano i suggelli sul portone stem- 
mato di casa Corsi. Intanto sullo scalone di 
marmo la Fortuna continuava a sorridere ed 
a versare dall'alto i suoi tesori con la simbo- 
lica cornucopia. 



GuGLiELMiNETTi, Anime allo specrhio. 



COME UiT OMBRA. 



Il ricevimento che la duchessa Laurati 
offriva all'albergo Imperiale si svolgeva piut- 
tosto freddamente. Gli invitati si apparta- 
vano a gruppi di due, di tre negli angoli del- 
l'ampio salone, conversando a bassa voce e 
ridendo forte come estranei gli uni agli al- 
tri, come gente quasi ignota convenuta per 
caso ad un ritrovo. Alcuni maturi signori e 
qualche dama vetusta circondavano la du- 
chessa e le lodavano la riuscitissima festa 
cercando un pretesto cortese per andarsene 
al più presto. 

Ella era un'americana del nord, blasona- 
tasi in Italia e le cospicue ricchezze non 
le avevano concesso d'acquistare insieme al 
titolo altisonante quella nobile amabilità, 
quella grazia disinvolta, quell'attirante fer- 
vore che riscaldano e ravvivano la gelida e 
ostile atmosfera dei salotti mondani. 



COME UN OMBRA Hl> 

Le si avvicinava di quando in quando a 
sorriderle od a susurrarle qualche breve frase 
affettuosa una sua giovine nipote eh' ella 
amava moltissimo e che per cause oscure 
viveva separata dal marito. 

Elsa Laurati aveva ripreso il suo nome di 
fanciulla e conviveva con la zia la quale la 
considerava come una figliuola. 

Esse abitavano da oltre un mese all'albergo 
Imperiale ov'io ero scesa una settimana in- 
nanzi e le avevo molto attentamente osser- 
vate. La zia vestiva con vistosa eleganza e 
sopra una persona rimasta flessibile e quasi 
ancora giovanile portava una piccola testa 
di vecchia, con capelli tinti in rosso, col naso 
a uncino, con la bocca così cadente che gli 
angoli si prolungavano in due rughe pro- 
fonde ai lati del mento. Pareva uno di quei 
pagliacci meccanici che servono di giocat- 
tolo, i quali per poter aprire la bocca hanno 
il mento staccato dal resto del viso e lo ab- 
bassano e lo sollevano allo scatto di una 
molla nascosta. 

Ma la nipote aveva una faccia di madonna 
sdegnosa chiusa in due bande di capelli ca- 
stani, uno sguardo un po' duro negli occhi 
color d'acciaio, una bocca sottile e immobile 
di persona altera e tenace. Il suo vestire era 
semplice come quello di una fanciulla *ma 
raffinatissimo in ogni particolare. Ella aveva 
un modo strano di volgersi gli occhi intorno 



1 1 (ì COME un'ombra 



rapidamente e quasi in sospetto, come se te- 
messe sempre un agguato. 

Non ostante la sua apparenza quasi ver- 
ginale ella doveva diifondere intorno a sé 
un fascino penetrante perchè tutti gli uo- 
mini la guardavano con desiderio. Ed ella 
prendeva nel parlare ad essi un atteggia- 
mento di voluta ritrosia e insieme d'invo- 
lontario abbandono così palese, li fissava 
così intensamente coi suoi duri occhi d'ac- 
ciaio che ciascuno ne pareva nell'intimo con- 
turbato. 

Uno specialmente, un signore poco più che 
trentenne, dal viso bruno e magro guizzante 
di scatti nervosi, pareva subire la seduzione 
indefinibile di quella donna, talvolta sino 
alla sofferenza. Egli era giunto all'albergo 
poco dopo le due signore ed appariva nel- 
l' elenco dei forestieri col nome di Mario 
Montenero. Sedeva ad un tavolo molto ap- 
partato e durante i pasti non staccava mai 
lo sguardo dal volto della giovine signora 
Laurati, quasi per raccoglierne ogni gesto 
ed ogni espressione, quasi per accordare il 
suo respiro e il suo palpito al respiro ed al 
palpito di lei. Ma ella pareva non accorgersi 
di quell'ammirazione appassionata, ed il suo 
sguardo evitava ostinatamente d'incontrarsi 
negli occhi dell'uomo. 

Tuttavia egli non sembrava stancarsene od 
irritarsene, nò pareva disposto ad avanzare 



COME UN OMBRA II7 



verso di lei con una tattica amorosa meno 
innocua di quella dello sguardo. 

La sera in cui la duchessa Laurati offriva 
all'albergo Imperiale un ricevimento d' addio 
ai suoi amici prima di ripartire per un viag- 
gio all'estero con la nipote, il signor Monte- 
nero appoggiato col dorso allo stipite d'una 
piccola porta laterale del salone pareva una 
cariatide. Immobile, con le mani conserte 
sul petto e gli occhi fìssi su la giovine donna 
s'era quasi impietrito in quell'atteggiamento 
insolitamente orgoglioso, quasi di raccolta 
sfida e di superbo dolore. 

Ella andava dall'uno all'altro gruppo par- 
lando e sorridendo con quella sua grazia un 
po' sdegnosa che attirava e respingeva al 
tempo stesso, ma che lasciava dietro di sé 
quasi un solco di freddezza e di diffidenza. 
Sembrava che ella fosse costretta ad occu- 
parsi di tutta quella gente e che se lo im- 
ponesse come un dovere, senza riuscire a vin- 
cere il leggero fastidio a cui quest' obbligo 
mondano la costringeva. 

Ad un tratto ella attraversò il salone con 
un'andatura lenta, ondeggiante e quasi fe- 
lina, accentuata dal suo abito di velluto fulvo 
a lungo e sottile strascico e s'avvicinò alla 
duchessa Laurati. 

Ella stava porgendo la mano ad un gio- 
vine allora giunto che glie la baciava ga- 
lantemente e sorrise benevola alla nipote 



ll8 COME un'ombra 

quasi afladandole scherzosamente il nuovo 
venuto. Ella ne prese il braccio e si ritirò 
con lui nella strombatura d'una finestra dove 
lo sguardo del Montenero non i)oteva rag- 
giungerla. 

Allora il volto di questi assunse un'espres- 
sione quasi feroce. Non rammento d'aver 
veduto un volto d'uomo manifestare senza 
parola e quasi senza moto un'angoscia così 
agitata, un'irritazione così fosca. 

Io avevo seguite tutte queste singolari 
manovre sedendo con un'amica in un piccolo 
salotto da fumo, attiguo alla grande sala, 
presso una portiera a metà rialzata, la quale 
permetteva d'osservare quasi senza essere 
visti e doi)o congedata la mia visitatrice già 
mi disponevo a ritirarmi, quando irruppe nel 
salottino il Montenero e si pose in osserva- 
zione dietro la portiera sollevata a mezzo. 
Ma vi rimase solo un momento; subito lo 
vidi volgersi con una faccia stravolta strin- 
gendosi una mano rattratta sul petto, e cor- 
rere a spalancare la finestra come se il respiro 
gli mancasse. 

Certamente egli non s'era avveduto della 
mia presenza perchè voltandosi poco dopo mi 
guardò meravigliato e mormorò confuso: 

— Mi perdoni questa mia irruzione, si- 
gnora, non l'avevo scorta e perciò aprii la 
finestra senza chiedergliene il permesso. Mi 
conceda di presentarmi: mi chiamo Mario 



COME UN OMBRA II9 



Montenero ed abito in questo albergo da tre 
settimane. 

Si accingeva a rinchiudere le vetrate so- 
pra la fredda notte quasi ancora invernale, 
quando io lo fermai col gesto: — Vedo che 
lei soffre, — dissi osservando il suo pallore 
e le labbra lievemente cianotiche, — lasci 
aperta la finestra poiché ha bisogno d'aria; 
io stavo ritirandomi. 

Ma egli aveva già prontamente rinchiuso 
e il suo volto perdeva a poco a poco la tinta 
cadaverica, le labbra si ricolorivano, ma gli 
occhi conservavano tuttavia la loro espres- 
sione cupa. 

— Mi permetta di giustificarmi, signora, 
— egli soggiunse senza cedermi il passo, — 
io sono un povero malato e bisogna compa- 
tirmi. Ho sofferto troppo, stasera. 

— Lo so, ha sofferto per una donna, — 
non potei trattenermi dalPosservare con un 
sorriso d'ironica indulgenza, — e gli volsi 
le spalle per uscire. 

Rapidamente egli mi si pose di fronte con 
un volto pieno di stupite interrogazioni e mi 
domandò inquieto: — Come lo può sapere? 
Ohi glie lo disse? 

— Lei stesso con quell'aria stravolta, — 
risposi sorridendo. — Del resto ha ragione, 
la giovine signora Laurati è bellissima que- 
sta sera. 

— Ah sì, è bellissima, — egli rise a denti 



1 20 COME UN OMBRA 



stretti; — difatti vale la pena d'essere bel- 
lissima per qiielP accolta di scimuniti e di 
pettegole che le sta intorno. 

— Non è indulgente, — osservai benigna. 
Egli si passò una mano sugli occhi quasi 

per cancellarvi una visione torbida e mor- 
morò: — Ma se quello, ma se quello almeno 
non ci fosse. Un momento fa egli l'ha stretta 
alla vita, là, nell'angolo della finestra. Vede, 
fu allora che io mi sentii soffocare e corsi a 
sj)alancare i vetri. 

Io lo considerai con una vaga inquietudine, 
e dopo un momento di silenzio arrischiai 
un'osservazione indiscreta : 

— Mi pare che un simile amore raggiunga 
un leggero grado di esaltazione, quasi direi 
di manìa. Da una settimana io sono qui e 
so che la sua vita di questi giorni e certo 
anche di quelli precedenti non fu che un atto 
di dedizione e di adorazione continua per 
quella donna la quale non si cura affatto di 
lei, la quale non s'accorge forse nemmeno 
della sua i)resenza e non sa che farsene del 
suo amore. E questo, scusi, mi sembra una 
piccola demenza, oppure una grande ma- 
lattia. 

— È l'una e l'altra, signora, — egli affermò 
col volto percorso da rai)ide vibrazioni ner- 
vose ; — da un anno e mezzo io seguo quella 
donna da un capo all'altro del mondo sol- 
tanto per vederla, soltanto per resj)irare l'aria 



COME UN OMBRA 121 

che ella respira e guardare il cielo che ella 
guarda. Viaggio nei piroscafi sui quali ella 
viaggia, scendo agli alberghi nei quali ella 
scende, conosco quasi ogni suo atto, ogni 
suo passo e soffro, soffro terribilmente di 
sentirla così vicina e così lontana, di pen- 
sarla negata a me e forse presso a conce- 
dersi ad altri, di sapere che mi respinge con 
ostilità, con sdegno, con disprezzo, con odio. 

— Ma dunque la conosce? — domandai 
senza reprimere la mia appassionata curio- 
sità dinanzi a quel complicato documento 
umano. 

Egli non rispose subito. Con la destra che 
leggermente tremava trasse con atto incon- 
sulto l'orologio, lo guardò e vi fece correre 
il pollice sul cristallo, poi lo rimise nel ta- 
schino del i)anciotto bianco e vi tenne sopra 
la mano un momento. Pareva che egli do- 
vesse dire una parola eccezionalmente grave, 
fare una confessione che gli costasse uno 
sforzo i)enoso. E le contrazioni della sua fac- 
cia si. moltiplicavano come se tutti i suoi 
nervi vibrassero a fior di pelle. Finalmente 
abbassò il capo e rispose: 

— È mia moglie, signora. 

Allora il mio interessamento che era stato 
fino a quel punto piuttosto leggero e quasi 
un poco beffardo, come m'ispirava la novità 
assurda di quella passione, divenne d'un tratto 
pietoso e riverente come s'egli avesse pronun- 



122 COME UN OMBRA 



ziato con quelle parole la sua più commossa 
difesa, la sua più efficace giustificazione. E 
non osai tentare altre domande. 

Ma Puomo aveva rialzato la fronte con un 
sorriso convulso che gli torceva la bocca ed 
appoggiato alla parete con le braccia con- 
serte sul petto scuoteva il capo lentamente 
come commiserando sé stesso. 

— Ella aveva vent'anni quando ci spo- 
sammo, — raccontò a bassa voce guardando 
tratto tratto a fronte corrugata ]a corona 
di lampadine che pendeva dal soffitto, come 
se tutta quella luce diffusa sul suo segreto 
dolore l'offendesse. — Oi sposammo a JSTizza 
un principio d'inverno e restammo insieme 
due mesi. Un giorno mentre ella si trovava 
a Montecarlo con sua zia, mi capitò in casa 
un'antica amica che io avevo lasciato poco 
prima del matrimonio. Era disperata e fu- 
rente, minacciava d'uccidersi e di fare uno 
scandalo se io l'abbandonavo. Per amore di 
j)ace cercai di placarla e durante una setti- 
mana mi recai di nascosto ogni giorno da 
lei, così come si va a trovare un ammalato 
e ci si sottomette ad ogni suo capriccio, pur 
di dargli un momento di quiete e d'illu- 
sione. Mia moglie, avvertita certo da qual- 
cuno, mi spiò e venne una sera a sorpren- 
dermi nella casa stessa di quella donna. Ella 
fu implacabile; non ascoltò ragioni, non con- 
cesse perdoni, non volle rimettere piede in 



COME UN OMBRA 12.") 



casa mia e partì per non più ritornare^ Io le 
giurai che l'avrei seguita dovunque, e da quel, 
giorno ella se ne va in giro per il mondo 
con quella inesperta megalomane di sua zia, 
fìngendo di non avvedersi di me che la seguo 
come la sua ombra e che in questa dispe- 
rante vicinanza Pamo e la desidero sempre 
di più e sempre più inutilmente. E stasera, 
vede, io ho sofferto il martirio perchè ella ha 
accettato il braccio di un uomo e costui ha 
osato stringerle la vita. 

Quasi evocati dalle sue parole la signora. 
Elsa Laurati ed il suo cavaliere s'affaccia- 
rono in quel momento nel vano della por- 
tiera sollevata a mezzo e gli occhi color d'ac- 
ciaio della giovine donna avvolsero me e suo 
marito in un rapido sguardo balenante d'ira 
e di sospetto. 

Egli, appoggiato alla parete con le braccia 
conserte, sostenne quello sguardo come una 
sfida, ma non appena ella scomparve si morse 
le labbra ed i suoi occhi ridivennero foschi. 

— L'ha veduta ? — egli mormorò fremente. 
— E ancora al braccio di quell'uomo. 

— Non vi badi, — io gli consigliai con 
serenità, — sua moglie ama lei e non quel- 
l'uomo, glie lo affermo io con quella non 
poca esperienza che posseggo dell'illogicità 
femminile. 

— Non e possibile, — egli rispose solle- 
vando lentamente le spalle. — Ella dovrebbe 



124 COME INOMBRA 



soltanto fare un cenno perchè io cadessi 
ai suoi piedi come uno schiavo incatenato. 

— Ebbene, sua moglie non farà mai quel 
cenno; ella è troppo orgogliosa e troppo osti- 
nata, — soggiunsi con convinzione, — sua 
moglie ha bisogno di vederlo sfuggire alle 
sue mani, di vederlo sottrarsi al suo dominio 
per sentire la sua mancanza e correre in 
cerca del suo amore. Finché rimarrà legato 
volontariamente alla sua catena ella lo di- 
sprezzerà; spezzi la catena, se ne vada con 
un'altra donna e procuri che ella lo sappia. 
Vi sono novantanove probabilità su cento 
che sua moglie venga a inginocchiarsele di- 
nanzi per implorare il suo ritorno. 

Ma il giovine scuoteva ancora desolata- 
mente il capo. 

— Porse le sue parole sono giuste, ma io 
non avrò mai la forza di seguire il suo con- 
siglio. La mia malattia è ancora più pro- 
fonda di quanto sembri, poiché nessuna donna 
ormai, per quanto piena di fascini, mi inte- 
ressa o m'attira o mi piace, tranne quella 
donna. Tutta la femminilità, tutto Tamore, 
tutto il desiderio del mondo sono ormai rac- 
chiusi e sintetizzati nella sua persona e l'idea 
soltanto d'avvicinare un'altra creatura mi 
sgomenta e mi disgusta come una mostruosa 
profanazione. 

— La compiango, — conchiusi ^'avviandomi 
con un gesto di commiato e di saluto, e 



COME UN OMBRA 



125 



mentre mi allontanavo mi rivolsi ad osser- 
vare ancora quelP infelice amante, quel ma- 
rito perfetto fino alla demenza. 

Egli aveva già ripreso il \ suo posto d' os- 
servazione dietro la portiera e frugava con 
gli occhi torbidi in tutti gli angoli del va- 
sto salone in traccia di quell'unica donna 
che per lui esisteva sulla terra e che egli 
era condannato a seguire fedelmente, come 
un' ombra. 



L' O S P I T E. 



— Stasera ti porto un ospite, — annunziò 
per telefono a sua moglie l'avvocato Pineri ; 
— r incontrai oggi per caso alla Banca ; è tuo 
cugino Eenato Faris l'ingegnere, il quale.... 

— Ah ! Senato ? — interruppe blandamente 
Olga Pineri, con quella sua voce grave e 
lenta che pareva compenetrata di tedio. 

— Sono io, cugina, — le gridò Faris con 
gaiezza, — confessa pure che non ti ram- 
menti nemmeno più della mia faccia; io però 
conservo della tua un molto vago ricordo. 

— Vago, in che senso ? — rise ella sottil- 
mente. 

— In tutti e due, ma specialmente nel 
senso più bello, — spiegò Eenato, e sog- 
giunse: — Sono passati otto anni, lo sai? 

— Bene, li commenteremo questa sera, — 
concluse Olga Pineri e si volse a sua co- 
gnata Germana che ricamava presso la fine- 
stra, e le ripetè Pannunzio sorridendo. 



L OSPITE 127 

Questa le alzò per un momento in faccia 
due freddi occhi grigi, l'ascoltò attenta, poi 
riabbassò sul lavoro il suo volto chiuso di 
fanciulla timida e superba, senza parola. 

Subito la schietta gioia di Olga, una di 
quelle serene gioie che tanto raramente ella 
gustava, s'offuscò sotto quello sguardo e 
cadde. Le due cognate, costrette a vivere 
nella stessa casa, non si amavano; esisteva 
fra la giovinezza ritrosa e proterva di Ger- 
mana e la maturità tediata e amara di Olga 
una silenziosa ostilità, una velata insoffe- 
renza che le teneva lontane e straniere pur 
nella quotidiana convivenza, pur nelPavvi- 
cendarsi quasi eguale dei loro giorni. En- 
trambe solitarie ]3er una loro ìntima fierezza : 
l'una separata nell'anima da un marito buono 
e volgare, l'altra ancora oppressa da una an- 
goscia di attesa o forse da una minaccia 
di troppo prolungata solitudine. L'una più 
esperta e più abile sapeva apparire men 
cruda, talvolta quasi amabile, dissimulando 
bene lo scontento e la noia; ma la più gio- 
vine, meno accorta, non addolciva la sua 
asprigna acerbità, solo la copriva di lunghi 
silenzi impenetrabili. 

L'ospite, Eenato Faris, si trovò d'un tratto 
fra queste due donne per le quali egli rap- 
presentava la novità impreveduta di oggi, 
forse la promessa oscuramente dolce di do- 
mani, e guardandole entrambe e paragonan- 



t 



12<S l'ospiti- 

(iole entro di sé egii sentiva clie il suo de- 
stino o forse il suo volere s'agitava ancora 
incerto fra Puna e Paltra, meglio attratto 
dalla gravità consapevole e abbandonata di 
Olga, più interessato alla malinconia riottosa 
di Germana. 

Egli veniva ad impiantare in quella città, 
con forti capitali stranieri, una grande so- 
cietà d'areonautica e tutto preso dagli af- 
fari s'era quasi dimenticata la lontana pa- 
rente che vi abitava, quando l'avvocato Pi- 
neri udito a caso il suo nome in un ufficio 
di banca, lo aveva riconosciuto ed invitato 
a riannodare la antica cordialità. Per via, 
ampiamente informandolo delle sue varie fac- 
cende finanziare e familiari, lo aveva pre- 
parato all'incontro con Germana, la sua gio- 
vine sorella orfana, la fanciulla largamente 
provvista di virtù e di dote capitatagli in 
casa con la morte della vecchia madre. 

Renato Faris attraversava una di quelle 
crisi ambigue del sentimento per cui un 
uomo, fino ad allora distratto dalla vita af- 
fettiva per cause potenti, ove sono in gioco 
la vita materiale e il bisogno di raggiungere 
una meta, sente quasi d'un tratto piegare in 
se qualcosa di indomabilmente voluto, cioè 
la necessità dell'essere soli dinanzi al pro- 
prio cuore ed alla propria esistenza. 

Ora, raggiunto quel grado di benessere e 
di tranquillità che jjermette di guardarsi in- 



l'ospite -129 

torno e di scorgervi molto vuoto, egli si ram- 
maricava con sé stesso clie di tante rapide 
avventure, degne ed indegne, nulla gli fosse 
rimasto, che di tante immagini effimere nes- 
suna gli si fosse fermata accanto per donare 
e per prendere ancora, per riempirgli di gioia 
od anche di pena la lentezza superflua di ta- 
luni giorni nostalgici. 

La casa della cugina, intima, confortevolCj 
ammorbidita quasi dalla sua femminilità raf- 
finata e vigilante, gli si apriva come un ri- 
fugio inatteso, come un luogo di sosta ripo- 
sante ed incitante insieme. Ella lo comprese 
subito e cercò di attirarvelo maggiormente, 
sentendolo ansioso della sua stessa inquietu- 
dine, parendole intimamente disposto a pie- 
gare verso di lei la sua forza raccolta e tenace 
e cercarvi l'amoroso compimento necessario 
alla sua attività intensa d^opera ed energia. 

Ed a poco a poco le parve ch'egli la sen- 
tisse sempre più necessaria alla sua vita, ed 
a i)oco a poco ella medesima lo sentì neces- 
sario alla propria. Egli veniva ormai ogni 
giorno in casa sua, vi si fermava molte ore 
e le rimaneva quasi sempre vicino. Qualche in- 
clinazione somigliante del loro spirito e della 
loro cultura li sospingeva spesso a lunghe 
discussioni amichevoli, che facevano fuggire 
pieno d'allegro orrore l'avvocato Pineri e met- 
tevano una ruga di corrucciata attenzione 
su la fronte della silenziosa Germana. 

GrUGLiELMiNETTi, Anime allo specchio. 9 



i3o 



L OSPITE 



Una sera ch'egli giunse tardissimo, tratte- 
nuto altrove da un affare, Olga Pineri ebbe 
improvvisamente da sé stessa una rivelazione 
inquietante. Ella si sorprese più e più volte 
fissa all'orologio con una specie d'ansietà 
nervosa che crebbe fino a diventare convulsa. 
Fu costretta a rinchiudersi nella sua ca- 
mera onde non esporre il proprio turbamento 
allo sguardo seguace e ironico della cognata, 
e quando finalmente il cami)anello squillò 
nel silenzio, lo specchio le rimandò un volto 
così j)allido e così felice ch'ella ne provò 
sgomento. Ma sepj)e dominarsi, seppe con 
qualche artificio far scomparire dal suo volto 
martoriato di donna non più giovane le tr ac- 
cie dell'attesa febbrile. Né mai come in 
quella sera egli le parve degno del suo più 
tenero ardore, bisognoso d'una riposante dol- 
cezza di amore. Affaticato, un po' triste, sol- 
cato nel volto glabro e quadro dai segni 
della sua pugnace lotta quotidiana per la 
vita e per la ricchezza, egli aijpariva pure 
in qualche momento d'abbandono docile e 
mite come un fanciullo stanco, e seduto ai 
piedi della cugina appoggiava la gota alle 
sue ginocchia come se volesse dormire e la 
pregava di lasciarlo riposare così. 

Germana ripeteva nella stanza accanto, 
sul j)iano in sordina, un monotono esercizio 
che pareva conciliare il sonno e le mani 
morbide di Olga accarezzavano con gioia tre- 



l'ospite i3i 

mebonda i capelli di quelPuome raccolto ai 
suoi piedi come uno schiavo e certo ormai suo. 

Ella ne provava un piacere trafiggente, 
composto di languore e di febbre, di paura 
e di coraggio, e nel silenzio agitato del suo 
cuore l'attesa della felicità vicina le formava 
nel petto un vuoto dolorante come se le man- 
cassero l'aria e la vita. Ed entrambi tace- 
vano come se volessero prolungare quello 
stato di spasimo squisito, certo ed incerto, 
come se si compiacessero d'allontanare il mo- 
mento più fervido ma meno incantevole della 
rivelazione. 

Molto tardi Eenato Faris s'alzò quasi a 
malincuore, prese le mani della cugina fra 
*le sue, giocherellò un momento con le dita 
magre senza guardarla, raccogliendosi, quasi 
esitasse a dire e pur volesse parlare. Ma non 
parlò, la salutò in fretta, domandò di Ger- 
mana che era già a letto e uscì nella strada 
deserta, camminò sotto le piante snelle d'un 
viale, vigilato dal cielo da una pallida luna 
violacea, spiato da un balcone da una pal- 
lida donna fremente. 

Il domani egli si scusò di essersi abban- 
donato la sera innanzi ad una familiarità 
eccessiva e passò la serata a fumare distrat- 
tamente, a sfogliare con mano nervosa gior- 
nali e riviste che non lo interessavano, forse 
preoccupato, forse tediato, seguito in ogni 
suo atto dallo s^ruardo tenero ed incerto 



i32 l'ospite 



della cugina. Ella lo sentiva prossimo ad una 
determinazione grave e non abbastanza si- 
curo di sé e di altri per risolvervisi con cer- 
tezza di vittoria, ma delicata e orgogliosa 
sebbene appassionata, ella aspettava senza 
incitamenti la confessione completa di quel- 
l'amore stranamente timido, lusingata e irri- 
tata insieme di tanto ansioso timore. 

Egli le piaceva sempre più, ed ora più che 
mai l'attraeva con quel suo nuovo spirito di 
inquietudine e di passione ch'ella gli aveva 
sempre ignorato, immaginandolo solo uomo 
d'azione e di fermezza, quasi sdegnoso ben- 
ché fosse curioso dell'amore e del sentimento. 
Ella conosceva ora quale fuoco di desiderii e 
quali impeti d'avidità si celassero sotto il 
freddo rigore dell'apparenza, turbassero quel 
lavoratore ostinato che pareva rincorrere solo 
il balenìo della fortuna e degli onori. E ne 
gioiva nella sua tenerezza carezzevole di 
amica, nella sua assetata bramosìa d'amante, 
compiacendosi nella sua vanità di donna 
d'aver sollevato e forse per la prima volta 
in quel chiuso e arido cuore così fiera tem- 
pesta. Ed aspettava. 

Una sera che Germana s'era ostinata a ri- 
manere presso di loro china sul suo eterno 
ricamo, Eenato fu calmo, rise, scherzò su 
quel lavoretto misterioso e infinito come la 
divina misericordia, e non appena la fanciulla 
si ritirò, tolse dalle mani della cugina il li- 



I 



l'ospite i33 



bro ancora intonso del quale ella tagliava le 
prime pagine e le disse d'improvviso, te- 
nendo strette nelle proprie le sue dita fredde : 

— Ascoltami, Olga. Ho bisogno di parlarti 
stasera. 

La sua voce era bassa, quasi trattenuta in 
gola, quasi espressa a forza dal cuore incerto. 

Ella sentì clie le labbra le tremavano un 
poco mentre pronunziava le parole tranquille 
della risposta, le parole che dovevano mutare 
il suo destino. 

— Parla pure. So che devi confessarmi 
qualche cosa. 

— Tu sai ? — domandò il giovine con gli 
occhi sfavillanti. — Difatti io devo sembrarti 
un po' strano da qualche tempo. Ero molto 
turbato e lo sono ancora; l'incertezza non 
è uno stato d'animo che mi convenga. 

— Povero Eenato! — ella sorrise, dolce- 
mente ironica; — una donna ti fa paura, 
non è vero? Una piccola, debole donna fa 
paura a un uomo forte e fiero come te. 

V'era già nella sua frase velata di falso 
sarcasmo un principio di dedizione, un bi- 
sogno amorevole d'umiltà e di lusinga, v'era 
già in ispirito l'atteggiamento d'una donna 
che si promette e che si concede. Egli non 
sentì che la puntura sottile dello scherno e 
rise un po' amaro. 

— Non è paura, è superbia forse. Il peri- 
colo d'un rifiuto m'ha trattenuto finora da 



i34 l'ospite 



qualsiasi passo decisivo. E prima di tentarlo 
vorrei la certezza di riuscire. 

— Ti risponderò con una frase vecchia, 
ma giusta, — incitò Olga Pineri col cuore 
dolente di palpiti sordi ; — la fortuna è de- 
gli audaci, quando gli audaci sono come te. 

Quindi tacque aspettando, e le parve che 
nelPattimo di pausa il mondo si fosse mu- 
tato dinanzi ai suoi occhi fissi. Ma la voce 
di Renato la disingannò: 

— No, cugina, non basta. La dignità di un 
uomo, — ripeterò la tua frase lusinghiera, — 
di un uomo come « come me » non si arri- 
schia a caso. 

— La dignità? — pensò Olga sconcertata 
senza comprendere e osservò, sorridendo un 
po' acre : 

— L'esordio è alquanto lungo, mi pare. 

— Sì, è lungo, — mormorò Renato bat- 
tendo il piede a terra concitato; ma subito 
s'addolcì, si chinò su di lei, le cinse le spalle 
col braccio e mentr'ella si sentiva morire di 
gioia dolorosa, le disse quasi sottovoce: 

— Credi tu che la signorina Germana mi 
accetterebbe per marito? 

Egli la sentì pesare improvvisamente sul 
suo braccio come una cosa inerte, ma la 
vide ridere con le labbra bianche, l'udì ridere 
stridula col suono falso di una corda spez- 
zata. 

— Perchè ridi, perchè ridi così? — doman- 



l'ospite i35 



dava il giovine oscurato in volto, temendo 
d'essere schernito, pronto ad allarmarsi. 

Ma ella non lo sapeva ; era forse uno spa- 
simo demente, era forse un dileggio per sé 
stessa, era forse un grido o un singhiozzo che 
le prorompeva dal cuore così mascherato. 

Pure la voce offesa di Renato la colpiva 
al capo come una pietra, la domanda irosa 
le risonava dentro dura e chiara. 

— Perchè rìdi, perchè ridi così? 

Allora ella si rese conto che il suo ridere 
lo ingiuriava, ch'esso lo induceva a un so- 
spetto offensivo per quella sua dignità tanto 
gelosamente difesa e sentì che ella poteva 
farsene arma contro di lui, ricambiargli il 
male orribile che egli le aveva inflitto, pren- 
dersi immediatamente la sua rivincita. Si 
calmò, rispose serena: 

— Ma, Dio mio, rido perchè la tua do- 
manda mi pare quasi assurda. Perdonami se 
sono costretta a dirti una spiacevole verità, 
ma mia cognata Germana mi ha spesso la- 
sciato comprendere che tu non le sei affatto 
simpatico. Ti ripeterò anzi le sue parole 
stesse: ella non ti può soffrire. 

— Lo sospettavo, — mormorò Eenato Paris 
fosco, mordendosi il labbro irosamente; — 
ma talvolta le ragazze sono così strane ! Però 
ho fatto bene a consigliarmi con te, benché 
tu mi incoraggiassi con tanta sicurezza. 

— Sì, hai fatto bene — ella rispose grave ; 



i36 l'ospite 

poi s'alzò, sollevò la portiera e gettò uno 
sguardo nella stanza accanto che serviva di 
studio a Germana. Ma ella non c'era e non 
aveva udito ; forse già dormiva, o forse an- 
cora vegliava inquieta, rósa dalla sua muta 
gelosia, ignara che la sua vita era stata 
in quel momento giocata e che ella aveva 
perduto. 

Renato Faris tornò dall'anticamera col so- 
prabito in dosso e il cappello in mano; la 
sua faccia era ridiventata quella dell'uomo 
d'azione, dura, energica e fredda. Salutò la 
cugina e soggiunse avviandosi: 

— Sarà meglio ch'io diradi d'ora innanzi 
le mie visite ; non è piacevole tornare spesso 
in una casa dove qualcuno non vi può sof- 
frire. 

Ella non rispose subito; le parve che sul 
suo cuore cadesse la violenza brutale di un 
pugno chiuso. 

— Anzi, sarà forse meglio ch'io non ri- 
torni più, — aggiunse l'ospite quando fu su 
la soglia, prima d'uscire. 

— Sì, sarà forse meglio, — potè dire final- 
mente Olga Pineri, e sentì la porta richiu- 
dersi sulla sua disperazione. 



IL SOTTILE INGANNO. 



Quando morì la contessa Sampieri, Gigi 
De-Fer scrisse a sua figlia Matilde una let- 
tera commossa ove alle frasi consuete della 
condoglianza ufficiale si univano taluni ri- 
cordi affettuosi della morta, la quale era stata 
un'amabile creatura piena d'intelligente bontà 
e di illuminata indulgenza. 

Anni innanzi, durante una vicinanza di 
villeggiatura, egli aveva ammirato con en- 
tusiasmo la nobile dama tutta bianca di volto 
e di capelli che parlava e s'atteggiava con 
un'arguta eleganza settecentesca, mentre la 
sua figliuola Matilde, una bionda dagli occhi 
chiari, taciturna ed enigmatica, seduta al 
piano in una posa di rigida tranquillità, in- 
terpretava con meccanica esattezza i grandi 
maestri del suono, talora accompagnata da 
sua cugina Marta, che aveva sedici anni, gli 
occhiali a stanghetta ed una gran treccia ca- 
stana su le spalle aguzze da collegiale. 



i38 IL SOTTILE INGANNO 

Fra quelle due scialbe giovinezze la grazia 
matura della contessa s'illuminava maggior- 
mente ed era allora fra Gigi De-Fer e Giu- 
liano Lanzi, l'amico intimo che l'ospitava, 
una gara vivace di motti e di paradossi, la 
quale ingannava piacevolmente le lunghe 
serate della villeggiatura autunnale. 

Come mai due anni dopo Giuliano Lanzi, 
lo spirito raflfìnato, il sognatore avido di bel- 
lezza e di gioia, aveva sposato la signorina 
Matilde, quella fìguretta incolore che par- 
lava poco, sorrideva a fior di labbro e si ve- 
stiva con la più ingenua goffaggine? Gigi 
non l'aveva mai compreso e vivendo ora lon- 
tano dall'amico, senza che le circostanze della 
loro esistenza li avvicinassero se non per 
brevi incontri, troppo fuggevoli per consen- 
tire qualche abbandono di confidenza, egli si 
domandava talvolta se l'apparenza serena- 
mente calma e gravemente soddisfatta di 
Giuliano fosse la manifestazione sincera della 
sua intima vita o nascondesse abilmente uno 
stato d'animo ancora tormentato come quello 
della sua prima giovinezza o forse una infe- 
licità anche più. profonda. 

Matilde Samj)ieri, com'egli l'aveva cono- 
sciuta a vent'anni, non poteva essere una 
compagna adatta per Giuliano. Egli ram- 
mentava d'aver sogghignato molte volte con 
l'amico sorprendendo gli sbadigli male dis- 
simulati coi quali ella assisteva a qualche 



IL SOTTILE INGANNO l39 

loro discussione letteraria, o i romanzi ri- 
masti intonsi sul suo scrittoio settimane in- 
tere o tagliati solo all'ultima j)aginaper sco- 
prire la commovente fine della protagonista. 
E rammentava le divertenti ironie di Giuliano 
su quelle sue acconciature da istitutrice in- 
glese, sui solini inamidati, le cinture di cuoio 
e le scarpe larghe a tacco basso. Egli che ado- 
rava i lunghi colli nudi e sinuosi emergenti 
dalle tuniche sciolte, egli che aveva scritto 
una collana di sonetti sulla figura di Dante 
Gabriele Rossetti e vedeva nella donna il 
serpe che insidia e allaccia ed avvelena, sor- 
rideva motteggiando di quel fenomeno ases- 
suale che doveva due anni più. tardi diven- 
tare sua moglie. 

Ma certo durante quegli anni la mano de- 
licata e sapiente del poeta aveva tratto da 
quella piccola crisalide ancora oscura ed in- 
certa la farfalla compiutamente bella che do- 
veva essere la sua compagna e di questo me- 
raviglioso mutamento si convinse Gigi De- 
Fer quando Matilde Lanzi gli scrisse rispon- 
dendo alle sue parole di condoglianza per la 
morte della contessa Sampieri. 

La lettera di Matilde, ampiamente listata 
a lutto, recava sulla soprascritta e nell'in- 
terno una scritturina minuta e comune che 
non gli disse nulla, ma fin dalle prime frasi, 
le quali rievocavano con un triste eppure 
vivace rilievo la figura della madre, parve 



140 IL SOTTILE INGANNO 

a Gigi (lì riconoscere una creatura nuova, 
vibrante di una sensibilità fantasiosa e ma- 
linconica insieme. La lettera accennava fug- 
gevolmente al tempo ormai lontano di quella 
villeggiatura in cui la presenza di suo ma- 
rito e dell'amico aveva portata nella loro 
villa grave di solitudine tanta festosa gio- 
vinezza e quanto se ne fosse rallegrato il 
cuore della povera morta. Finiva pregandolo, 
anche per parte di Giuliano, di dar loro con 
qualche assiduità notizie della sua vita pre- 
sente, tenendo desta fra di essi quella buona 
fiamma dell'antica amicizia la quale è così 
confortevole agii spiriti fraterni che il destino 
separa. 

Gigi De-Fer viveva in provincia, dove di- 
rigeva un grande stabilimento industriale, 
del quale era in parte proprietario e poiché 
vi si trovavano scarsissime quelle risorse in- 
tellettuali delle quali si era pure dilettato 
in passato, accettò con gioia l'offerta di una 
corrispondenza amichevolmente cordiale con 
una donna non ignota, ma diversamente co- 
nosciuta, che apriva al suo spirito un oriz- 
zonte di vita già familiare eppure nuovo, 
come un ritorno di giovinezza ammorbidito 
di nostalgia e forse velato di rimpianto. 

Rispose dopo alcuni giorni non nascon- 
dendo la sua meraviglia per quel ricordo ri- 
masto così vivo nonostante il tempo e le 
vicende contrarie e parlò di sé, di Giuliano, 



IL SOttlLÈ INGANNO 14* 

della defunta, con una tenerezza quasi rico- 
noscente per lei che gli permetteva di rivi- 
vere quel passato con un senso di felicità un 
po' stupita, ma tuttavia dolce. 

La risposta non si fece attendere molto e 
gli parve più della prima delicatamente espan- 
siva e soffusa qua e là di grazie letterarie 
d'un raffinato buon gusto, le quali lo inci- 
tarono a replicare dopo qualche tempo su 
lo stesso tono elegante di disinvolta confes- 
sione e gli permisero di deplorare spiritosa- 
mente la solitudine intima a cui lo costrin- 
geva il borgo selvaggio nel quale gli toccava 
per ora di vivere. 

Matilde Lanzi gli scrisse allora parlandogli 
di sua cugina Marta, la quale non portava 
più gli occhiali a stanghetta che in collegio 
le avevano imposto, ma incorniciava di due 
ondulate bande di capelli castani la sua fac- 
cia un po' stupita di graziosa miope. Abitava 
anch'ella in campagna nella villa che pos- 
sedevano in comune con una vecchia parente 
che faceva da governante. 

Egli sorrise di quelle vaghe allusioni che 
intendevano propiziare una possibile unione 
di parentele, ma non vi ammise molta im- 
portanza. Ormai era tutto preso dalla gioia 
di quella corrispondenza con una donna ve- 
ramente rara di intelligenza e di cultura, la 
quale lo comprendeva come nessun'altra lo 
aveva mai compreso e con cui tutte le sue 



142 IL SOTTILE INGANNO 

facoltà superiori si trovavano perfettamente 
a loro agio e si accordavano con una mera- 
vigliosa armonia. E senza avvedersene, grado 
grado, scherzando amabilmente in varie let- 
tere sull'offerta di unire i suoi destini con 
quelli di Marta egli alludeva, pur senza un 
esplicito diniego, ad un ostacolo immateriale 
sì, ma forse perciò più insormontabile, il 
quale gli impediva di pensare per ora ad 
altra creatura femminile che non fosse quella 
del suo sogno. La risposta di Matilde Lanzi 
che tardò alquanto, aveva un leggiero sa- 
pore di canzonatura e cercava di ricondurlo 
serenamente sopra un terreno più fido insi- 
stendo nelPelogio di Marta, ed annunzian- 
dogli che fra un paio di settimane l'avrebbe 
raggiunta con Giuliano in villa per trascor- 
rere con lei qualche tempo; lo invitava a 
voler essere loro ospite nella casa stessa 
ch'egli già conosceva e ancora ricordava. 

Quella lettera lo esasi)erò. La corrispon- 
denza durava ormai da parecchi mesi, durante 
i quali la figura della giovine donna idealiz- 
zata dalla lontananza, abbellita da tutto il 
fascino di una intellettualità squisita, aveva 
signoreggiato il suo spirito come una imma- 
gine non più reale e non ancora fantastica, 
lo aveva dolcemente dominato e ostinata- 
mente tormentato con l' insistenza morbosa 
d'una fissazione. 

Ella rappresentava per lui il mistero fem- 



IL SOTTILE INGANNO 143 



minile più. straordinario ch'egli avesse incon- 
trato nella vita e nell'arte, quello d'un mu- 
tamento così profondo da renderla irricono- 
scibile. Si domandava se anche nel suo fisico 
la stessa evoluzione si fosse compiuta e avesse 
fatto della goffa personcina rigida e incon- 
cludente d'un tempo la creatura di grazia e 
di sensibilità che traspariva dalle sue lettere. 
Le rilesse tutte, ad una ad una, sofferman- 
dosi con trepido rapimento sopra talune frasi 
più affettuose, scrutandone l'intimo signifi- 
cato, cercandovi un oscuro senso di tenerezza, 
e tentando d' illudersi ch'esse lo avevano, 
forse inconsapevolmente, sospinto verso una 
meno fraterna amicizia ed autorizzato a ma- 
nifestarla. 

Certo il marito non seguiva ormai più tale 
assiduo carteggio e non esercitava alcuna 
sorveglianza sopra una donna troppo intel- 
ligente ed orgogliosa per tollerarla, quindi 
Qon tardò a convincere sé stesso che conve- 
niva scriverle un'ultima lettera, fra addolo- 
rata ed offesa, nella quale la complicazione 
sentimentale che lo conturbava apparisse ina- 
sprita d'una specie di pietà beffarda per sé 
stesso e di amara invidia per la serena in- 
difterenza della donna. Non avventurò in- 
caute dichiarazioni d'amore, ma il represso 
fremito che correva tutta la lettera rivelava 
senza confessare, esprimeva senza dire, era 
come un commento musicale destinato ad 



t44 ^*- SOTTILE INGANNO 

accompagnare parole non dicibili e ad im- 
primerle profondamente nel cuore preparato 
ad accoglierle. 

Dopo attese per molti giorni in una calma 
torbida che riusciva ad imporsi mediante 
uno sforzo di volontà crudele e vedeva suc- 
cedersi Poggi air ieri ed il domani all'oggi 
senza che nulla mutasse, senza che la risposta 
disperatamente invocata giungesse. Trascorse 
una settimana, ne trascorsero due, e j)oichè 
la lettera non veniva, Gigi De-Fer, marto- 
riato dalla più febbrile inquietudine, si ri- 
solse a prendere una estrema decisione. 

Lo assillava il dubbio d'averla offesa ed 
irritata ed insieme la speranza ch'ella non 
si arrischiasse a scrivergli per timore di com- 
promettersi; anche lo incoraggiava il pen- 
siero ch'ella stessa lo aveva invitato alla 
sua villa, in apparenza per favorire le illu- 
sioni della cugina, ma forse in realtà per 
una più egoistica ragione. Matilde doveva 
appunto trovarvisi in quei giorni e poiché 
r incertezza gli riusciva ormai intollerabile, 
egli mandò un laconico telegramma a villa 
Sampieri annunziando il suo arrivo pel do- 
mani. 

Partì nervosissimo chiedendosi cento volte 
se non commetteva una sciocchezza od una 
sconvenienza e trovò alla stazione il vecchio 
giardiniere della contessa il quale lo rico- 
nobbe e coi suoi discorsi bonarii, coi suoi 



IL SOTTILE INGANNO 145 

sospirosi rimpianti del passato gli diede un 
poco di serenità. 

— La contessina Matilde giungerà solo do- 
mani, ma c'è la signorina Marta — avvertì 
il vecchio portandogli le valigie lungo il 
viale coperto di vite americana che goccio- 
lava tutto della pioggia recente. 

E Marta apparve sul peristilio di granito 
grezzo stretta in un golf di grossa lana 
bianca con le mani in tasca e gli occhi un 
po' socchiusi come per distinguere l'ospite 
nell'ombra verde del viale e dargli il ben 
venuto col suo sorriso accogliente. 

Le spalle aguzze della collegiale s'ammor- 
bidivano ora in una linea fragile ma gra- 
ziosa e la densa treccia circondava la testina 
appiattendosi sulle onde molli dei capelli che 
ricoprivano le orecchie e velavano gli occhi, 
grandi e grigi ma un po' vuoti e fissi, come 
gli occhi dei miopi. 

— I miei cugini mi avevano annunziato la 
sua visita, ma non la speravo, — ella disse 
porgendogli le mani sottili e calde e traen- 
dolo nella sala ove la tavola apparecchiata 
per due attendeva. 

E Gigi De-Fer, rincuorato dall'amabilità 
ospitale della fanciulla e dalla certezza di 
poter svelare fra breve il mistero d'amore 
che lo turbava, incominciò a ritrovare sé 
stesso e al caffè, fra le sigarette e i liquori, 
in quella grande sala ove la povera contessa 

GuGLiELMiNETTi, Anime allo specchio. lu 



146 H. SOTTILE INGANNÒ 

Sampieri passava e s'atteggiava con la sua 
grazia settecentesca, affluirono al suo ricordo 
le immagini del passato, lo indussero a rie- 
vocarle con una delicata malinconia che la 
sua segreta agitazione sentimentale rendeva 
dolcemente elegiaca. 

— Solo le cose sono fedeli al jjassato e 
non mutano, — egli diceva sospirando, — ma 
questa virtù o, se vogliamo, questo difetto 
non è degli uomini. 

— Né delle donne, — sorrise Marta avvi- 
cinandosi al vasto specchio della parete per 
gettarvi uno sguardo. 

E Gigi che lo raccolse sorrise a sua volta : 

— Né delle donne in particolare. Ella s'è 
mutata in pochi anni in un modo sorpren- 
dente, come del resto dev'essersi meraviglio- 
samente cambiata sua cugina Matilde. 

Marta che gli volgeva le spalle appuntan- 
dosi i capelli dinanzi alla grande specchiera 
si volse di scatto a considerarlo, e il sorriso 
indefinibile che tremava sulle sue labbra era 
interrogativo ed ironico ad un tempo. 

— Ha veduto recentemente Matilde? • — ella 
domandò con una dissimulata meraviglia, e 
poiché Gigi, perplesso, tardava a rispondere 
ella aggiunse con semplicità: — Se esiste 
creatura al mondo assolutamente incapace 
del minimo sforzo verso un qualunque mu- 
tamento sia intellettuale che materiale, quella 
é mia cugina e inutilmente per anni Giù- 



IL SOTTILE INGANNO 147 

iiano ha tentato di trasformarla secondo i 
suoi gusti di raffinato intelligente. Ella è ri- 
masta e senza sua colpa quella che era a ven- 
t'anni : tranquilla e mediocre, fredda e docile 
come una bambola meccanica. 

Gigi De-Fer ascoltava fra incredulo e sba- 
lordito, attaccandosi all'ultimo sospetto che 
quella ragazza, intuendo la sua appassionata 
ammirazione per la cugina tentasse di abbas- 
sarla per una comprensibile gelosia dinanzi 
ai suoi occhi. 

Ma l'altra gli si era seduta in faccia e 
sfogliando una rosa col capo chino ad osser- 
varla continuava con voce tranquilla: 

— Io le voglio molto, molto bene, povera 
Matilde e Giuliano stesso è un modello di 
marito, ma essi sono diversi come il giorno 
e la notte, come l'acqua e il fuoco; c'è fra 
di essi una incompatibilità inconciliabile, 
sebbene vivano in apparenza nel più com- 
pleto accordo. 

Gigi meditò un momento, pensò a quelle 
lettere riboccanti di sensibilità, scintillanti 
di spirito, squisite di oscure tristezze e cre- 
dette di j)oter sciogliere per sé e per Marta 
l'enigma di quella vita di donna. 

— Sua cugina deve possedere una intensa 
jvitalità interiore che non può rivelarsi al 
jmarito, che non può esprimersi con le parole 
consuete ma che in talune circostanze favo- 
revoli e ad uno spirito affine che la sappia 



148 iL SOTTILE INGANNO 

intendere si deve manifestare con una sin- 
cerità strana e inaspettata. 

— Per esempio? — domandò Marta con 
un piccolo sorriso fra curioso e scettico. 

— Per esempio, io so che sua cugina ebbe 
con un amico mio una lunga corrispondenza 
epistolare, assolutamente fraterna ed inno- 
cente, nella quale ella appare come uno spi- 
rito di donna superiore, intelligente, colta e 
sensibile fino alla raffinatezza. 

Marta s'alzò lentamente, andò alla ve- 
trata, sollevò la tenda e guardò il cielo poi 
ritornò in silenzio, sedette, appoggiò i go- 
miti alla tavola e guardò intensamente i 
suoi anelli avvicinandoli agli occhi come se 
li vedesse per la prima volta. Quindi si de- 
cise a parlare. 

— S'io conoscessi quel suo amico, — disse 
con sarcastica fermezza, — sarei costretta a 
distruggere in lui questa illusione prima che 
essa gli facesse qualche male e gli rivelerei 
un piccolo segreto che non ha d'altra parte 
alcuna importanza se non quella di servire 
all'orgoglio eccessivo di un nomo ed alla 
sciocca docilità di una donna. 

— Ohe cosa intende dire? — domandò 
Gigi fingendosi indifferente, mentre il suo 
piede picchiava il suolo col ritmo accelerato 
della sua impazienza nervosa. 

— Intendo dire che Giuliano Lanzi, sen- 
tendosi umiliato di una moglie così inferiore 



IL SOTTILE INGANNO 149 

a sè stesso, le fa scrivere sotto dettatura 
tutte le sue lettere. Ed ecco perchè quel suo 
amico ha potuto ingannarsi sul conto di mia 
cugina. Ella non fu che un'intermediaria; 
chi corrispondeva con lui era suo marito. 

Successe a quelle i^arole un lungo silenzio 
durante il quale il pendolo loquace che so- 
vrastava all'ampio camino parve scandire 
con compiacenza lo stupore profondo e ira- 
condo dell'ospite. Egli lanciava incontro al 
soflfltto affrescato, a ondate rapide e violente 
11 fumo della sigaretta, come se vi scagliasse 
con sdegnata collera le vane e grottesche 
illusioni d'amore nate da quell'inganno sot- 
tile. 

Ora egli comprendeva le grazie letterarie 
di quello stile epistolare che lo avevano af- 
fascinato, la malinconia nostalgica di quelle 
rievocazioni e il silenzio opposto alla sua 
ultima lettera. Era la giovinezza di Giuliano 
e la sua che s'erano ritrovate in quella cor- 
rispondenza, che s'erano confidate l'una al- 
l'altra, che s'erano amiate attraverso alla 
fredda inconsapevolezza di quella piccola 
donna mediocre. 

]N"ell'agitazione tumultuosa della scoperta 
singolare Gigi De-Fer sentì il bisogno di es- 
sere solo con sè stesso per indagarsi e per 
calmarsi. 

— Io vado a fare qualche passo in giar- 
4iilo com'è niia abitudine prima di ritirarmi, 



100 IL SOTTILE INGANNO 

— disse a Marta con un sorriso grave. E si 
diresse verso la gradinata che scendeva al 
cortile. 

Ella comprese quella necessità di medita- 
zione e non lo seguì, ma come egli fu sulla 
soglia ella lo richiamò con voce esitante, 
mormorò perplessa: 

— Resterà con noi alcuni giorni ? Giuliano 
ne sarebbe tanto felice, ed anch'io. 

Egli ritornò indietro, venne a stringerle 
la mano, rispose quasi con tenerezza fissando 
quei grandi occhi grigi ed incerti: 

— Sì, resterò; per Giuliano e per lei. 

E sentì che la stolta illusione sentimen- 
tale creata dal sottile inganno incominciava 
forse già per opera sua a dileguare. 



QUESTA È LA VERITÀ. 



Sergio Kadar, chiamato in tutto l'albergo 
« l'ungherese », perchè vestiva qualche volta il 
suo costume nazionale e perchè si portava in 
giro pel mondo, oltre allo chatiffeiir ed al ca- 
meriere, quattro tzigani autentici incaricati 
di blandire le sue malinconie di gran signore 
volontariamente esiliato, passeggiava nervo- 
samente su e giù per la vasta terrazza in 
faccia al mare ed il suo sguardo irrequieto 
pareva spiare Parrivo di qualcuno atteso con 
impazienza. ' 

I quattro suonatori, strettì nel loro vivace 
costume zingaresco, tacevano rispettosamente 
coi loro strumenti sulle ginocchia, raggrup- 
pati in un angolo e non attendevano che un 
cenno del loro signore per ricominciare la 
loro musica o per andarsene in silenzio. Ma 
egli sembrava averli dimenticati e solo la sua 
faccia magra e bruna dai tratti accentuati e 



l52 QUESTA È LA VERITÀ 

' dalle labbra sottili, si rischiarò d' improvvisa 
gioia quando una figurina bianca ed un om- 
brellino rosso apparvero tra i palmizi del 
viale e Fombrello vermiglio, simile a un grande 
fiore, si agitò verso di luì in un gesto di gaio 
saluto. 

Sergio Kadar protese tutte e due le brac- 
cia dalla balaustrata, quasi per afferrare la 
donna e sollevarla in un attimo fino^ a sé e 
poicbè ella s^avviava alla gradinata egli le 
corse incontro e congedò con un cenno gli 
tzigani taciturni. 

Bianca Olinti, chiusa in una giacca masco- 
lina e in una corta gonna di panno avorio, 
con un grande fiore rosso all'occhiello e un 
enorme paradiso nero sul piccolo cappello cal- 
zato fino alle sopracciglia, appoggiò il dorso 
alla balaustrata con le mani a mezzo affon- 
date nelle tasche della giacchetta e prima di 
parlare lasciò che Sergio la baciasse con reli- 
gione e poi deponesse con cura Fombrellino 
rosso; ma quando parlò ella disse una cosa 
grave: — Mio marito giunge domani. 

Sergio Kadar si piantò dinanzi a lei con un 
volto così tenebroso ch'ella ne sorrise scuo- 
tendo il capo con una specie di pietosa ironia. 

— Ohe aria tragica, povero Sergio ! Eviden- 
temente questo annunzio non vi procura uno 
straordinario piacere, — ella disse ridendo 
con leggera malizia; — eppure, — continuò 
— non v'è proprio alcun rimedio; egli verrà 



QUESTA E LA VERITÀ 



l53 



domani e per portarmi via. Ecco il suo tele- 
gramma. 

Trasse un foglietto dalla tasca della sua 
giacca e lo porse piegato a Sergio. Ma questi 
non lo prese e continuò a fissarla con i suoi 
occhi infossati nei quali i)areva passare il 
bagliore d'una minaccia. 

— Egli non vi porterà via, — proruppe 
finalmente con una voce bassa ma alterata 
dall'ira e dalPangoscia. — Da dieci giorni 
voi mi appartenete ed io sono pronto a tutto, 
mi capite? a tutto, pur di non cedervi a 
quell'uomo che odio. 

— Ma quell'uomo è mio marito, riflettete, 
Sergio, — pregò Bianca con dolcezza, — quel- 
l'uomo ha dei diritti che voi non avete ed è 
il padre del mio bambino; io posso averlo 
per un momento ingannato, ma abbandonarlo 
no, mai. 

— Ah voi l'amate, dunque? — sogghignò 
Sergio con le braccia conserte sul petto. — 
Eppure l'avete tradito con me, con lo stra- 
niero di passaggio e forse soltanto per il pia- 
cere dell'avventura. Ma io vi amo, io non vi 
voglio perdere, io mi sono attaccato a voi 

I con tutta la mia volontà selvaggia e non vi 

I lascerò. 
Bianca Olinti era giunta un mese e mezzo 

II innanzi in quella città di mare, convalescente 
Idi una grave malattia, e poche settimane 
[[dopo vi capitava l'ungherese coi suoi servi, 



l54 QUESTA È LA VERITÀ 

coi suoi zingari, con quel suo apparato tra 
barbaro e scenografico che gli attirava l'at- 
tenzione di tutti, e con meraviglia ella lo 
aveva visto occuparsi a poco a poco di lei 
con una insistenza sempre più palese, avvol- 
gerla in lunghi sguardi imploranti, seguirla 
durante le passeggiate, mandarle in camera 
bellissimi fiori, senza rivelarsi. Finché un 
giorno ch'ella aveva prolungato troppo la 
sua ora di passeggio e sedeva un po' pallida 
e molto stanca sopra un muricciuolo in aperta 
campagna, si vide raggiunta dall'automobile 
dell'ungherese, il quale le rimproverò dolce- 
mente la sua imprudenza e la pregò di ac- 
cettare la sua vettura per tornare all'albergo. 
Da quel giorno, un po' per curiosità un 
po' per noia, ella non aveva respinta la corte 
fervidissima di quell'uomo a cui nessuna af- 
finità di spirito o di razza l'avvicinava e, senza 
amore, si era lasciata trascinare grado grado 
dalla veemenza di quel desiderio a tutte le 
concessioni. Ora, il pensiero che il marito 
tornasse a riprenderla, a scioglierla da quel 
passeggiero e pur già grave legame le solle- 
vava il cuore da un peso forse di rimorso e 
forse di sazietà, le dava quasi un senso be- 
nefico di liberazione. Le proteste di amore 
eterno e di fatale passione di Sergio Kadar 
le erano sembrate sempre esagerazioni leg- 
germente teatrali, gesti decorativi fatti per 
colpire la sua immaginazione o forse per in- 



, QUESTA È LA VERITÀ l55 

ciiterle un certo oscuro timore di dramma- 
tici scioglimenti. Ma se ciò le era parso dap- 
prima quasi divertente, ora incominciava ad 
inquietarla e le risolute parole con le quali 
egli si dichiarava pronto a lottare con qua- 
lunque mezzo pur di non perderla, le mette- 
vano nelle vene un piccolo brivido di paura. 

Egli si stringeva da qualche minuto il capo 
fra le mani come per costringere il suo pen- 
siero ad uno sforzo penoso di ricerca mentre 
la donna seduta sull'orlo d'uno sgabello col 
ginocchio fra le dita intrecciate batteva ra- 
pidamente a terra un piede nervoso sogguar- 
dandolo dal basso in alto, quasi in attesa di 
una conclusione. 

— Ascoltatemi, Bianca; ascoltatemi, cara 
bambina, e comprendete, vi prego, il mio do- 
lore ; — egli mormorò sedendole accanto con 
una voce così tremante e supplichevole che 
ella senza mutare il suo atteggiamento di 
rassegnata impazienza gli lanciò uno sguardo 
indagatore. — Io sento che senza di voi la 
mia vita è spezzata ; io non sarò più che un 
infelice costretto a portare pel mondo la sua 
oscura disperazione. Non dite di no, vi sup- 
plico, Bianca; lasciatemi parlare con tutto 
il mio cuore. Voi mi avete pur dato una 
prova grande d'amore e non dovete allonta- 
narmi così , sfuggirmi all' improvviso, cac- 
ciarmi dalla vostra vita come un intruso, 
come un nemico. Pregate vostro marito che 



l56 QUESTA È LA VERITÀ 

vi lasci ancora qui, ditegli cLe la vostra sa- 
lute lo esige, procuratevi la complicità di un 
medico, fìngetevi ammalata se occorre, ma 
per carità, non andatevene, non partite, re- 
statemi ancora un poco, restatemi per sempre. 

Bianca Olinti sospirò, chiuse gii occhi e 
sollevò le sopracciglia come per chiedergli 
mentalmente perdono delP inganno e disse 
alzandosi: — Sì, non dubitate, Sergio; farò 
come voi volete, fingerò, mentirò ma non è 
detto che tutto ciò riesca a convincere ed 
a commuovere mio marito. Ed ora lasciatemi 
andare, debbo vestirmi pel pranzo. 

Egli le baciò tutte e due le mani e l'accom- 
pagnò per un tratto senza parola, poi tornò 
indietro, chiamò i quattro tzigani e sotto gli 
archi agili dei violini, in faccia al mare vio- 
laceo, irruppero ed empirono la molle aria 
vespertina i singhiozzi prolungati d'una can- 
zone magiara. 

Il domani quand'egli scese a colazione e 
trovò seduto in faccia a Bianca un signore 
giovane, elegante, dall'aria gioviale, che le 
parlava con animazione e la faceva ridere 
spesso, non bevette che due bicchieri d'acqua 
ghiacciata fumando innumerevoli sigarette 
senza distogliere da lei il suo sguardo torvo. 

— Ohi è quella specie di zingaro che ci 
divora con gii occhi come se avesse deciso 
di far colazione con le nostre teste? — do- 
mandò Rinaldo Olinti alla moglie, la quale 



ÒÙESTA È LA VERITÀ l57 

gettò a Sergio uno sguardo distratto e ri- 
spose gaiamente: — Ah! Quello è Funghe- 
rese, un curioso tipo ricco sfondato ed altret- 
tanto pazzo. Te lo presento, se vuoi. 

— Per carità, — protestò Einaldo quasi 
scansandosi da quel pericolo con un gesto 
vivace, e soggiunse: — Ma tu lo conosci a 
quanto pare; anzi, sembra che la mia pre- 
senza non lo riempia precisamente di gioia. 

— Ohe vuoi; è un esaltato, piuttosto pe- 
ricoloso per certe sue strane fissazioni. Egli 
non parla che delle sue conquiste, s' imma- 
gina d'essere enormemente interessante e 
crede che tutte le donne lo amino alla follia, 
quindi è geloso per sistema di tutti gli uo- 
mini. Pare che con questi principii abbia già 
combinato parecchi guai. 

Bianca Olinti pronunziò queste parole di 
preventiva difesa col volto più. sereno e la 
voce più indifferente, sbucciando una banana 
per offrirla al marito con un amabile sor- 
riso. 

In quel momento Sergio Kadar s'alzò e poco 
dopo s'udirono vibrare sui palmizi alte e lon- 
tane le prime battute d'una marcia guerriera. 

— È Kadar che s' inebria di musica, — 
spiegò Bianca nell' uscire in giardino , ed 
aprendo l'ombrellino rosso, mentre suo ma- 
rito infilava il braccio nel suo e s'avviava 
con lei alla marina, ella si volse un attimo 
e lo vide dritto e nero sull'alta terrazza, 



1o8 gUKSTA È LA VERITÀ 



intento a seguirla col suo sguardo corruc- 
ciato. 

pjgli la spiò per tutta la giornata ed a 
sera, dopo pranzo, poiché Rinaldo parlava 
d'aflfari con un collega di banca incontrato 
per caso all'albergo ed ella sfogliava poco 
lontano una rivista d'arte, riuscì a sorpren- 
derla un momento sola. 

— Quando riparte vostro marito ? — le do- 
mandò rude chinandosi sulla sua spalla come 
per osservare le illustrazioni del fascicolo 
che ella leggeva. 

— Domani sera, — ella rispose e senza 
scomporsi aggiunse : — ed io con lui. 

Ella sentì i denti di Sergio scricchiolare 
di collera contenuta e vide la sua faccia il- 
lividire : 

— Costringerò vostro marito a partire 
senza di voi, — egli mormorò quasi senza 
muovere le labbra tuttora chino ad esami- 
nare la tricromia che danzava sotto i suoi 
occhi. 

Ella rise sommessamente voltando la pa- 
gina, sebbene il cuore le fosse balzato in gola. 

— Mi ucciderete ? — domandò con soavità. 

— No, farò di peggio, — egli rispose, — 
lo obbligherò a scacciarvi, ed allora dovrete 
per forza.... 

Non terminò la frase poiché Rinaldo so- 
praggiungeva e la salutò profondamente, ri- 
tirandosi. 



Questa e la verità i5>9 

— L'ungherese ti fa la corte ? — domandò 
il marito ridendo. 

— È naturale , — ella rispose con disinvol- 
tura e subito aggiunse preoccupata: — Sai, 
ho riflettuto che sarebbe meglio partire do- 
mattina. Non mi piace viaggiare di notte; 
accadono così di frequente disastri ferro- 
viari! Hai osservato? Tutti i giorni uno. 

— Sì, cara, — consentì il marito sorridendo 
teneramente di quelle improvvise paure; — 
tu hai mille ragioni, ma io ho fissato per 
domattina un appuntamento di affari e non 
potrò mancare. Partiremo con un treno del 
pomeriggio e speriamo di sfuggire per questa 
volta alle catastrofi. 

— Speriamolo! — ella ripetè con un pro- 
fondo sospiro pensando a ben altro che a disa- 
stri ferroviari. E non cessò di vigilare suo ma- 
rito per tutta la sera, lo vide il mattino dopo 
andarsene tranquillo al suo convegno d'af- 
fari, lo attese nell'atrio dell'albergo per evi- 
targli cattivi incontri. A colazione Sergio Ka- 
dar non discese. Si udivano i suoi quattro vio- 
lini gemere disperatamente tra i sospiri della 
brezza meridiana e il palpito ritmico del mare. 

— Finché i violini suonano io sono tran- 
quilla ; egli è lassù, e non si muove, — pen- 
sava Bianca Olinti sorridendo senza compren- 
dere alle facezie spiritose di suo marito. Co- 
sicché non si allarmò quando una vecchia 
signora, recente conoscenza d'albergo, venne 



l60 QUESTA È LA VERITÀ 

, ___ ________ — ai 

a salutarla dopo colazione e Rinaldo uscì a 
fumare in giardino. 

I violini suonavano sempre, ma Sergio Ka- 
dar discendeva per la scala esterna della sua 
terrazza e si dirigeva per un piccolo viale 
ombroso incontro a Einaldo Olinti. Quando 
gli fu vicino s'inchinò e gli disse con voce 
ferma: — Permettetemi di presentarmi: io 
sono Sergio Kadar.... 

— Ungherese — completò Rinaldo osser- 
vandolo con curiosità. Egli aveva indossato 
il suo costume nazionale ad alamari ed a 
cintura con alti stivali e speroni d'argento. 
Ma non ostante la fierezza del suo volto, su 
quello sfondo di mare azzurro e di cielo calmo 
in quel giardino di palmizi e di rose, pareva 
un personaggio d'operetta. 

— Signore, io vi debbo parlare di una cosa 
gravissima, — egli annunziò con un tono 
melodrammatico che fece sorridere Olinti e 
soggiunse: — ma non qui all'aperto, natu- 
ralmente. Compiacetevi di seguirmi. 

Infilò un vialetto laterale ed entrò in un 
piccolo chiosco di finta roccia dov' erano 
alcuni sedili ed un tavolino di marmo. Ri- 
naldo che lo aveva docilmente seguito e tro- 
vandosi in un'ottima disposizione di spirito, 
si divertiva di quella scena a finale incerto, 
sedette sul tavolino, appoggiò un piede a 
terra e l'altro soi)ra uno sgabello e continuò 
a fumare aspettando. 



i 



QUESTA E LA VERITÀ ibi 

L'altro in piedi dinanzi a lui lo fissò un 
momento coi suoi occhi infossati nell'orbita, 
I30i allargò le braccia e dichiarò cupo: 

— Signore, da dieci giorni io sono l'amante 
di vostra moglie. Questa è la verità. 

Seguì una pausa durante la quale Einaldo 
Olinti ebbe un primo pensiero: quello di 
sferrargli un pugno nel inetto e mandarlo a 
ruzzolare nella ghiaia del viale; e poi subito 
un altro: ch'egli si trovava dinanzi ad un 
allucinato, ad un maniaco, degno non di col- 
lera ma di pietà. — Probabilmente costui 
fa ]a corte a Bianca da dieci giorni, — ri« 
flette — e nella mistica esaltazione della sua 
anima semi-barbara mi annunzia forse a 
scopo di espiazione che ne è l'amante. Bi- 
sogna placarlo e sopratutto non prenderlo 
sul serio. 

E mentre l'altro s'aspettava lo scoppio della 
gelosìa formidabile, propria del bollente san- 
gue italiano, lo vide sorridere con bonomia 
maliziosa e battergli sulla spalla j)iccoli colpi 
benevoli come si fa per blandire un cavallo 
ombroso od un visionario inquietante. 

— Caro signore, io comprendo che voi do- 
vete essere un uomo straordinariamente for- 
tunato con le donne. Ne avete tutte le qua- 
lità, — gli disse con un ostentato sospiro 
d'invidia. 

— Signore, vi ripeto che vostra moglie ha 
con me una colpevole relazione. Questa è la 

Guc;LiELMiNETTr, Anime allo S2ìecchio. 11 



l62 QUESTA È LA VERITÀ 

verità, — ribattè con forza Sergio Kadar, sot- 
traendosi con sdegno ai gesti concilianti del 
suo rivale. 

Ma questi non si scompose, né mutò il 
tono leggermente canzonatorio della sua voce. 

— Nei nostri paesi, carissimo signor Ka- 
dar, — gli spiegò con calma offrendogli una 
sigaretta che l'altro rifiutò con disprezzo, — 
l'amante non ha l'abitudine di raccontare 
queste cose al marito tradito. Se ne inca- 
rica per lo più un amico intimo, una let- 
tera anonima^ il caso. Il colpevole no; a 
meno che non sia un imbecille od un fara- 
butto. 

— Signore, io non sono né un imbecille né 
un farabutto! — protestò l'ungherese stra- 
volto, picchiando al suolo il suo piede spe- 
ronato. 

— Non ne dubito affatto, — affermò Olinti 
— ed é perciò che vi faccio l'onore di non 
dare importanza alle vostre parole. Ed ora 
addio, caro signore, — soggiunse osservando 
il suo orologio, — io parto fra mezz'ora e mia 
moglie mi aspetta. 

S'allontanò pel viale ed incontrò subito 
Bianca che lo cercava dovunque, dominando 
a stento una terribile ansia. Ma il sorriso 
tranquillo di suo marito la rassicurò. 

— L'ungherese ha voluto salutarmi. È un 
pazzo curiosissimo. 

— Davvero ? — sorrise Bianca mordendosi 



QUESTA È LA VERITÀ l63 

le labbra e s'appese al braccio di suo marito 
perchè le gambe le si piegavano. 

In quel momento Sergio Kadar saliva len- 
tamente la scala marmorea tutto scintillante 
e pittoresco nel suo costume magiaro e s'ac- 
casciava a terra col volto fra le palme in 
mezzo ai suoi quattro tzigani. Allora i vio- 
lini attaccarono solennemente una marcia 
funebre. 



NESSUNA COLPA. 



La campana garrula squillò mentre il bat- 
tello con un moto faticoso dell'elica si stac- 
cava dall'approdo e girava al largo. 

L'acqua era tutta azzurra fra il verde delle 
colline ondulate e le isolette vi si posavano 
come grandi fiori acquatici, immobili sotto 
il sole meridiano. Ma gli scarsi passeggieri 
del piroscafo non badavano al paesaggio. 
C'erano due vecchie inglesi ossute e occhia- 
lute come il giovine pastore lorotestante che 
le accompagnava, tutti e tre assorti nella 
lettura di una guida, coi tre medesimi cap- 
pelli di i)agiia nera un po' inclinati sulla 
fronte ad ombreggiare i volti quasi eguali. 
C'erano quattro negozianti, due grassi e due 
magri, intenti a scrivere cifre sui loro tac- 
cuini, ed una coppia di sposi in viaggio di 
nozze occupati a sorridersi ed a guardarsi 
negli occhi. 



NESSUNA COLPA l65 



Soltanto una signora vestita di nero in un 
grave lutto vedovile, s'appoggiava al j)ara- 
petto proprio sotto il i)onte di comando e 
col velo rialzato sul suo fine volto di donna 
trentacinquenne osservava intorno a sé quelle 
linee e quei colori già tanto famigliari al 
suo sguardo, con la dolcezza affettuosa di chi 
ritrova ancora immutati e fedeli gli amici di- , 
menticati. 

Portava un piccolo cappello chiuso ai lati 
da due alette di crespo nero listato di bianco, 
simile al casco di una deità guerriera ed 
aveva di certe statue classiche il profilo puro, 
i capelli biondi spartiti in due onde uguali, 
il collo agile e saldo emergente da una pic- 
cola scollatura rotonda. Ma la persona alta e 
smilza aveva la nervosa struttura moderna e 
le mani calzate di guanti neri che correvano 
tratto tratto a fermare il velo agitato dalla 
brezza, s'indovinavano lunghe e fini, piene 
d'impazienza e sensibilità. 

A]3pena lasciato l'ultimo approdo qualche 
nuovo passeggiero apparve e la signora in 
lutto, gettato sui sopraggiunti un rapido 
sguardo, corrugò la fronte in una vivace 
espressione di disappunto e traendosi il velo 
sul volto volse il capo dal lato opposto. Ella 
aveva scorto e subito riconosciuto Romeo 
Valturba, il giovine che si era tre anni in- 
nanzi inimicato con lei e con tutta la sua pa- 
rentela abbandonando quasi alla vigilia delle 



l66 NESSUNA COLPA 



nozze la piccola Viviana Olaresi, sua nipote e 
pupilla. 

Ella stessa, d'accordo con la madre di lui, 
aveva vagheggiato e favorito quel matrimo- 
nio che doveva unire due bei nomi e due 
belle sostanze, e più d'ogni altro si era sen- 
tita offesa quando Eomeo Valturba, senza 
una spiegazione, senza una scusa accettabile 
era partito per un lungo viaggio, all' improv- 
viso, lasciando alla fidanzata una lettera 
breve in cui la lasciava libera, dichiarando 
di non sentirsi capace di renderla felice e 
chiedendole perdono. Il mistero di quella fuga 
non era stato sciolto né allora^ nò dopo; nes- 
suno di casa Valturba aveva più messo piede 
in casa Olaresi, e voci diverse esprimenti sup- 
]30SÌzioni e dubbi che si contraddicevano e 
si distruggevano a vicenda, circolarono per 
qualche tempo fra amici e conoscenti, senza 
nulla spiegare e senza convincere nessuno. 

Si diceva che Eomeo avesse in cuore qual- 
che altra Giulietta e il facile bisticcio, pas- 
sato di bocca in bocca, era anche giunto a 
Viviana in una lettera d'amica fin laggiù 
nel suo collegio francese dov'ella aveva vo- 
luto tornare dopo la delusione. 

Si diceva pure e con maggiore fondamento 
che una colpa d'origine nella vita della gio- 
vinetta, ossia una madre di condizione equi- 
voca, sposata soltanto j)er legittimare la figlia 
e morta poco dopo la sua nascita, fosse ve- 



NESSUNA COLPA 167 



nuta a conoscenza dei Valtiirba un po' tardi, 
ma ancora in tempo per deciderli a troncare 
ogni progetto d'unione. 

Tale suscettibilità poteva sembrare troppo 
esagerata per essere convincente, tanto più 
che il padre di Viviana, noto a tutti come 
corretto gentiluomo, l'aveva lasciata anni in- 
nanzi, legandole un bel iDatrimonio e affidan- 
dola alle cure di sua zia, la giovine contessa 
Gabriella Olaresi. 

Più tardi, Viviana, lasciato a forza il colle- 
gio e dimenticato l' infedele fidanzato, aveva 
sposato un altro e sua zia, rimasta vedova 
da alcuni mesi, tornava in quella sua villa 
sul lago dove i due giovani s'erano un tempo 
conosciuti e dove ella subita la irritante scon- 
fitta, aveva dovuto consolare il dolore e l'umi- 
liazione dell'abbandonata. 

Ella continuava ora a fissare attraverso al 
suo velo l'azzurro paesaggio lacustre, irrigi- 
dendosi in quella posa d'ostentata indifferenza, 
quasi di altera lontananza, che doveva inti- 
midire e ferire Romeo Valturba. Ed in realtà 
il giovine, fermo ad alcuni passi, la contem- 
plava quasi estatico con un volto commosso 
ed impaurito ad un tempo. Egli teneva in 
una mano il cappello e si passava l'altra 
nelle brune chiome ondulate con un moto 
lento e convulso, pieno di perplessità e d'af- 
fanno. 

Aspettava ch'ella si volgesse, che i suoi 



l68 NL-SSUNA COLPA 



occhi si posassero distrattamente sulla sua 
persona per osare di salutarla, per tentare 
d'avvicinarsi e di parlarle, ed intanto non 
gli sfuggiva l'ostilità fredda del suo atteg- 
giamento così bene accentuato dalla severa 
eleganza del lutto, dallo scultorio cadere di 
qualche piega, dal bel cappello tetro ed alato 
che chiudeva con armoniosa simmetria il fine 
volto dall'esatto profilo. 

Ella non si muoveva e finalmente con 
uno sforzo di tutta la sua volontà, con una 
abolizione di tutto il suo amor proprio. Ro- 
meo Valturba le si accostò ed inchinandosi 
profondamente le chiese il permesso di osse- 
quiarla. 

Ella gli volse lentamente lo sguardo, come 
se prima d'allora non lo avesse scorto e ab- 
bassò il capo in un dignitoso saluto, senza 
j)orgergli la mano. 

— Mi perdoni, — proseguì il giovine mal 
celando la sua commozione — se ho ardito 
d'avvicinarmi a lei pur sentendoDii tanto 
mal giudicato, pur sapendomi tanto disde- 
gnato. 

— Oh ! — esclamò ella soltanto con un pic- 
colo riso fra amaro e sprezzante, un riso di 
gelo che non riuscì a paralizzare l'umile fer- 
vore di Valturba. 

— Io le mandai le mie condoglianze mesi 
fa, alla morte di suo marito — egli continuò 
— e non ebbi risposta. Non l'aspettavo, è vero. 



• NESSUNA COLPA 169 

ma questo silenzio mi ha fatto molto male. 
Sapevo d'averla involontariamente offesa, ma 
m'illudevo di non avere in lei, almeno in 
lei, una nemica mortale. 

— Nemica mortale è troppo — ella mor- 
morò sarcastica, — è troppo per così piccola 
cosa. Di grande in tutta quella poco simpa- 
tica faccenda non vi fu che la sua legge- 
rezza. Ora Viviana ha preso marito ed è fe- 
lice : perchè dovrei serbarle rancore di una 
colpa che è tornata soltanto a suo danno? 

Il battello si fermò ad un altro approdo, 
gli inglesi discesero, salì altra gente e la 
campana di partenza tornò a squillare, men- 
tre l'elica rompeva rumorosamente l'acqua 
azzurra in un gorgo di spume candide. I due 
viaggiatori, appoggiati al parapetto del ponte^ 
avevano seguito le manovre in silenzio, ma 
lo sguardo del giovine si era spesso rivolto 
alla sua compagna con una così viva ansietà 
scrutatrice che pareva volesse ]3enetrarne il 
pensiero. 

— Fra pochi minuti io scendo, — ella av- 
vertì gettando uno sguardo al minuscolo oro- 
logio di smalto nero che le ornava discreta- 
mente il polso. 

Egli sbattè le palpebre e si passò la mano 
sulla fronte col suo gesto abituale di per- 
plessità affannosa, poi disse tentando un 
sorriso : 

-— Io non la vedrò forse mai più, non 



170 NESSUNA COLPA 



l'avrei forse più riveduta senza l'incontro 
così casuale, quasi direi così fatale d'oggi. 

— È probabile, — ella mormorò fredda- 
mente, a fior di labbra. 

— Ebbene, bisogna ch'io approfitti di que- 
sti pochi minuti che il destino mi concede 
per farle una confessione. 

Ella gli gettò un'occhiata interrogativa 
sollevando le sopracciglia. Egli proseguì: 

— In tutto quello che accadde io fui senza 
colpa; io fuggii vilmente, è vero, ma fuggii 
per non essere colpevole più. tardi, per sal- 
varmi da una terribile tentazione, per to- 
gliermi ad una situazione dolorosa e falsa. 

Ella lo osservava stupita e interdetta, i)ur 
sentendo nella sua voce l'accento della ve- 
rità. 

— Io avrei amato e sposata Viviana se 
vicino a lei non vi fosse stata un'altra donna 
infinitamente più bella, più attirante, più 
inquietante, se vicino a Viviana non vi fosse 
stata lei. 

Le ultime parole furono appena susurrate 
con un'ansietà quasi timida^ con uno sforzo 
quasi angoscioso e la donna che le ascoltava 
ne fu scossa. 

— Il mio torto fu quello di lasciarmi tra- 
scinare dalle circostanze fino ad un momento 
troppo decisivo e poi di fuggire vigliacca- 
mente, con un pretesto puerile, meritandomi 
l'odio di Viviana e il suo disprezzo. Ma se 



NESSUNA COLPA I7I 



ella saj)esse quanto ho soiferto in quella in- 
certezza tremenda, quanto ho lottato contro 
la tentazione di rivelare tutto a lei, a lei 
che forse mi avrebbe aiutato e compatito 
un poco. Invece nascondevo la mia j)assione 
come un male vergognoso e mentivo, men- 
tivo a Viviana, mentivo a lei, mentivo a 
tutti, finché al momento dell'ultima menzo- 
gna ho perduto il mio coraggio e sono fug- 
gito. Ma non ebbi colpa, è vero I Me lo dica 
lei ora, dopo tre anni, ch'io non ebbi nes- 
suna colpa. 

— Ohe ragazzo ! — ella mormorò crollando 
il capo con un sorriso mite; — ha fatto male 
a non confidarsi a me; questo è certo. 

E poiché il battello s'avvicinava alla riva 
e villa Olaresi già ai)pariva fra il verde, ella 
fece l'atto d'avviarsi all'uscita. Ma il giovine 
le porse la mano, afferrò la sua, la trattenne 
ancora un momento, le domandò con tutta 
l'anima nello sguardo: 

— Mi j)ermette di confidarmi adesso? Verrò 
domani da lei. Ho ancora tante cose da dirle, 
tante. E bisogna ch'io gliele dica. 

Ella esitava a risi)ondere ed egli la incalzò 
di domande corrucciate. 

— Non é libera ora ? Di che ha paura ? Mi 
disprezza ancora? Non mi crede? Sono un 
uomo d'onore e voglio darle la mia vita. 

— Silenzio! — ella disse con un lieve ri- 
dere sommesso scendendo la scaletta seguita 



172 NESSUNA COLPA 



da Eomeo Valtiirba. E come furono in basso 
presso il rumore assordante delle macchine 
in moto, si fissarono un lungo momento senza 
parola, costretti dalla folla a una tale vici- 
nanza ch'ella inconti'o al suo braccio sentiva 
battere il cuore del giovine. 

Gli uomini gettarono il ponte d'approdo 
e quando tutti furono passati, anche la con- 
tessa Gabriella Olaresi vi si diresse con un 
gesto di saluto. 

— A domani, dunque? — la supplicò Eo- 
meo Valturba, ed ella gli si volse, abbassò 
il capo in un cenno di consenso. 

Quindi attraversò il ponte ultima e sola 
sottile e nera, con la bella persona drappeg- 
giata nobilmente nel velo vedovile. 



È SCRITTO NEL DESTINO. 



Entrambi salirono in treno ed attesero nel 
corridoio che il conduttore dello sìeeiring avesse 
rifatto il piccolo letto, quindi entrarono nella 
cabina e sedettero sulla cuccetta bassa. Il 
mantello, il cappello, l'ombrellino della donna 
appesi ai ganci delle pareti oscillayano in 
ritmo al moto uguale del treno e la sigaretta 
dell'uomo riempiva d'una nebbiolina azzurra 
e mobile di fumo il breve spazio, saliva a 
velare la intensa luce rossa delle lampadine. 

Andarono così per qualche temj)o senza 
parlare, senza guardarsi, sentendosi uniti e 
pure divisi dall' inesorabilità di uno stesso 
pensiero e fu prima la donna, Clemenza Au- 
reli, quella che lo espresse con le dure parole : 

— Ancora un'ora e poi tutto sarà finito. 
Egli le afferrò nervosamente una mano, in- 
trecciò le dita nelle sue dita e sospirò cupo: 

— Lo so, lo sappiamo; perchè dirlo, perchè 
ripeterlo? È inutile. 



1/4 È SCRITTO NEL DESTINO 

— No, è utile: io ho bisogno di dirlo a me 
stessa, di sentirmelo dire per darmi forza e 
per crederlo vero. 

Ugo Leardi si chiuse la fronte tra le palme 
e senza scoprire i suoi occhi, senza volgersi 
alla comj)agna, quasi temesse di vederne lo 
sguardo, mormorò: 

— Enza, Enza, siamo ancora in tempo a 
riprenderci. Tutto non è forse finito, ci po- 
tremo amare ancora come prima, più di pri- 
ma. Non diciamoci ancora addio, non lascia- 
moci ancora per sempre. 

Ma la donna tacque e quando egli la fissò 
con gli occhi torbidi la vide scuotere il capo 
lentamente come per manifestare una i)ietà 
commossa per entrambi. 

— No, — ella disse, — è la fine necessa- 
ria, fatale, voluta dalle cose e da noi stessi. 
Perchè trascinare avanti un amore durato 
quasi due anni e vissuto con tanta passione, 
con tanta felicità e con tanto dolore, perchè 
trascinarlo avanti per abitudine e per iner- 
zia fino alla sazietà completa, fino alla nau- 
sea? Meglio spezzarlo ora finché questa ferita 
ci fa ancora male, finché ci lascia ancora 
qualche rimpianto e qualche desiderio. 

— Lo vuoi, lo vuoi assolutamente? — do- 
mandò Ugo afferrandola alle spalle e scru- 
tandola negli occhi come per leggervi ancora 
un resto d'esitazione, per trarne un baleno 
di speranza. 



È SCRITTO NEL DESTINO i'jD 

Ella dolcemeate gli prese le mani e se le 
raccolse sul volto quasi per mitigare la cru- 
dezza della risposta: 

— Bisogna ! — susurrò quasi più con l'at- 
teggiamento delle labbra che con la voce. — 
Bisogna lasciarci: è scritto nel destino. 

Allora egli si staccò da lei, s'irrigidì in 
un'attitudine di forzata calma e sogghignò: 

— Forse hai ragione.... 

Avevano passato una settimana insieme in 
un paesello di mare, come facevano da due 
anni, non appena la professione di Ugo 
Leardi gli concedeva alcuni giorni di libertà 
e ritornavano ora, egli alla sua cittadina del- 
l'Italia centrale ove dirigeva un grande sta- 
bilimento elettro-tecnico, ella alla sua città 
settentrionale dove viveva sola con una ma- 
tura cugina zitella, da quando il marito dopo 
pochi mesi di matrimonio, l'aveva abbando- 
nata per un'altra donna. 

Quegli otto giorni di intimità erano stati 
in taluni momenti stranamente penosi per 
entrambi. Clemenza si era sorpresa alcune 
volte ad annoiarsi o ad impazientirsi della 
vicinanza perenne dell'amante ed aveva còlto 
in lui stesso qualche atteggiamento distratto, 
qualche gesto di stanchezza che le avevano 
rivelato verso quale nuova fase si avviasse 
forse il loro amore : la fase malinconica della 
sazietà, E coraggiosamente si era proposto 
di impedire ch'esso declinasse e morisse così 



176 E SCRITTO NEL DESTINO 

di lento esaurimento; fermamente aveva ma- 
nifestato all'amante la necessità di troncare 
quelPamore di colj)o e di separarsi per sempre. 

Il treno andava attraverso la notte col suo 
rombo eguale e il silenzio durava nella breve 
cabina chiusa. Ancora pochi minuti ed Ugo 
Leardi sarebbe disceso in una piccola sta- 
zione male illuminata, sarebbe scomparso 
nell'ombra per sempre. Ora egli indossava 
adagio il suo soprabito, poneva a terra la sua 
valigia, sulla cuccetta il cappello e l'ombrello 
e per l'ultima volta stringeva Enza fra le sue 
braccia con avida passione. 

— Addìo, addio, addio, bambina, dolcezza, 
anima mia. Addio; non guardarmi così con 
quegli occhi sperduti. Non vedi che piango 
se mi guardi così? 

Ella piangeva veramente , abbandonata 
sulla spalla di lui, smarrita, dolente, chie- 
dendosi se non fosse stata troppo crudele o 
troppo imprudente a volere quella fine. 

Con una scossa brusca il treno si fermò. 
Egli depose un ultimo bacio leggero sui ca- 
pelli di Enza ed uscì nel corridoio preceduto 
dal custode che portava la sua valigia. Enza 
lo accompagnò in silenzio, in silenzio jjorse 
alle sue labbra la destra, mentre egli, a terra, 
seguiva d'alcuni passi il treno che già si muo- 
veva. Quindi lasciò quella mano e rimase 
fermo nell'ombra della stazione quasi buia, 
finché si confuse nell'oscurità della notte. 



I 



È SCRITTO NEL DESTINO 177 

Enza tornò lentamente alla sua cabina, vi 
si rinchiuse e s'abbandonò inerte sulla cuc- 
cetta. Qualche cosa di freddo l'urtò al viso : 
era il portasigarette d'oro di Ugo che egli 
aveva dimenticato nelPaccomiatarsi. Ella lo 
prese, lo considerò a lungo e sospirò, affer- 
rata d'un tratto da un senso confuso di no- 
stalgia e di malinconia. Ecco l'unica cosa 
che le rimaneva di lui, un freddo oggetto 
scordato per distrazione e ch'ella gli avrebbe 
alla prima occasione rimandato. Lo rinchiuse 
nella sua borsetta e incominciò adagio a spo- 
gliarsi, cullata senza posa dall'ondeggiare del 
treno. Infilò una lunga camicia da notte in 
seta viola, girò la chiavetta della luce e si 
distese aspettando il sonno. Ma il sonno non 
venne, il sonno esulò lontano dai suoi occhi 
stanchi, spalancati nel buio e per tutta la 
notte, chiusa in quella prigione fuggente 
ella non ebbe che un pensiero, un ricordo, 
un rimpianto: Ugo, Ugo, Ugo. Dov'era? Ohe 
faceva? Ohe pensava? Dormiva sognando di 
lei o vegliava con desiderio e con ramma- 
rico di lei ? Mai più, mai più si sarebbero in- 
contrati pel mondo ? Avrebbe egli prestò 
un'altra amante? E come sarebbe? Bionda 
e magra come lei o bruna invece e florida 
per necessità di contrasto? 

Le parve un momento che una voce stra- 
ziante come un grido la richiamasse indietro 
implorando. Sussultò, le sembrò di mettersi 

GuGLiELMiNETTi, Anime allo specchio. 12 



178 È SCRITTO NEL DESTINO 

a correre e di cadere di colpo a terra. Si 
scosse, si destò, comprese : la voce straziante 
era il fischio della locomotiva, il colpo vio- 
lento l'arrestarsi imj)rovviso del treno. Poco 
dopo il custode bussò discretamente alla sua 
porta avvertendo che fra mezz'ora si giun- 
geva. 

La luce dell'alba penetrava fra l'una e 
l'altra tendina abbassata^ accendeva un rag- 
gio nello specchio incassato nella porta del 
gabinetto di toilette. Essa vi entrò, si rinfrescò 
il viso e le braccia con l'acqua limpida, ravviò 
i suoi capelli scomposti, si rivestì in un mo- 
mento, uscì nel corridoio. 

Un americano gigantesco, con un largo 
volto da donna sbarbato e roseo vi passeg- 
giava in ingiama di seta gialla commentando 
alla moglie, ch'era in Mmono di seta azzurra, 
il sorgere lento del sole sui colli. Parevano 
in casa loro: ella sgretolava un i3ezzo di cioc- 
colato, egli fumava e di tanto in tanto le 
circondava le spalle col braccio, finché la 
costrinse a voltarsi e scomparvero entrambi 
nella loro cabina. La beatitudine della sere- 
nità era così manifesta sul loro i)lacido volto, 
che Enza li invidiò. Perchè non poteva essere 
anch'ella così, guardare l'aurora succhiando 
un confetto e sentendo intorno alle sue 
spalle il braccio d'Ugo, il quale serenamente 
l'amava ? 

Ahimè ! ella era comj)Osta di un'altra so- 



È SCRITTO NEL DESTINO 179 

stanza umana, fatta d' inquietudine, di tor- 
mento e di contraddizione. Di contraddizione 
specialmente, la quale la spingeva a rinne- 
gare oggi ciò che era stato la sua gioia di 
ieri, a rimpiangere domani la sua schiavitù 
di oggi. 

Fatalmente per questa maligna malattia 
del suo spirito, ella già si pentiva di aver 
spezzato poche ore prima la sua catena, già 
rammaricava la libertà concessa all'amante, 
già si sentiva gravare addosso la solitudine 
e il vuoto del suo cuore. 

Giunse a casa sua, dove la matura cugina 
l'aspettava, con un mal di capo così violento 
che si pose subito a letto e vi rimase quasi 
tutto il giorno. Le pareva che fosse inutile 
alzarsi, muoversi, ricominciare a vivere la 
consueta esistenza, quando l'unica ragione 
della sua vita era scomparsa, non la sorreg- 
geva, non la incitava più. Sempre, quand'ella 
ritornava dopo aver i)assato con Ugo alcuni 
giorni, erano telegrammi e lettere senza fine 
per esprimersi l'un l'altro tutto il rimpianto 
della lontananza, per ricordare ad uno ad uno 
tutti ì momenti più gaudiosi o più dolorosi 
della loro intimità, per affrettare col desi- 
derio e con l'augurio il rinnovarsi di un 
altro incontro, di un'altra più lunga vita in. 
comune. 

Ora nulla. Ella non telegrafò e non scrisse 
né ricevette da Ugo una parola. Eppure le 



i8o ì: scritto nel destino 

pareva sempre clie una parola di lui le do- 
vesse giungere da un giorno all'altro, da 
un'ora all'altra, anche una sola espressione 
di ricordo o d'amicizia, anche solo una do- 
manda semplice che le chiedesse notizie del 
pìccolo astuccio d'oro dimenticato vicino a 
lei. Ma non giungeva nulla ed ella non osava, 
non poteva scrivergli per la prima mentre 
ella stessa aveva così fermamente voluto la 
fine del loro amore, lottato quasi contro la 
volontà di lui per mantenersi incrollabile 
nella sua fiera risoluzione. 

Ed intanto i giorni passavano vuoti ed 
eguali, veniva il tempo in cui tutti fuggi- 
vano la città ed Enza ignorava ancora come 
e dove avrebbe trascorso i suoi mesi estivi. 
L'anno innanzi s'era lasciata portare da Ugo 
in un paesetto di montagna e vi aveva vis- 
suto parecchie settimane di felicità. Ella 
rammentava ora con quale entusiasmo s'era 
procurato i pesanti abiti, semplici, comodi, 
quasi mascolini di taglio e i larghi feltri 
molli destinati alle escursioni che non aveva 
poi nemmeno tentate. Ma ora che le impor- 
tava di vestiti e di cappelli se non dovevano 
piacere ad Ugo, se dovevano solo adornarla 
per sé stessa o per gente estranea ? 

Come tutti i grandi amori il suo s'era cir- 
condato di solitudine e di mistero, l'aveva 
isolata dal mondo, costretta a trascurare 
amici ed amiche, troppo sospettose e vigili 



È SCRITTO NEL DESTINO l8l 

compagnie per lasciarle godere e soffrire in 
segreto la sua passione e la sua schiavitù. 
Ora quella schiavitù dalla quale si era a 
forza liberata le pareva necessaria alla sua 
vita, la sentiva il compimento ed il fine di 
essa. Ella si paragonava ad uno di quegli 
uccelletti vissuti lungamente in gabbia i 
quali, quando s'apre la porta della loro pri- 
gione, non sanno più volare lontano e vi ri- 
tornano smarriti, pigolando, quasi implorando 
d'esservi ancora rinchiusi. 

Già parecchie settimane erano trascorse 
in queste affannose inquietudini, quando un 
giorno sua cugina l'avvertì che una loro co- 
mune parente, la contessa Lanzi, le invitava 
a passare un mese in una sua grandiosa villa 
dov'ella esercitava l» più amabile ospitalità. 

Enza riflettè un momento. Sapeva che per 
giungere a Villa Lanzi occorreva passare 
nella città che Ugo abitava e pensò che 
ella avrebbe potuto vederlo al passaggio; 
aveva per ciò un i)retesto i^lausibilissimo, 
quello di riconsegnargli il prezioso oggetto 
smarrito. Disse alla cugina che accettava 
l'invito ed insieme stabilirono di partire tre 
giorni dopo. 

Ella mandò la sera stessa ad Ugo una let- 
tera-telegramma in cui lo informava laconi- 
camente delle sue decisioni e lo pregava di 
venire a ritirare alla stazione il portasiga- 
rette dimenticato nel suo sleejrìng. 



152 E SCRITTO NEL DESTINO 

Il domani egli telegrafò: « Infinite grazie : 
verrò certamente ». 

Partirono in un treno affollato, pieno di 
caldo e di odori grevi, ma a poco a poco 
quasi tutti i passeggieri discesero, e giunta 
la sera non rimasero nello scompartimento 
che le due signore. Viaggiavano da oltre 
sette ore quando giunsero nella città che 
Ugo Leardi abitava, e mentre il treno si 
fermava Enza, affacciata allo sportello, lo 
vide uscire dalla sala d'aspetto, venirle in- 
contro con un sorriso. Ella gli porse l'astuc- 
cio d'oro che Ugo intascò con un « grazie » 
distratto e chinandosi tutta verso di lui gli 
disse, quasi in soffio: 

— Vorrei parlarti. 

— Quando! — egli domandò corrugando 
la fronte. 

— Anche subito, — ella rispose, perplessa, 
temendo di spiacergii. 

— Allora discendi, — egli concluse calmo, 
aprendo lo sportello. 

Enza i^regò rapidamente la cugina di scu- 
sarla presso la contessa Lanzi e d'avvertirla 
che sarebbe giunta il domani. Poi discese e 
un momento dopo, seduta in una carrozza al 
fianco di Ugo, ella gli si stringeva al fianco 
tremando, come una povera bestiola che 
avesse ritrovato finalmente il suo i)adrone. 

Con dolcezza egli le domandò: — Che vuoi 
dirmi, Enza? 



È SCRITTO NEL DESTLNO l83 

Ma ella per un momento non potè rispon- 
dere: aveva appoggiata la fronte sulla sua 
spalla e ve la scuoteva incontro, gemendo, 
come per penetrare in lui, come per fargli 
sentire il fuoco del suo dolore e del suo 
amore. Egli ripetè: — Ohe vuoi dunque 
dirmi, Enza? 

— Ohe ti amo, che ti amo, che non posso 
vivere senza di te, che non dobbiamo la- 
sciarci. 

La risposta fu come uin grido represso, 
come un urlo soffocato. Ugo la cinse, sentì 
sotto il suo braccio il giovine corpo senza 
busto, pieghevole, tepido, voluttuoso e si 
chinò su di lei, le baciò il collo scoperto, la 
strinse a sé, le mormorò sorridendo: 

— Ti ricordi che cosa mi dicesti quella 
sera in treno ? Bisogna lasciarci : è scritto nel 
destino. 

— Il destino lo facciamo noi, — ella ri- 
spose sogguardandolo con gli occhi carez- 
zevoli. Ma subito si sollevò, si protese in 
ascolto. 

S'udì il fischio e l'ansare del treno che ri- 
partiva in Diezzo alla notte muta, sotto una 
luna pallida e raggiante come un osten- 
sorio. 



UN COLPO DI SPERONE. 



All'ombra flfctissiina dei platani di Villa 
Gaia la giovine donna si dondolava molle- 
mente, abbandonata all'ampia poltrona di 
legno curvato, col capo, le si)alle, le braccia 
affondati nei grandi cuscini di merletto. 

S'avvolgeva indolentemente in un morbido 
Icimono di seta giallo-arancio donde il lungo 
collo sottile, le lunghe mani magre, i lunghi 
I)iedi calzati di sandali emergevano con un 
biancore opaco e languente come le corolle 
dei fiori acquatici. Teneva su le ginocchia 
un libro aperto che non leggeva, ma consul* 
tava^ tratto tratto il piccolo orologio incas- 
sato nella testa di un ser^je, che le circon- 
dava il polso con le sue squame lucenti. 

Le parve d'improvviso che un rauco suono 
di tromba echeggiasse ad uno svolto della 
strada scoscesa ed ella si sollevò sui guan- 
ciali in ascolto, battendo le palpebre, mor- 



UN COLPO DI SPERONE l85 

dendosi il labbro, finché la voce sonora riempì 
il silenzio della vallata, fa come un roco 
grido ripetuto al di là del cancello di Villa 
Gaia. S'udì qualcuno ajjrirne entrambi i bat- 
tenti, s'udì la ghiaia del viale scricchiolare 
sotto le quattro ruote i)esanti, i)oi sotto il 
lieve ritmo di un passo e finalmente Vittore 
Colonna, l'aspettato, apparve. 

Egli portava sul volto la fresca avidità 
dei suoi ventiquattro anni che rilucevano 
nei begli occhi color nocciola e nei bei denti 
color avorio, portava su l'agile persona spor- 
tivamente elegante la leggiadra animalità 
della sua giovinezza. 

Forse j)er questo Eomana Oamuri, ch'era 
d'oltre un anno l'amante di un romanziere 
di bella fama, adorato dalle donne e dete- 
stato dagli uomini, rifugiatasi in quella sua 
villetta onde non seguire l'amico nella soli- 
tudine freddolosa d'un paese d'alta monta- 
gna, si sentiva a poco a poco attratta da 
quella giovine forza sana e serena la quale 
ogni giorno, da più d'un mese, veniva ad 
offrirsele, la quale implorava ogni giorno di 
essere soggiogata e imprigionata dalla sua 
fragile mano. 

Anche ora Vittore Colonna, curvo su quella 
fragile mano vi premeva più del conveniente 
la sua bocca accesa, mentre i begli occhi 
color nocciola si sollevavano a contemplarla 
con l'espressione di una intensa preghiera. 



l86 UN COJ.PO DI SPERONE 

— Sembrate un idoletto cinese, — disse il 
giovine ponendosi a sedere su l'erba di una 
aiuola, col dorso appoggiato al tronco di un 
platano. 

— Ditemi qualche cosa di diverso, — pregò 
ella scontenta, — questo me l'Iia rij)etuto tante 
volte Luca Gilberti, il celebre romanziere. 

— Ohe vi ama e che voi amate, — proseguì 
Vittore con un ostentato sospiro; — non è 
più un mistero per nessuno questa vostra re- 
ciproca passione, siatene certa. 

— Già, — ella ribattè sorridendo asprigna, 

— tanto reciproca che Luca Gilberti scrive 
romanzi a tremila metri sul mare, mentre 
io m'annoio a cinquecento, chiusa in questa 
capanna che l'ironia della sorte ha voluto 
chiamare gaia, 

— Come siete ingrata, mia dolce amica, 

— rimproverò, scuotendo il capo. Vittore Co- 
lonna 

— Per Luca o per voi ì 

— Per l'uno e per l'altro, poiché voi rin- 
negate i vecchi amici e disdegnate i nuovi, 
ciò che non è compatibile con le buone re- 
gole del viver felice e del viver civile. 

— Sai)ete bene che io non conosco per nulla 
il viver felice e per ben poco il viver civile. 

Simili dialoghi fra ironici e teneri, simili 
schermaglie fra argute ed ardite si ripete- 
vano ormai de settimane senza che l'atteg- 
giamento dell'uno e dell'altra, sempre sul 



UN COLPO DI SPERONE 187 

punto di mutarsi in qualche cosa di j)iù 
intimo e di più ardente, tentasse un più 
vivace balzo di desiderio o cedesse ad un più 
aperto abbandono. 

Ma la giovine donna, la quale da qualclie 
tempo insofferente d'ogni legame, aveva la- 
sciato il marito alle distrazioni estive della 
città ed abbandonato l'amante alla solitu- 
dine fervida del suo lavoro, si sentiva ora 
in quello stato j)articolare d' inquietudine e 
d' insoddisfacimento che predispone alle in- 
difese debolezze. Ella riceveva quasi ogni 
giorno lettere da Luca Gilberti ma leggeva 
quasi ormai senza commozione quelle sue vi- 
vide pagine dense di calore e di fantasia, in 
cui egli la chiamava ancora sua piccola ispi- 
ratrice, sua Musa deliziosa ed invocava con 
parole intense di bramosia la sua presenza 
« dolce più d'ogni umana e divina cosa » fra 
gli irti picchi delle gigantesche giogaie sviz- 
zere. Ed ella gli rispondeva con tenerezza 
ancora ma senza impeti, implorando perdono 
per la sua fragilità, per la sua debolezza che 
le impediva di compiere il lungo viaggio, 
che le vietava di esporsi ai disagi di un'ascesa 
e di sopportare il clima forse gelido, certo 
incostante dell'alta montagna. 

In realtà vi era in lei da qualche tempo 
una specie d'indolenza fìsica e d'inerzia spi- 
rituale che la snervava, che la smemorava 
anche del suo ancor vicino passato, di quel 



l88 UN COLPO DI SPERONE 

SUO amore ch'era stato bello di gioia e di 
dolore come nessun amore le era sembrato 
prima d'allora. E cercava per l'amico e per 
sé medesima j)retesti e scuse per giustificare 
quel suo lento intorpidimento che le pareva 
talvolta dolce e benigno come un sonno, tal- 
volta infido e triste come una malattia. 

Vittore Colonna ritto alle sue spalle si 
divertiva ora ad imprimere un leggero on- 
deggiar di culla alla profonda sedia a don- 
dolo dove la donna s'adagiava fra i molti 
cuscini di merletto e osava di quando in 
quando chinarsi cautamente su di lei e de- 
porre un bacio su la scriminatura dei suoi 
capelli, mentre ella socchiudeva un momento 
gii occhi al piccolo brivido che le correva 
pel dorso. 

Ma un passo scricchiolò sulla ghiaia d'un 
vialetto laterale e una cameriera apparve, 
recando un fascio di corrispondenza soj)ra il 
vassoino d'argento. 

— La posta, — disse mollemente solle- 
vandosi Romana Oamuri e incominciò a scor- 
rere le soprascritte senza tuttavia aprire le 
buste. V'erano parecchie cartoline d'amiche, 
alcune circolari a stampa, una rivista illu- 
strata ed una sola lettera, una grande busta 
intestata ad un albergo svizzero con l'indi- 
rizzo scritto in inchiostro violetto, in un 
piccolo carattere tondo e diritto, ch'ella ben 
conosceva. 



UN COLPO DI SPERONE 189 

Vittore ritto alle sue spalle osservava, ma 
non appena la vide indugiarsi su quell'ul- 
tima lettera, lasciò il suo posto troppo indi- 
screto e tornò a sedere a pie del platano 
ombroso ridendo, pur senza dissimulare un 
leggero dispetto. 

— Oh ! leggete pure la sua lettera, — egli 
consigliò accendendo una sigaretta, — io re- 
sterò qui a contemplarvi docilmente, in si- 
lenzio, mentre voi vi inebriate alle sue squi- 
site parole, 

— Se questo vi fa piacere.... — consentì 
Eomana con ostentata freddezza, per quel- 
l'istinto di far soffrire che e quasi sempre 
vivo nella donna quando è amata. 

Lacerò la busta, aperse la lettera e lesse. 
Ma subito il suo volto s'oscurò, le ciglia si 
corrugarono, il seno, sotto la seta leggera 
del MmonOy^ì sollevò nell'ansia di un'ira mal 
trattenuta, mentre il piede destro appena 
chiuso nel suo sandalo, batteva nervosa- 
mente il suolo come per calpestare qualche 
cosa o qualcuno. La lettera, di tre pagine 
brevi, fu letta in un momento e poi cinci- 
schiata a lungo con le dita inquiete prima 
che la donna si decidesse a parlare, e quando 
parlò rivolse a Vittore Colonna una inattesa 
domanda : 

— Conoscete voi Mirta Savelli, l'attrice ? 

— E chi non la conosce ? — interrogò a sua 
volta il giovine buttando la sigaretta accesa. 



190 UN COLPO DI SPERONE 

— Intendo se la conoscete fuori di scena, 
nell'intimità. Voglio sapere che donna, non 
che attrice essa sia. 

— È una donna affascinante. La donna e 
l'attrice non si distinguono : ella è nella in- 
timità ciò che è sulla scena, o è sulla scena 
ciò che è nell'intimità. 

— Insomma una donna pericolosa. 

— Pericolosissima, dicono. 

Romana Oamuri continuò a gualcire fra 
le mani la lettera, con lo sguardo fìsso e il 
seno ansante, poi d'un tratto si curvò tutta 
verso il giovine, con gli occhi lucenti di 
pianto e la gola stretta dall'angoscia : 

— Tre pagine, capite? tre intere pagine 
per dirmi che Mirta Savelli è capitata per 
caso lassù, nel suo stesso albergo, a riposare 
dalle fatiche della scena, a riconquistare la 
forza e la freschezza e a tormentare un di- 
sgraziato scrittore che sta sfasciandosi il cer- 
vello su un romanzo di cinquecento pagine 
e di trenta capitoli. Comprendete? 

— Comprendo, cara amica, e ne sono lieto 
per voi. Non sarete i3iù. costretta a dividere 
con lui, voi così fragile e così delicata, le 
gravi fatiche della gloria. 

— Ah! mi canzonate? Ebbene no, caro 
amico, quella donna potrà riposare quanto 
vuole, riconquistare tutto ciò che vuole, ma 
tormentare Luca Gilberti e impedirgli di la- 
vorare no, e poi no. Ci sono io di mezzo. 



UN COLPO DI SPERONE I9I 

— Ma guarda! — esclamò con finto can- 
dore Vittore Colonna scuotendo il bel capo 
giovanile, — voi sareste dunque gelosa ? Ge- 
losa di Mirta Savelli? 

— Io gelosa? Ma nemmeno per sogno, mio 
caro. Il mio è un puro e semplice dovere di 
amicizia e per questo dovere io mi sento 
capace di qualunque sacrificio. 

— Eccetto quello di arrampicarvi a tremila 
metri per mettervi di mezzo fra il romanziere 
e l'attrice, immagino, — osservò Vittore ac- 
cendendo un'altra sigaretta. 

— Mi dispiace, ma voi immaginate male.* 
Tanto è vero che vi prego di mettere per un'ora 
a mia disposizione la vostra automobile per- 
chè io i)ossa correre al telegrafo e annunziare 
a Luca Gilberti il mio arrivo per domani. 

— Ma voi siete leggermente pazza, amica 
mia; lassù morirete di freddo se non vi ar- 
riverete morta di stanchezza. 

— Se vi sta la Savelli posso rimanervi io 
pure. Aspettatemi, vado a vestirmi. 

Balzò dalla sedia a dondolo raccogliendo 
nel pugno le pieghe ampie del suo Mmono 
e corse via leggera coi suoi piccoli piedi 
nudi nei sandali di pelle gialla. Sentiva in 
sé stessa fremere la nuova vitalità del suo 
amore sotto il colpo di sperone della gelosia, 
sentiva una forza irrompente come un desi- 
derio di lotta, come un'ostilità battagliera 
incitarla ad agire ed a correre, a salire e ad 



192 UN COLPO DI SPERONE 

assalire j)iir di riconquistare il suo bene in 
pericolo, pur di allontanare la minaccia oscura 
cbe pareva contendergliene il possesso. Certo 
ella lo amava anche nell'apparente inerzia 
del suo cuore — ella si diceva vestendosi — 
se tutta se stessa si rivoltava così al pen- 
siero di perdere il suo amore, se la sua stan- 
chezza, se la sua debolezza si sollevavano 
d'un tratto, fatte vigili e pronte e ardite per 
incalzarla fin lassù, dove un'altra ombra in- 
combeva, dove la sua presenza occorreva per- 
chè il suo amore non cedesse a un momento 
d'oblìo o di sazietà. 

Eaggiunse dopo pochi minuti nel giardino 
Vittore Colonna e lo trovò sdraiato nella sua 
poltrona a dondolo intento a cullare infan- 
tilmente la sua piccola delusione sentimen- 
tale e la sua anima di buon fanciullo sereno. 
Egli si sollevò vedendola giungere col viso 
avvolto nel fitto velo e il mantello di titssor 
chiuso fino alla gola e prese docilmente dalle 
sue mani il libro dell'orario ch'ella gli j)orgeva. 

— Vi prego, amico mio, spiegatemi a che 
ora debbo partire, a che ora debbo giungere, 
perchè l'orario parla una lingua per me in- 
comprensibile, — disse la donna infilandosi 
i guanti flosci, lunghi fino al gomito e rise- 
dendo sull'orlo della poltrona. 

E il giovine, docilmente, sedette ai suoi 
piedi, le aperse su le ginocchia il piccolo li- 
bro e, molto assorto, incominciò a sfogliarlo. 



ANDANTE APPASSIONATO. 



Poiché Leo Oarmine scrisse a sua cugina 
Valeria annunziandole il suo ritorno in pa- 
tria per una sosta d'alcune settimane, ella 
si decise finalmente a porre in opera quella 
deliberazione che da più mesi meditava. Chia- 
mò con un biglietto il medico di famiglia e 
fingendo scaltramente di chiedergli consiglio, 
lo indusse ad accettare ed a seguire il suo 
proposito. 

Valeria Oarmine aveva una sorella mag- 
giore di sette anni e figlia di un'altra madre. 
Ormai orfane, vivevano entrambe agiata- 
mente in un loro grigio palazzo di provincia 
con due vecchie domestiche fedeli, assentan- 
dosi raramente, ricevendo pochi e fidati amici 
di casa, guardando il passaggio lento ed 
uguale del tempo. 

Evelina, la sorella maggiore, aveva var- 
cato da poco la trentina ed era alta ed esile 

GuGLiELMiNETTi, Anime allo specchio, 13 



194 ANDANTE APPASSIONATO 

con capelli biondi ed occM chiari come acqua, 
ma camminava un po' curva in avanti, spor- 
gendo il capo ed alzando il mento, col passo 
strisciante ed incerto delle sonnambule. L'az- 
zurro acqueo dei suoi occhi appariva tal- 
volta intorbidato e dilatato come se vi pas- 
sassero dinanzi strane allucinazioni e la sua 
bocca pallida sorrideva di rado con un sor- 
riso infantile che le scopriva i denti ancora 
bianchissimi nel volto leggermente giallo- 
gnolo. 

Ella rimaneva rinchiusa per giorni e giorni, 
talora per intere settimane, in due piccole 
stanze ch'ella prediligeva perchè s^aj)rivano 
sopra una veranda bassa dalla quale si scen- 
deva al giardino e leggeva continuamente 
romanzi, novelle, versi d'amore che il suo 
libraio le mandava dalla città. Di quando 
in quando le due stanzette e la veranda 
erano così ingombre di libri che Valeria fa- 
ceva venire un uomo col carrettino perchè 
se li portasse via e l'ordine si ristabilisse. 
Ma Evelina ne salvava alcuni nascondendoli 
sotto il guanciale ed erano i più. appassionati 
ed i più tristi, quelli in cui una dolente 
storia d'amore piangeva spasimando. Li te- 
neva presso di sé e li rileggeva sospirando, 
avvolta in una vecchia vestaglia turca e 
adagiata su una sedia a sdraio, vicino ad un 
piccolo tavolo rotondo che sorreggeva un co- 
fanetto j)ieno di lettere e parecchi ritratti. 



ANDANTE APPASSIONATO 195 



Erano fotografie un po' sbiadite, chiuse in 
cornici ricamate a viole del pensiero e rap- 
presentavano tutte un unico uomo, un gio- 
vine bruno dalle spalle quadrate, dallo sguar- 
do un po' fosco sotto le sopracciglia unite 
alla radice del naso, dalla bocca tumida e 
fresca come quella di un adolescente. 

Appariva in una di esse stretto in un co- 
stume da caccia in velluto cupo, in un'altra 
a cavallo, coi denti e gli occhi lucenti nel- 
l'ombra del cappello floscio, in un'altra an- 
cora vestito da sera, coi guanti in mano e 
il flore all'occhiello. Evelina restava qualche 
volta immobile, quasi affascinata, flssando 
lungamente quelle flgure coi suoi chiari occhi 
divenuti all' improvviso torbidi e coirle vuoti 
di pensiero e poi per la piccola gradinata si 
precipitava in giardino e correva, correva, 
stringendosi alla persona scarna la sua ve- 
staglia turca, lanciandosi intorno sguardi 
paurosi come se temesse un inseguimento 
od un agguato. E se qualcuno incontrandola 
le chiedeva dove si dirigesse con tanta fretta 
ella rispondeva senza fermarsi: — Vado a 
passeggio, che ve ne importa? — E conti- 
nuava a fuggire, mentre dietro di lei si ripe- 
teva: — È ]3azza. 

Quando rientrava pallida, ansante, stanca 
a morte, si buttava sulla sedia a sdraio, ri- 
prendeva ad uno ad uno i tre ritratti, li ba- 
ciava con frenesia, se li premeva sul cuore. 



196 ANDANTE APPASSIONATO 

piangeva. Erano i ritratti di suo cugino Leo 
Carmine. 

Evelina e Leo Carmine sperano ardente- 
mente amati sei anni prima quando il gio- 
vine, mezzo rovinato da un padre prodigo, 
tentava di sistemarne Fimbrogliatissima ere- 
dità amministrando egli stesso i suoi beni 
e facendo intanto con gaia disinvoltura e 
con grazia galante il signorotto campagnuolo. 

Nessuno sapeva fino a qual punto li avesse 
trascinati la tumultuosa passione e si susur- 
rava che la piccola gradinata della terrazza 
fosse stata bene spesso galeotta e pronuba 
di quell'amore in certe notti senza luna. Ma 
quasi all'improvviso, mentre Evelina sognava 
ed aspettava le nozze, Leo era partito per 
l'America del nord^ dove certi suoi lontani 
congiunti lo avevano chiamato, offrendogli 
nella costruzione di un loro tronco di fer- 
rovia un posto di fiducia, il quale lo doveva 
arricchire in meno d'un paio d'anni. Senon- 
chè gli anni s'erano moltiplicati, le lettere 
d'amore diminuite e poi cessate, le speranze 
d'Evelina cadute, ed a poco a poco la sua 
passione s'era esaltata in una specie di mo- 
nomania amorosa, la quale presentava tal- 
volta tutte le morbose caratteristiche di una 
leggera demenza. 

Valeria Carmine non amava la sorellastra 
e non la compiangeva ; la invidiava forse per 
quel romanzo fervido da lèi vissuto quan- 



ANDANTE APPASSIONATO 197 

d'ella era ancora quasi una ragazzina, rin- 
chiusa a studiare in un convento di monache. 
Aveva conosciuto il cugino poche settimane 
prima che partisse, ma la sua figura era ri- 
masta così fortemente impressa nella sua 
memoria che le bastava chiudere gli occhi 
per vederselo apparire dinanzi in tutta la 
sua giovanile baldanza, con quel sorriso in- 
definibile col quale egli Paveva abbracciata 
per la prima volta il giorno della partenza. 
S'erano scritto raramente, ma sempre con 
una grande cordialità, e Valeria aveva nu- 
trito nel suo intimo durante quegli ultimi 
anni un sogno segreto. 

La sorellastra era ormai l'ombra di sé 
stessa, una scialba figura d'allucinata, una 
larva vicino a lei ch'era florida e solida, con 
capelli neri e crespi, le guancie a fossette, 
le labbra colorite, gli occhi vivaci. Ella do- 
veva senza dubbio piacere a Leo, perchè gli 
rassomigliava un poco, sebbene ella fosse 
piccola e tonda, mentre egli era alto e qua- 
drato. Tuttavia un tempo egli aveva amato 
Evelina, esile e bionda, ma in tanti anni i 
suoi gusti s'erano certo mutati ed egli cer- 
cava forse una moglie molto diversa dal- 
l'antica innamorata. 

Un solo timore angustiava Valeria : la pre- 
senza della sorella. Egli non poteva averla 
dimenticata completamente durante la sua 
lontananza e forse il piccolo o il grande ri- 






198 ANDANTE APPASSIONATO 

morso di quella vita distrutta per cagion sua, 
di quella rovina già quasi inconsapevole di 
sé stessa, lo avrebbero riafferrato al ritorno 
e costretto subito a fuggire, o forse a rime- 
diare con un tardo pentimento al male di- 
venuto insanabile. Perciò occorreva allonta- 
nare Evelina. 

Quando il vecchio medico di famiglia chia- 
mato da un biglietto di Valeria, accorse al- 
larmato in casa Carmine, la trovò pensosa 
^ e accigliata con una lettera dal bollo stra- 
rr "" ^^ niero in mano. 
YO — ^^^ cugino sta per imbarcarsi per l'I- 

^^ ^ talia ; fra due o tre settimane sarà qui, — 

V gli annunziò concitata, mentre il dottore se- 

deva con flemma. 

— Benissimo, — egli disse fregandosi le 
mani; — lo vedrò volentieri il nostro caro 
americano. 

— Ma E velina, dottore, pensi ad E velina, 

— ribattè Valeria con occhi supplichevoli, 

— ha avuto parecchie crisi in questi giorni; 
la presenza di suo cugino le sarà fatale. 

— Fatale o no, — osservò quell'uomo bo- 
^\v , nario che nella sua lunga e oscura carriera 

s'era abituato a considerare solamente come 
cose importanti le nascite e le morti. — Ohe 
cosa vuol fare di sua sorella? 

— Mi dia un consiglio, dottore, — pregò 
Valeria dopo un lungo sospiro. — Vi sono 
tante buone case^di cura per malattie ner- 








ANDANTE APPASSIONATO 199 

vose. Evelìna vi si troverebbe certo meglio 
che non qui durante la permanenza di Leo. 

— Ma senz'alcun dubbio, figliuola mia, — 
assentì il medico, che contava fra i suoi col- 
leghi il direttore d'una casa di salute, il quale 
gli aveva reso parecchi servizi senza ch'egli 
si fosse in qualche modo sdebitato. 

E le suggerì il nome di quell'amico, sog- 
giungendo che mediante una sua raccoman- 
dazione Evelina avrebbe trovato un tratta- 
mento speciale e cure superiori a tutti gli 
alcri malati. Egli stesso s'incaricò di con vin- 
aria a lasciare la sua casa per andare fra 
/sconosciuti in un paese ignoto, ma mentre 
/aspettava la più ostinata resistenza la trovò 
|lnvece docilissima, lieta di quel repentino 
mutamento, disposta al viaggio, incuriosita 
delle cose e delle persone nuove alle quali 
laudava incontro. Chiese soltanto di portar 
seco i suoi ritratti ed i suoi libri prediletti 
e si congedò dalla sorellastra con un saluto 
quasi affettuoso. 

Appena rimasta sola Valeria riordinò da 
capo a fondo la casa, chiuse le stanze d'Eve- 
lina, allineò sui gradini della terrazza una 
grande quantità di vasi fioriti, perchè l'ospite' 
non riconoscesse la dolce strada del suo an- 
tico amore e già si preparava a riceverlo an- 
siosa di speranze e di timori, quand'egli le 
telegrafò che aveva ritardato di qualche set- 
timana la sua partenza i^ev causa d'un afiare 



T 



200 ANDANTE APPASSIONATO 

importante. Yaleria ne fu per qualche tempo 
irritatissima e solo quando ricevette Pan- 
nunzio certo del suo imbarco, ricominciò a 
nutrire di lusinghe il suo sogno segreto. 

Ella era ormai da quasi due mesi padrona 
e signora in casa sua e riceveva di tanto in 
tanto buone notizie d'E velina dal medico che 
la curava, senza però credervi soverchia- 
mente. 

Un mattino ella s'aggirava fra le aiuole 
del giardino con un cappellaccio di paglia sui 
capelli ancora spettinati ed indosso un vec- 
chio grembialone stinto, intenta a mondare 
dai bruchi i rosai, quando si sentì cliiamare 
a gran voce dalla vecchia cameriera : — Si- 
gnorina, signorina, è arrivato il signor Leo. 

E prima ch'ella si fosse raccapezzata nel 
trambusto, se lo vide apparire dinanzi col 
soprabito chiaro sul braccio e il berretto da 
viaggio in mano, elegante, sorridente, con 
le tempia leggermente grigie e due denti 
d'oro che splendevano al sole. 

— Perchè non avvisarmi? — domandava 
Valeria avvilita dall'incuria della sua per- 
sona, pensando al bell'abito di merletto bian- 
co preparato apposta per ricevere l'ospite. 

— Vedi in che stato mi trovi ? — soggiunse 
avviandosi verso casa e sperò che il cugino 
le rivolgesse un complimento galante il quale 
risollevasse i suoi spiriti umiliati; ma Leo 
l'osservò da capo a j)iedi e disse ridendo: 



ANDANTE APPASSIONATO 201 

— Ho lasciato Ebe e ritrovo Giunone, anzi, 
dirò meglio Pomona, intenta alle opere del 
giardinaggio e della frutticultura. 

— Pomona? — ripetè a sé stessa con qual- 
che sdegno Valeria che non possedeva molta 
famigliarità con la mitologia. E soggiunse 
fra sé : — Dev'essere una impertinenza ; Leo 
si piglia gioco di me: non gli piaccio. 

E sotto quest'incubo perdette per tutto il 
giorno ogni gaiezza ed ogni grazia, sebbene 
avesse indossato il suo bell'abito di merletto 
bianco. 

Fu solo a sera, quand'ebbero finito di pran- 
zare sotto gli alberi del giardino e la prima 
ombra incominciò a velare i loro volti, che 
Leo Carmine osò rivolgere a sua cugina la 
domanda attesa e temuta : 

— Come sta Evelina? 

La risposta si fece attendere un momento, 
ma la voce di Valeria non tremò mentr'ella 
diceva : 

— Il medico ha voluto provare una nuova 
cura in una casa di salute. Stava molto male 
in questi ultimi tempi. 

— E la cura le giova? — chiese ancora 
Leo. 

— Finora non diede alcun risultato e non 
ne darà, purtroppo, — sospirò Valeria e volle 
accendere una sigaretta per sviare quel rat- 
tristante discorso. Difatti il giovine non re- 
plicò e rimase a lungo silenzioso. Tutta la 



202 ANDANTE APPASSIONATO 

raalinconìa del passato parve abbattersi d'un 
tratto su dì lui, in quel veccMo - giardino 
pieno d'ombre note, dov'egli aveva vissuto 
Punica sua j)assione, dove il primo e l'ultimo 
grande amore della sua vita l'aveva travolto 
insieme a quella donna in un vento di te- 
meraria follìa. Perchè, perchè non se l'era 
portata seco, lontano, al di là dei mari ad 
alleviargli con le sue braccia appassionate 
le rudi fatiche ed i quotidiani sforzi della 
sua corsa alla ricchezza ? Perchè l'aveva la- 
sciata intristire e intorpidire nell'abbandono, 
mentre ella aveva in sé tanta forza per amare 
e per essere amata? 

Eare e incerte notizie gli erano giunte 
della malattia d'Evelina e nessuno aveva sa- 
puto o voluto informarlo su di essa con esat- 
tezza e con assiduità. Ella, dopo un'ultima 
lettera disperata nella quale gli chiedeva in- 
vano il permesso di raggiungerlo, s'era taciuta 
per sempre e quel silenzio gli era sembrato 
terribile più di tutte le più desolate parole. 

Ora egli sapeva che ogni speranza era finita 
per lei, che ella non era più che un'ombra 
del passato, una rovina umana, una inco- 
sciente per cui la morte è una dolce libera- 
trice e s'accorgeva al tempo stesso che egli 
era tornato in patria per lei sola, per vederla 
in tutta la tristezza del suo stato presente, 
così come l'omicida ritorna fatalmente a con- 
templare la sua vittima. 



ANDANTE APPASSIONATO 203 

O forse nelle buie tortuosità della sua co- 
scienza sopravviveva Tillusione di ritrovarla 
ancora innamorata e ancora tale da suscitare 
amore, come un tempo? 

Egli non se lo chiese, ma domandò a Va- 
leria fra altri discorsi leggeri, il nome del 
medico che curava sua sorella, quindi accusò 
un po' di stanchezza e si fece accompagnare 
alla sua camera. Più tardi, quando tutta la 
casa fu immersa nel sonno, egli scese nel 
giardino, vagò sotto i vecchi alberi, tutti 
neri incontro alla perlacea chiarità lunare, 
rivisse ora per ora il suo passato come tante 
volte l'aveva sognato laggiù, oltre i mari, 
quando un momento di feroce ira nostalgica 
gli saliva al cervello come una mala ebbrezza. 
Cercò ansiosamente la piccola scala che con- 
duceva alla veranda e da quella alle due 
stanzette piene di fervidissmi ricordi, ma 
s'avvide che essa si dissimulava sotto molte 
file di vasetti verdi e che tutte le persiane 
ermeticamente chiuse davano a questa parte 
della casa l'aspetto di un luogo disabitato o 
visitato dalla morte. 

— Quella ragazza mi ha un'aria subdola, — 
egli rifletteva contemplando gli occhi ciechi 
delle finestre sulle quali batteva il bianco 
lume della luna. — Ho dovuto interrogarla 
per sapere qualche cosa di sua sorella e ciò 
non ostante ella evitava le mie domande e 
sviava il discorso. Di più ella ha fatto spa- 



204 ANDANTE APPASSIONATO 

pire qui e dovunque ogni traccia di quella 
sventurata. Certo ella vuole che io la dimen- 
tichi, forse pretende che io mi occupi di 
lei. — E ripensò con noia alla sua confusione 
e alla sua ira del mattino, quand'egli l'aveva 
sorpresa in una acconciatura poco seducente, 
alle sue civetterie di piccola provinciale ine- 
sperta, all'eleganza esagerata dei suoi abiti 
di casa. E tra sé sorridendo pietosamente ri- 
salì nella sua camera ed in questi pensieri 
s'addormentò. 

Non tardò a convincersi il domani e i giorni 
seguenti che veramente sua cugina Valeria 
fondava su di lui alcune sue vive speranze, 
ma non riuscì ad esserne né lusingato né 
commosso. Egli non pensava che all'altra, 
non sentiva che l'altra. La vedeva apparire 
sottile e bionda, vestita d'azzurro nei vani 
delle porte, piegare il busto flessibile dalle 
balaustrate, percorrere i viali del giardino 
col suo passo leggero. E il pensiero ch'ella 
fosse ora tanto mutata, malata sfinita folle, 
una vecchia precoce curva e tremula, chiusa 
in un sanatorio, gli serrava il petto in uno 
spasimo di pena e di rimorso. 

Dopo una settimana comprese che la gioia 
del ritorno in patria, tanto attesa e sognata, 
gli si cambiava in un' inquietudine amara, 
in una insofferenza torturante che la vita 
oziosa e monotona della provincia gli rendeva 
a poco a poco intollerabile. 



ANDANTE APPASSIONATO 205 

— Bisogna che io veda un'ultima volta 
quella infelice creatura, e poi che io ritorni 
al mio esilio, — decise un mattino all' im- 
provviso, e col pretesto di visitare certi amici 
salutò la cugina e andò a cercare la casa di 
cura che ospitava Evelina. 

Trovò una villa tutta bianca, per metà 
nascosta nel verde di un parco ed un dottore 
alto e massiccio con una gran barba nera 
il quale lo accolse amabilmente. 

— Mi perdoni, — gli disse questi dopo un 
breve esordio — s'io sono costretto a par- 
larle di cose molto delicate, ma la nostra 
professione ci costringe a conoscere la vita 
intima psicologica e sentimentale delle no- 
stre pazienti, specialmente nei fatti deter- 
minanti del male. Ora la signorina ha rapi- 
damente migliorato in questi due mesi: era 
denutrita, avvilita dall'abbandono, dalla so- 
litudine e forse dal ridicolo, ridotta ad una 
larva pietosa. Ma ormai s'avvia verso la gua- 
rigione e non vorrei che la sua presenza ri- 
suscitandole nella memoria tutto un triste 
passato producesse in quell'organismo ner- 
voso qualche fenomeno deleterio. Mi com- 
prende, non è vero? 

— Io non chiedo di parlarle, non chiedo 
di essere ricevuto; vorrei soltanto vederla, 
non visto per un momento, — pregò Leo Car- 
mine con la voce soffocata dall'ansia. — Sarà 
un desiderio morboso anche questo — sog- 



20(ì ANDANTE APPASSIONATO 

giunse — ma ho bisogno, ho bisogno di ve- 
derla, non me lo neghi, dottore. È una sof- 
ferenza inutile, lo so: od è forse un'inutile 
espiazione, ma bisogna che io la veda prima 
di andarmene per sempre. 

Il medico abbassò il capo in un cenno di 
forzato assentimento e lo precedette per un 
lungo corridoio fiancheggiato da porte nume- 
rate. All'ultima si fermò, aprì senza rumore 
un battente, scostò una portiera, vi aperse 
uno spiraglio, gli disse: — Eccola. 

Evelina sedeva sopra una poltroncina di 
vimini presso la finestra e leggeva. Dalla 
sua leggera vestaglia bianca emergeva nudo 
il lungo collo e si profilava incontro alla 
luce la delicata testa reclina. Parve sentire 
lo sguardo che la fissava perchè volse in giro 
gli occhi come per un indefinibile turbamento 
e li fermò sulla porta. Allora Leo Carmine 
potè vederla in volto. Era quella la crea- 
tura emalciata, sfinita, demente che egli cre- 
deva di ritrovare? No, quella era, la sua 
Evelina dì un tempo, il suo amore di giovi- 
nezza, coi suoi larghi occhi azzurri, la pelle 
diafana, la bocca rosea, l'esile persona tutta 
fremiti e palpiti. Ohi gli aveva detto che ella 
era mutata? Perchè gli avevano mentito? 
No, era sempre lei, come l'aveva lasciata 
partendo, come l'aveva sognata lontano. 

— Già le dissi che in due mesi ella ha 
fatto miracoli; — susurrava al suo orecchio 



ANDANTE APPASSIONATO 207 

il medico, — quando giunse qui pareva uno 
spettro. 

Ma Leo Carmine non ascoltava, stringeva 
le mascelle per non prorompere in pianto e 
si torceva le mani convulsamente quasi per 
trattenere un impeto. D'un tratto egli re- 
spinse il dottore che lo teneva pel braccio e 
di un balzo fu ai piedi. d'E velina, col volto 
sulle sue ginocchia e la bocca sulla sua mano, 
con tutta la persona scossa da un dolore e 
da una gioia deliranti. 

Il dottore fermo sulla porta guardava, 
pronto ad accorrere. Ma Bvelina non svenne 
e non dette in ismanie. Ella sorrideva con 
gli occhi semichiusi* come per meglio go- 
dere la sua felicità repentina e sembrava 
ch'ella avesse atteso e preveduto per tanti 
anni questo momento, con la certezza d'una 
fatalità. Le sue dita passavano e ripassavano 
nei capelli di Leo con una tenerezza materna 
e voluttuosa ad un tempo e finalmente il suo 
volto si piegò e le sue labbra vi si posarono 
in un bacio che parve senza fine. 

— Per sempre? — ella mormorò, tuttora 
china su di lui, quasi senza voce. 

— Per tutta la vita, — egli rispose solle- 
vando il viso sconvolto. 

E riabbandonò il capo in quel grembo. 



L^AMICO INTIMO. 



Al teatro di prosa, una sera di prima rap- 
presentazione, Giuliana Gilberti si trovò se- 
duto accanto qualcuno che le pareva di rico- 
noscere e stava domandandosi invano dove 
mai le era apparso quel giovine lungo, di- 
noccolato, col monocolo in un occhio e una 
perenne stupefazione nell'altro, quando du- 
rante il primo intervallo egli s'alzò, si piegò 
tutto verso di lei e le chiese il permesso di 
salutarla. 

— Sono Massimo Laudi, non si ricorda? 
Max, l'amico intimo di Franco Viana, il quale 
mi presentò a lei un anno fa, al ballo di casa 
Santarosa. Rammento ancora il suo abito 
verde di quella sera e come stava bene al 
braccio di Franco. 

Subitamente irrigidita al suono ripetuto di 
quel nome. Giuliana Gilberti fissò un mo- 
mento l'inopportuno malaccorto che veniva 



L AMICO INTIMO 209 



a risuscitarle nelP intimo con quelle parole 
una tempesta di follia e di male già forse 
alquanto i)lacata. Ma si morse le labbra e 
con le narici un poco dilatate come chi re- 
spira a fatica sentendo un peso enorme sul 
cuore, sorrise quasi benevolmente: 

— Eicordo, ricordo. Fu una festa molto 
animata. Avevo un vestito verde? Questo 
non lo so. Come mi par lontano quel tempo ! 

Con ostentata cura ella evitò di pronun- 
ziare quel nome, quasi per avvertire discre- 
tamente Paltro a non richiamare fra di essi 
una memoria torbida. Senonchè Massimo 
Laudi non comprese e continuò a rievocare 
sedendole accanto: 

— Fu ai)punto in casa Santarosa, quella 
sera stessa che Franco conobbe la piccola 
Salviati e dopo sei mesi giusti la portava 
trionfalmente davanti al sindaco. Io fui il 
suo testimonio e le posso assicurare che 
Franco non mi sembrò mai tanto commosso. 
Era pallido, gli tremavano le mani, pareva 
quasi ammalato quella mattina, mentre la 
piccola Salviati rideva e scherzava tranquilla 
e fresca come un fiore. 

— Ah ! — disse appena Giuliana mostrando 
tutti i suoi denti in un falso sorriso, e cercò 
nel suo cervello annebbiato qualche frase da 
aggiungere a quella esclamazione. Ma potè 
dire soltanto: — Fu quella sera? È molto 
strano. 

GuGLiELMiNETTi, Anime allo specchio, 14 



210 LAMICO INTIMO 



— Sì, quella sera. Dapprima l^anco non 
voleva sentir parlare di matrimonio. Egli 
amava la sua libertà. Porse aveva pure qual- 
che dolce amica, o per meglio dire una sola 
misteriosa amica che l'assorbiva molto. Poi, 
finalmente si decise e fece bene. 

— Oh, benissimo, non c'è dubbio, — mor- 
morò sogghignando Giuliana, e poiché suo 
marita sopraggiungeva, lo presentò a Mas- 
simo Laudi e s'isolò nell'oscurità agitata dei 
suoi pensieri mentre la rappresentazione con- 
tinuava. 

— Dunque costui, l'amico intimo di Franco, 
non sapeva nulla della loro passata passione ? 
O tìngeva d'ignorarla per il perverso piacere 
di farla soffrire parlandole di lui I Egli certo 
continuava a frequentare Franco, conosceva 
la sua vita d'ogni giorno, sapeva quali erano 
i suoi rapporti con la giovine moglie, quella 
piccola Salviati con la quale ella non aveva 
voluto condividere il suo amore. Oh, ricor- 
dava bene l'irritazione angosciata di Eranco 
quand'ella gli aveva imposto di scegliere tra 
la fidanzata e l'amante. Una delle due do- 
veva essere sacrificata, perchè ella in amore 
non ammetteva che l'esclusività assoluta del 
possesso e contendere ad un uomo la sua 
legittima conapagna le ripugnava e l'umi- 
liava. Suo marito, di trent'anni più vecchio 
di lei, non poteva dar ombra a nessuno, ma 
la piccola Salviati, graziosa, fresca, non an- 



l'amico intimo 211 



Cora ventenne, era una rivale troppo peri- 
colosa perchè ella potesse lottare nell'ombra 
contro le sue forze e sperare di vincerla. E 
s'era da sé stessa sacrificata, con ribellioni 
frementi, con disperazioni taciturne, ma con 
una specie di voluttà dolorosa che la faceva 
vivere più intensamente, d'una vita quasi du- 
plicata, quasi esaltata. Ed ora, dopo mesi e 
mesi, quando già una pacata tristezza suben- 
trava alle inquietudini amare, qualcuno ve- 
niva improvvisamente a ridestare in lei il 
suo passato, a farlo rivivere affannosamente 
nel suo ricordo. Eppure, dopo il primo at- 
timo di sgomento che il nome di Franco 
aveva in lei suscitato, dopo il primo im- 
pulso di far tacere la voce che lo rievocava, 
succedeva un'avidità bramosa di sapere di 
lui, d'udire parlare di lui, di conoscere tutta 
la sua vita presente. Massimo Laudi, l'in- 
timo amico, poteva saziare questa sua cu- 
riosità smaniosa, tanto più che egli ignorava 
o fingeva d'ignorare il suo legame precedente 
con Franco. 

Lo invitò cortesemente a casa sua ed ot- 
tenne la promessa di una visita per il giorno 
seguente. 

Massimo si fece precedere da un mazzo 
d'orchidee delicatissime e si mostrò così fe- 
lice di quell'improvvisa benevolenza di Giu- 
liana, così lusingato d'interessarla in qual- 
che modo e di poterle forse divenire amico, 



L AMICO INTIMO 



che ella ne ebbe quasi un moto intimo di 
pentimento e di commiserazione. Ma subito 
lo trasse accortamente a parlar di Franco 
ed ogni suo rammarico tacque. Tutto il suo 
essere si protese per ascoltare le parole se-^ 
rene e semplici di quell'uomo che parlava I 
di un altro, dell'assente, del lontano, di colui 
che ella amava ed odiava a vicenda come 
s'ama e s'odia un bene irrimediabilmente per- 
duto ed ancora desiderato. 

— La signora Maria è buona come un an- 
gelo e ^uona deliziosamente il violino. Franco 
invece non ha più toccato il pianoforte dopo; 
il suo matrimonio, perchè afferma che ciò 
lo dispone alla malinconia. S' immagini che 
ora coltiva le aiuole del suo giardinetto;, 
rose e rose, ne mette dovunque, e guai a non 
lodarlo per le sue attitudini alla floricoltura. 
Sua moglie ed io lo punzecchiamo volentieri 
e ad ogni insuccesso sono risate e battibec- 
chi senza fine. La signora Maria teme che a 
fare il giardiniere Franco si sciupi le mani, 
perchè, non so s'ella lo abbia osservato, le 
mani di Franco sono molto belle, mani ner- 
vose e agili da pianista e insieme accurate 
e fini come quelle d'una donna. 

Giuliana sorrideva in silenzio, d'un piccolo 
sorriso accorato che ella si sforzava di far 
parere gentile e ascoltava intenta, beveva 
ad una ad una quelle parole avvelenate le 
quali le svelavano l'intimità di una vita che 



L AMICO INTIMO 21.> 

era stata sua e che si svolgeva ora lontana, 
diversa, ignota, fra cose e persone di un al- 
tro mondo, fra cure e sentimenti estranei, 
dai quali ella si sentiva per sempre esclusa. 
E interrogava ancora avida, ma cercando le 
espressioni più blande, la voce più indiffe- 
rente per non destare sospetti nell'amico, e 
conosceva così ad una ad una le occupazioni 
della giornata di Franco, le persone che fre- 
quentavano la sua casa, i libri che egli leg- 
geva e il nome della sarta che vestiva sua 
moglie. Le pareva di vivere un poco con lui, 
potendo seguirlo ora per ora lungo il corso 
dei suoi giorni e incitava Massimo Laudi a 
tornare spesso, lo attirava con lusinghe piene 
di grazia, cercando di soddisfare la propria 
morbosa curiosità divenuta insaziabile. 

E Massimo tornò tante volte a casa sua 
e vi fu accolto sempre con tale espansiva 
gentilezza che gli parve un giorno natura- 
lissima cosa di circondarle le spalle, mentre 
ella accennava al piano un motivo preferito 
da Franco, e di susurrarle alPorecchio che 
ramava. 

Giuliana si volse a fissargli gli occhi negli 
occhi quasi per leggergli fin dentro all'ani- 
ma. Ella ignorava ancora se Massimo co- 
noscesse o no la passione che l'aveva legata 
al suo amico e la rivelazione inattesa di 
questo nuovo amore aumentava la sua per- 
plessità. Ma lo sguardo di Massimo appa- 



214 LAMICO INTIMO 



riva tanto ansioso, la sua faccia esprimeva 
una così luminosa speranza che nessuno dei 
suoi dubbi potè essere risolto. Allora ella 
concesse le sue mani alle labbra appassio- 
nate del giovine e chiudendo gli occhi s'il- 
luse per un momento che un altro glie le 
baciasse. 

Da quel giorno le parve a poco a poco 
possibile vivere di questo inganno ambiguo 
e lentamente vi si abbandonò. 

Massimo non rassomigliava a Franco, ma 
le uguali consuetudini, le inclinazioni con- 
simili, il medesimo indirizzo di cultura ave- 
vano creato fra i due amici una somiglianza 
spirituale che li avvicinava molto, che quasi 
un poco li immedesimava nel pensiero di 
Giuliana. Ella poteva discorrere con Mas- 
simo delle cose care a Franco, respirare in- 
torno a lui l'atmosfera familiare all'amico, 
quasi risuscitare per mezzo suo l'antica in- 
timità. 

Una duplicità singolare e segreta fu la 
base di questo nuovo amore, da lei accet- 
tato soltanto per rivivere l'amore passato e 
tutti gli accorgimenti furono posti in opera 
per rendere più verosimile, più. completa e 
più ingannevole l' illusione. 

Ella indusse Massimo con molta cauta 
scaltrezza a prendere per i loro convegni lo 
stesso appartamentino discreto che già aveva 
ospitato il suo amore con Franco e vi ginn- 



l'amico intimo 21 5 

geva ogni volta col cuore tiimiiltiiante, sa- 
liva quella scala già nota, bussava a quella 
porta amica e le pareva sempre che il volto 
di Franco dovesse affacciarsi allo spiraglio, 
pallido d'attesa e sorridente di gioia come 
un tempo. 

Invece l'accoglieva Massimo anch'egli an- 
sioso e felice, eppure così diverso nelle espres- 
sioni, nei gesti e negli sguardi, l'accoglieva 
con un'adorazione devota, pronto a sotto- 
mettersi ai suoi nervosi capricci, a rispet- 
tare i suoi superbi fastidi, ad amarla in gi- 
nocchio senza chiederle nulla. Ella lo inter- 
rogava sulla sua giornata, lo costringeva a 
raccontarle le occupazioni dì tutte le sue 
ore e mentre egli attribuiva questa curiosità 
ad una dissimulata gelosia e ne gioiva come 
d'un segno d'amore, ella s'ostinava partico- 
larmente nel fargli descrivere le sue visite 
a Franco Yiana e destramente s' informava 
del suo umore e dei suoi progetti, chiedeva 
degli amici ch'egli vedeva, conosceva quasi 
le parole ch'egli pronunciava. Qualche volta 
Massimo veniva direttamente dalla casa del- 
l'amico dove s'era trattenuto a colazione, e 
Giuliana si stringeva a lui cercandogli in- 
torno l'aria respirata da Franco e l'odoroso 
fumo delle sue sigarette come preziose e 
imponderabili reliquie ignote a chi le portava. 

Un giorno ella gli domandò all'improvviso 
se Franco sospettasse la loro intimità. 



2 1 h L AMICO INTIMO 



— Non solo la sospetta, ma la conosce, — 
rispose sereno Massimo ; — io non ho segreti 
per lui. 

— E Franco non ha segreti per tei — 
ella chiese pallida, con la bocca arida come 
se l'agitazione febbrile del suo cuore simile 
a una vampa glie la disseccasse. 

— Ora no; ne ebbe forse uno in i)assato, 
ma era un segreto d'amore. Prima del ma- 
trimonio vi fu nella sua vita una grande 
passione per una donna sconosciuta ; io penso 
che fosse una straniera. 

— L'ha completamente dimenticata? — 
ella interrogò frenando il tremito di tutte 
le sue membra. 

— Forse no ; — rispose Massimo titu- 
bando come per meglio vagliare i sentimenti 
dell'amico. — Mi pare in certi momenti che 
egli la ricordi e la rimpianga. Per esempio 
quando io parlo del nostro amore, mi sembra 
ch'egli s'agiti un poco e si rattristi, come se 
pensasse al suo passato. 

Giuliana tacque e si torturò per alcuni 
giorni su quelle parole che le i)arevano ora 
consolatrici come un balsamo, ora corrodenti 
come un tossico, trattenendosi tuttavia per 
una intima ripugnanza che il suo inganno 
adesso le ispirava, dall'indurre l'amico a par- 
larle ancora di Franco. 

Ma trascorso qualche tempo, Massimo giun- 
se un giorno al ritrovo alquanto in ritardo 



LAMICO INTIMO 217 



ed a Giuliana che se ne stupiva spiegò sor- 
ridendo : 

— Figurati che Franco mi ha voluto ac- 
compagnare. Ero stato a colazione da lui e 
giunta Fora mi disponevo ad andarmene 
§- quand'egli mi disse tranquillamente : — Esco 
con te. — E non ho più potuto liberaroiene. 
È vero che non gli ho confessato di venire 
ad un convegno d'amore, perchè allora la 
sua discrezione l'avrebbe consigliato a la- 
sciarmi andare solo. Povero Franco, come 
mi vuol bene! 

Giuliana lo ascoltò con gli occhi dilatati 
e tutto il cervello occupato da un solo pen- 
siero: — Egli è venuto fino a questa casa. 
Egli ha sentito il bisogno di rivederla. Egli 
cammina in questo momento per questa 
strada. 

E corse alla vetrata, l'aperse, balzò sul 
balconcino sospeso sulla via deserta, lo vide. 
Egli s'allontanava a passi lenti, volgendole 
il dorso, ma v'era nell'atteggiamento del suo 
capo sporto in avanti, nel portamento della 
sua persona alquanto curva, un lieve segno 
d'abbattimento, quasi una involontaria ri- 
lasciatezza dello spirito riverberata per un 
attimo all'esterno, quasi il momentaneo ac- 
casciamento di chi non si sa osservato e 
cede ad un minuto di stanchezza e di de- 
bolezza. 

Giuliana rientrò, si buttò sul letto tuttq. 



21 8 l'amico intimo 



vestita, nascose il volto nel guanciale. Solo 
le sue spalle sussultavano nella scossa rit- 
mica del singhiozzo mentre Massimo la guar- 
dava costernato. E quando finalmente egli 
s'arrischiò a domandarle: — Giuliana, che 
hai, ma che hai? — accarezzandole le brac- 
cia, ella scattò a sedere, sfigurata dal pianto,' 
coi capelli scomposti e la voce rotta: 

— Non hai compreso, non hai ancora com- 
preso quello che ho? Perdonami, Massimo, 
se ti faccio soffrire, ma è necessario eh' io 
ti dica tutta la verità. Io non ti amo, sai, 
non ti ho mai amato; ti ho accettato e 
ti ho ingannato perchè avevo bisogno d' il- 
ludermi, volevo ritrovare in te un altro 
amore e non vi sono riuscita. Ecco quello 
che ho. 

Sogghignava ora col volto ancora gonfio 
di pianto e si passava le palme fredde 
sulla fronte dolente senza guardare Massimo. 
Ma egli invece la guardava e non compren- 
deva. 

— Un altro amore? Ohe cosa vuoi dire. 
Giuliana? Spiegati meglio, ti supplico. 

Ella sospirò, mordendosi le labbra, op- 
pressa da quella tarda intuizione, resa con- 
vulsa dalla necessità di spiegare tutto chia- 
ramente in larghe e sonore i)arole. Glie ne 
vennero alle labbra alcune, crudeli. 

— Dio mio, sì, ti spiegherò, poiché non 
capisci, La donna misteriosa, amata prima 



L AMICO INTIMO 219 



del matrimonio da Franco Viana, quella 
che tu credevi una straniera, ero io sempli- 
cemente, e siccome Pamavo ancora, ma mi 
ripugnava di condividerlo con la sua giovine 
moglie, ho cercato te, il suo intimo amico, 
ed ho accettato il tuo amore per sentirti 
parlare di lui, per seguire la sua vita an- 
che lontana, perchè tu mi portassi un poco 
del suo contatto, del suo respiro, del suo 
sguardo. 

La voce le si annodò in gola ed ella ri- 
mase un momento muta, ad occhi chiusi per 
assaporare il suo spasimo. Quindi proseguì 
lentamente : 

— Ora l'ho riveduto e non posso più fin- 
gere. Vattene, Massimo, vattene, e non essere 
infelice per me. 

Egli non seppe trovare una parola di rim- 
provero ; disse solo con voce commossa : 

— Hai ragione. Giuliana, io non i)otevo 
essere amato da te. Ti ringrazio della felicità 
che mi hai dato, anche se, anche se.... 

Non potè continuare tanto intensa era la 
sua emozione; prese il capitello e si diresse 
alla porta, ma premendo la maniglia si ri- 
volse, esitò un momento e aggiunse: 

— Dirò a Franco che tu Fami ancora ; gli 
dirò che ritorni a te. 

— No! — implorò in un grido di paura 
Giuliana, — ma subito s'accasciò sui guan- 
ciali e desiderò di vederlo e di morire. 



220 L AMICO INTIMO 



— Non vuoi? — le chiese ancora Massimo 
affacciato fra i due battenti. 

Ella non rispose, alzò la testa e lo guardò : 
quello sguardo implorava perdono, ringi*a- 
ziava con ardore, prometteva gratitudine pro- 
fonda, e Massimo lo comprese. Egli uscì in 
silenzio, ella si dispose ad aspettare. 



IL DOLCE EGOISMO. 



Nella casa di cura del dottor Salvi la no- 
tizia si sparse in un baleno: era stato rico- 
verato un tenente d'artiglieria ferito in Libia. 
Una scheggia di granata gli aveva spezzato 
il polso e subito Pavambraccio gli era stato 
amputato. Ora egli, convalescente appena, 
veniva a rimettersi dalla terribile opera- 
zione subita e a cercar nel riposo la guari- 
gione. 

L'infermiera addetta al suo servizio di- 
venne nella casa di cura una persona im- 
portante: ognuno la interrogò su le condi- 
zioni del ferito, ognuno volle informarsi s'egli 
fosse molto giovine, se fosse molto bello, se 
fosse molto triste e fu soddisfatto di sapere 
ch'egli era difatti giovine, bello e triste come 
ad un eroe si conviene. 

La più commossa ne fu Luciana Ausoni, 
la giovinetta convalescente di tifo, che in 



222 IL DOLCE EGOISMO 



quei primi giorni tiepidi d'estate tentava i 
primi passi fuori della sua camera d'inferma. 
Ella aveva vma figura di fanciullo adolescente 
con quei suoi corti capelli castani che s'ar- 
ricciavano su la sua testina rotonda, con 
quel suo lungo collo venato di violetto, sor- 
retto dall'esili spalle dove le clavicole si di- 
segnavano intere. Ma la sua bocca incomin- 
ciava a tingersi di rosa ed i suoi grandi 
occhi stupiti si riaprivano sul dolce mondo 
già per tanti giorni velato e oscurato da un 
presagio di morte. 

Ella sedette per lunghe ore nell'ombroso 
giardino dinanzi alla finestra semichiusa 
del nuovo venuto, aspettando con una cu- 
riosità quasi ansiosa ch'egli vi si affacciasse ; 
e pel suo spirito dolcemente romantico, teso 
con una sensibilità squisita ad ogni vibra- 
zione, ad ogni sensazione della nuova vita 
in lei rifiorente, l'attesa di quell'apparizione 
diveniva talvolta uno stato pressoché dolo- 
roso e acceso come una febbre blanda. 

Ma il giovine non appariva. L' infermiera 
le disse ch'egli passava le sue giornate di- 
steso in una poltrona a leggere od a pensare 
ad occhi chiusi, quasi sempre solo. Eari amici 
venivano a visitarlo, ma si trattenevano bre- 
vemente, forse messi a disagio dalla sua tri- 
stezza taciturna e dalla sua grave stanchezza. 
Pareva non avere parenti, ma riceveva spesso 
lettere con bollo straniero. 



IL DOLCE EGOISMO 223 



Anche Luciana Ausoni non aveva parenti, 
e il suo tutore, un vecchio magistrato a ri- 
poso, celibe, egoista ed avaro, si scordava 
volontieri di quella lontana nipote che per 
una sequela di morti e di sventure familiari 
gli era piombata d'un tratto su le braccia. 
Poche volte durante la malattia di Luciana 
la faccia fosca del tutore s'era chinata sul 
suo guanciale, ma, subito dopo, la febbre e 
il delirio l'avevano riafferrata più aspri, of- 
frendo così al vecchio un eccellente pretesto 
per non più ritornare. 

Ora Luciana si sentiva di giorno in giorno 
guarire e l'anima un poco soffriva di questa 
rifioritura del corpo. Soffriva di sentirsi ri- 
prendere dalla vita che le riappariva ora così 
bella di dolcezze e di promesse per disin- 
gannarla dopo più crudelmente. Oon la gua- 
rigione l'attendeva ancora la casa del vecchio 
tutore gelida e muta, la compagnia d'una 
governante gretta e arcigna e i giorni eguali, 
le notti inquiete, gli inutili sogni. 

L' infermiera loquace riferì un giorno ri- 
dendo ad Ugo Franti, il ferito, che la signo- 
rina della stanza attigua chiedeva sue no- 
tizie con una straordinaria frequenza, e il 
domani soggiunse ch'ella passava ore ed ore 
nel giardino a contemplare la sua finestra. 
Il giorno seguente il dottor Selvi incitò vi- 
vamente il convalescente a lasciare la sua 
camera, lo accompagnò egli stesso all'aperto, 



224 "- DOLCE EGOISMO 



lo guidò luQgo i piccoli viali già ombreg- 
giati dalle prime fronde e lo condusse a ri- 
posare nella rotonda dei platani dove dalle 
larghe foglie aperte come grandi mani scen- 
deva una molle ombra, macchiata qua e là 
di mobili dischi d'oro di sole. 

Alcuni d'essi scherzavano su la nuca ric- 
ciuta di Luciana Ausoni che fìngeva di leg- 
gere, china, col cuore in tumulto e la vista 
intorbidata. Egli era a due passi da lei, alto 
e pallido, con bellissimi occhi neri e severi, 
con morbidi capelli lucenti, con un profilo 
da statua e col povero braccio mutilato na- 
scosto nella manica floscia. Eispondeva par- 
camente al dottore che gli parlava con gaiezza, 
considerando la giovinetta fragile e bianca 
che gii alzava in volto di quando in quando, 
furtivamente, uno sguardo quasi estatico. Il 
medico li presentò l'uno all'altra e scherzò 
leggermente con bonaria malizia sul turba- 
mento visibile della fanciulla dinanzi al « gio- 
vine eroe ». Ella rispose con un impreveduto 
spirito mordace e subito, con una morbida 
grazia che velava sottilmente di frivolezza 
un'intima profonda commozione, ella confessò 
sorridendo la sua « passione infelice ». 

Il giovine sorrise anch'egli, le sedette ac- 
canto su una poltroncina di vimini e rispose 
che già conosceva l'esistenza di quella sua 
piccola ammiratrice la quale s' interessava, 
con tanta gentile sollecitudine alle tristi vi-; 



Il dolce egoismo 225 



cende d'un povero malato. Tacque un mo- 
mento con gli occhi assorti, quindi con la 
sua unica mano accarezzò lievemente le dita 
di Luciana posate sul bracciuolo della pol- 
trona e ripetè più volte : — grazie, grazie. 

Il dottore chiamato da un'infermiera si era 
allontanato e una specie d'angoscia oscura 
gravava adesso su di loro nel silenzio iso- 
lante del giardino. Egli sentiva gli occhi della 
fanciulla, occhi d'appassionata pietà, occhi 
di dolorante tenerezza, avvolgere la sua per- 
sona inferma in un fervore quasi sensibile 
d'adorazione, e per la prima volta quella tri- 
ste diminuzione di sé stesso, quel male or- 
rendo che aveva fatto della sua destra agile 
e forte un miserevole moncherino sangui- 
nante e della sua persona gagliarda un in- 
valido resto umano, non destò nel suo cuore 
un senso d'abbattimento amaro. 

Una donna poteva ancora guardarlo con 
amore, una creatura di bellezza e di fre- 
schezza lo contemplava senza ripugnanza, 
gli offriva spontaneamente con muto slan- 
cio un piccolo cuore ancora colmo di tutti 
i suoi doni. 

E per la prima volta, alle domande fra 
timide e insistenti della giovinetta, egli potè 
parlare di sé, potè rievocare la visione della 
battaglia ancora recente eppure già lontana 
come un sogno epico, potè trarre dal fondo 
di sé stesso un i^eso enorme di dolore, di 

GUGLiELMiNETTi> Anime allo specchio. 15 



226 IL DOLCE EGOISMO 

raccapriccio, di fervore e di stupore, por- 
tarlo alla superficie della sua anima, esalarlo 
quasi in espressioni, in gesti, in parole, li- 
berarsene infine come da un incubo terribil- 
mente opprimente di grandezza e di male, di 
bellezza e di morte. 

Per giorni e giorni, quasi per un silenzioso 
accordo, essi si ritrovarono nella piccola ro- 
tonda sotto i platani folti alla stessa grave 
ora pomeridiana, ed il ferito continuò a ri- 
cordare a sé medesimo e a narrare alla sua 
ascoltatrice devota la storia della magnifica 
guerra.. Egli vide la giovinetta piangere, sor- 
ridere, impallidire, fremere : tenne la sua pic- 
cola anima tutta tesa e accesa e vibrante 
nel cerchio delle sue parole, la sentì imme- 
more, travolta in quell'ardore tempestoso co- 
me una foglia in un turbine di vento. Bc 
a poco a poco la sua cupa mestizia si ad^ 
dolciva, Pombra mortale della sua malin- 
conia si rischiarava sotto il baleno di quello^ 
sguardo d'amore ; egli pareva assorbire dalla 
freschezza rifiorita, dalla vitalità sensitiva 
della sua amica la forza e la volontà di 
sentirsi ancora giovine, ancora valido, ancora 
pronto a godere gli squisiti beni della vita. 
Più che le cure diligenti dei medici, più dei 
farmaci e del riposo, lo risanava la coscienza 
di quella possibilità, la certezza di quel do- 
minio; lo guariva a poco a poco la gioiaj 
d^abbandonarsi dimentico a quella ripresa; 



IL DOLCE EGOISMO 227 



di possesso dell' esistenza che è il dolce 
egoismo. 

Luciana ne fa la piccola vittima inco- 
sciente e si sognò legata a lui per tutta la 
vita, si votò con l'anima ignara a quell'uomo 
eroico in una sete eroica di sacrificio, di 
abnegazione, di adorazione che lo compen- 
sasse, che lo smemorasse della sua infermità. 

Non chiedeva d'essere riamata, solo chie- 
deva di divenire il braccio destro del muti- 
lato, di sostituire con tutta la sua persona 
per tutta la sua esistenza quella parte vitale 
che una sorte gloriosa ma cieca gli aveva 
tolto. Perchè non avrebbe egli accettato dal 
destino quella compagna giovinetta, quella 
docile schiava che gli si offriva con tutta 
la grazia profonda e commovente della sua 
passione ? 

Ugo Franti vide tante volte la domanda 
accorata negli occhi di Luciana e non ri- 
spose, sentì tante volte tendersi le sue palme 
in un gesto d'offerta e non l'accolse. Ora 
ella gli leggeva con una argentina cadenza 
musicale i suoi poeti prediletti, ed alle pa- 
role d'amore la sua voce tremava un poco 
e s'abbassava di tono come la voce d'uno 
strumento sensibile su cui le dita sorvolano 
appena per non trarne un suono troppo stra- 
ziante. Ed egli soffriva e gioiva al tempo 
stesso di queste confessioni involontarie, di 
quegli spiragli di luce e di fiamma aperti 



228 IL DOLCE EGOISMO 



d'improvviso in quella oscura vita interiore, 
per lui. 

Non l'amava ma gli piaceva, ma lo lusin- 
gava, ma lo attirava talvolta col lampo vo- 
luttuoso d'un attimo; gli era necessaria e 
benefica come il filo elettrico che scoteva e 
vivificava, guidato dalla mano esperta del 
medico, i suoi poveri nervi intorpiditi dal 
male. Talvolta ella gli prendeva la mano 
superstite e vi poneva sopra la guancia in 
un atto di civetteria, socchiudendo gli occhi, 
guardandolo di sotto in su con una graziosa 
movenza felina che si addiceva bene alla 
sua flessuosità acerba di adolescente ; ed 
egli, turbato, s'era talvolta chinato quasi 
involontariamente su quel volto illanguidito, 
ma subito di scatto, balzando in piedi, aveva 
disperso la tentazione fascinosa e vinto il 
soave pericolo. 

Un giorno di pioggia in cui erano en- 
trambi mesti d'una mestizia senza causa, 
grigia e pesante come il cielo, Ugo Franti 
accennò ad una triste vicenda della sua vita 
e s'accinse esitando a narrarla alla sua gio- 
vine amica. Ma ella lo interruppe fin dalle 
prime frasi, subitamente offuscata in volto 
ed aspra nella voce come se presentisse una 
minaccia oscura per sé e per il suo amore. 
Per un'altra settimana egli tacque, per un'al- 
tra settimana ella si cullò in quella illu- 
sione ormai necessaria alla sua vita, ma 



IL DOLCE EGOISMO 229 



una sera Ugo le annunziò che fra due giorni 
avrebbe lasciato la casa di cura per ritor- 
nare a casa sua e terminarvi la convale- 
scenza. 

— Partirà solo ? — domandò Luciana pal- 
lida, con gli occhi improvvisamente segnati 
da due solchi violastri. 

— No, — diss'egli, — verrà qualcuno a pren- 
dermi domani. 

Ella aperse le labbra a un'altra domanda, 
ma ebbe paura della risposta e si trattenne. 

Il domani ella uscì per la prima volta 
sola dopo la sua malattia, vagò come un 
povero animaletto sperduto per le vie della 
città, sedette sfinita su di una panca lungo 
un viale sconosciuto, ingoiando le sue lacri- 
me, oppressa da una stanchezza mortale. Al 
tramonto rincasò, si rifugiò nella sua camera, 
si buttò sul letto vestita, desiderando dispe- 
ratamente di morire. 

Dopo mezz'ora le parve udire alla porta 
due leggeri colpi discreti ; balzò a terra pal- 
pitando, aperse. Un bellissimo bimbo di tre 
anni, un piccolo amore paffuto le porgeva 
con le due mani un mazzo di rose, levando 
le braccia, alzandosi sui piedini per giungere 
a lei, guardandola spaurito con due larghi 
occhi vellutati come quelli d'Ugo Franti. 
Egli subito apparve e le tese la mano sopra 
la testa del bimbo, senza parole. Senza pa- 
role Luciana si chinò, prese il piccino fra le 



230 IL DOLCE EGOISMO 



sue braccia e vuotò incontro a lui, in un 
pianto breve ed intenso, la sua anima tra- 
boccante di pena. Quando alzò il volto ella 
potè parere quasi calma. 

— Sua madre è lontana, — disse Ugo con 
la fronte corrugata, accarezzando il bimbo, 
— non sappiamo dove, non sappiamo con 
chi. Ora andiamo tutti e due con la nonna, 
non è vero, bebé? 

— Con la nonna, — ripetè il piccolo, e 
s'appese alla mano del padre volgendo le 
spalle alla straniera. 

Ed ella che avrebbe voluto baciare un'ul- 
tima volta quell'unica mano, come in certi 
lontani giorni di felicità, non potè neppure 
stringerla con le sue un'ultima volta. Li vide 
allontanarsi lungo il corridoio, raccolse nel- 
l'ombra ancora uno sguardo e rimase sola al 
buio, con un mazzo di rose sciupato fra le 
mani fredde. 



UN UOMO DI CORAGGIO. 



Già due volte il pittore Federico Zirli era 
stato cMaraato un uomo di coraggio, seb- 
bene egli fosse Tanima più mite ed il ca- 
rattere più quieto che possano albergare nei 
panni d'un dipintore di tele. 

La prima volta egli stava pescando alla 
lenza sulle rive d'un canale con la cassetta 
dei colori, chiusa, posata sull'erba vicino al 
cestello per i pesci, vuoto, quando s'accorse 
che l'acqua s' intorbidava e fu costretto ad 
ammettere che un uomo vi era caduto, tanto 
più che una sucida mano annaspava nel- 
l'aria come per invocare soccorso. 

Allora Federico Zirli entrò nell' acqua , 
nuotò tutto vestito Ano al naufrago e lo 
portò sulla riva svenuto. Accorse gente dai 
cascinali vicini e riconobbe nel disgraziato 
un mendicante scemo che vagabondava nei 
dintorni. 



232 UN UOMO DI CORAGGIO 

— Avrei fatto meglio a lasciarlo affogare 
— osservò il salvatore quando lo seppe e si 
fece imprestare gli abiti asciutti d'un con- 
tadino per poter ritornare a casa. 

La seconda volta Federico Zirli cammi- 
nava per una strada di campagna sotto la 
pioggia, fumando la pipa e monologando sul- 
l'umidità del tempo. D'improvviso gli parve 
d'udire uno scalpitare rapido e disordinato 
di cavallo ; si fermò e dallo svolto della strada 
si vide venire incontro un carrozzino ele- 
gante tirato da un piccolo cavallo inglese 
il quale andava a corsa sfrenata, con la schiu- 
ma alla bocca, con gli occhi fuori dell'orbita, 
bello di furore e d'agilità. 

Due persone, tutte chiuse nell' impermea- 
bile, col cappuccio sugli occhi, s'aggrappa- 
vano urlando alle redini e rimbalzavano qua 
e là seguendo il moto pazzesco della corsa. 

Federico Zirli si parò dinanzi all'animale 
furibondo, gli sbarrò la via e lo afferrò pel 
morso con la sua mano robusta, costringen- 
dolo con tutto il peso del suo corpo a fer- 
marsi. La pioggia incominciò a scendere a di- 
rotto e la fresca doccia giovò a calmare il 
cavallo già stanco, cosicché egli riprese dopo 
un momento il suo trotto leggero e s'allon- 
tanò mentre le due persone dal cappuccio 
abbassato ringraziavano con effusione il loro 
salvatore ed i pochi spettatori lo applau- 
divano. 



UN UOMO DI CORAGGIO 233 

Il domani i giornali raccontarono breve- 
mente il fatto sotto il titolo: «Un uomo di 
coraggio » e soggiunsero che se l'arditezza e 
il sangue freddo del pittore Federico Zirli, 
già noto per altre belle prove, non stupivano 
nessuno, sorprendeva però che i due salvati 
fossero rimasti sconosciuti e avessero potuto 
scomparire anonimi e misteriosi come due 
ombre, senza nemmeno dimostrargli la loro 
riconoscenza. 

Ma lo Zirli fumando la sua pipa innanzi 
al cavalletto che sopportava una tela ancora 
bianca, mormorò dopo aver letto crollando le 
spalle: «Ohe esagerazioni !». E ne sorrise 
pensandovi per qualche tempo, poi passa- 
rono giorni e mesi ed egli se ne dimenticò, 
né la buona ventura gli concesse di operare 
un altro salvataggio e nemmeno di dipingere 
un quadro immortale. 

Egli se ne viveva dunque nella più chiara 
pace, quando gli giunse un mattino una let- 
tera listata a lutto, nella quale la contessina 
Giselda di Euscaldo, nome a lui perfetta- 
mente ignoto, gli chiedeva molto ossequio- 
samente s'egli avrebbe accettato l'incarico di 
restaurare la galleria dei quadri di famiglia 
nel castello di Fuscaldo e che in tale spe- 
ranza ella lo avrebbe atteso il domani al ca- 
stello suddetto, il quale distava pochi chi- 
lometri dalla città. 

Federico Zirli, curioso ma non stupito, 



234 UN UOMO DI CORAGGIO 

poiché da buon filosofo egli non si meravi- 
gliava mai di nulla, si fece portare il mat- 
tino a Fuscaldo ove fu introdotto in un 
vecchio edificio a vari stili sovrapposti, chia- 
mato per V imponenza della sua mole castello, 
ed attraverso a cortili, a scale ed a corridoi, 
giunse ad un salottino barocco, nel quale una 
signorina bella, alta e bionda, vestita a lutto 
sedeva a leggere presso una finestra. Ella 
s'alzò al suo entrare, con un sorriso acco- 
gliente, parlandogli con una voce melodiosa : 

— Certo ella si sarà sorpreso che io l'ab- 
bia chiamato qui senza conoscerla di persona, 
ma io conosco ed ammiro le cose sue, da 
molto tempo, ed ho grande stima del suo 
ingegno. Vogliamo andare a prendere visione 
della galleria? 

Federico s' inchinò in silenzio e la seguì 
docilmente fino ad un lungo corridoio semi- 
buio, ove s'allineavano sulle pareti guerrieri 
e cardinali, monache e dame, magistrati in 
toga e uflftciali in uniforme. 

— L'ultimo è questo: mio padre, ' — ella 
disse accennando ad un ovale allungato dal 
quale un vecchio signore in marsina e pel- 
liccia guardava altezzosamente dinanzi a sé, 
attraverso al cristallo del suo monocolo. 

— Povero babbo! — ella soggiunse in un 
sospiro; — sei mesi fa passeggiava ancora 
qui, vegeto e sano; una sincope l'ha strap- 
ipato alla vita in j)oche ore. 



UN UOMO DI CORAGGIO 235 

— Ella porta il lutto di suo padre ì — do- 
mandò Federico sommessamente e con un 
volto di circostanza. 

— Appunto, — rispose Giselda di Fu- 
scaldo e tacque un momento, ma poi subito si 
scosse e sorrise, come se la voce della vita 
meno triste, la richiamasse a più vicina realtà. 

— Senta, maestro, — ella disse allo Zirli, 
che s'inchinò tutto sconvolto dall'appellativo 
lusinghiero con una espressione di modestia 
offesa, — le pare che vi sia un lungo lavoro 
da compiere? 

— I ritratti sono quasi tutti in cattivo 
stato, — rispose Federico osservandoli da vi- 
cino; — bisognerà mandarmeli allo studio ad 
uno o a due per volta, ed io cercherò di re- 
staurarli nel minor tempo possibile. 

— No, no, — mormorò Giselda riflettendo 
— mi occorre che tutto sia in ordine in meno 
di un mese, ed a quel modo si perderebbe 
troppo tempo. Io la pregherei invece di ac- 
cettare per qualche settimana la mia ospi- 
talità. Ella potrebbe così lavorare tranquil- 
lamente in un paese quieto, sano, con una 
vista incantevole, con una compagnia di- 
screta della quale, spero, non avrebbe a ram- 
maricarsi. 

— * L' invito è molto tentatore, — rispose 
perplesso Federico, — e lusingherebbe ben 
altri che non un povero artista oscuro come 
sono io. 



236 UN UOMO DI CORAGGIO 

— Dunque accetta? non mi dice di no? 

— Non potrei non accettare una offerta 
così graziosa. Mi dica ella quando dovrò in- 
cominciare. 

— Quando le piace, caro maestro, anche 
domani, posdomani. 

— Bene, fissiamo a posdomani il principio 
del mio lavoro. Giungerò qui il mattino, con 
armi e bagagli, deciso a rimanervi finché 
ella non mi scaccierà. 

Ridevano entrambi, ormai avvicinati da 
quella breve conversazione, da quelP invito 
offerto con entusiasmo ed accettato con gioia, 
e Federico Zirli tornando verso sera allo 
studio nella automobile di casa Puscaldo, 
pensava che anche un filosofo è costretto 
talvolta ad ammirare le magnifiche sorprese 
del destino e ad ammettere i colpi di scena 
nella vita di un individuo. Ohi gli avrebbe 
detto la mattina innanzi che lo attendeva 
una fortuna simile: un mese di soggiorno 
in un ricco castello, ospitato da una deli- 
ziosa creatura che lo ammirava, che lo chia- 
mava maestro, che per pura stima delPopera 
sua e del suo ingegno lo aveva cercato per 
afiìdargli un incarico delicatissimo, come 
quello di rimetterle a nuovo i suoi an- 
tenati ? V 

Egli passò la giornata del domani a rior- 
dinare le cose sue, a rifornirsi di colori e di 
pennelli, a considerare con malinconia ed a 



UN UOMO DI CORAGGIO 237 

scegliere con cura gii oggetti del suo ristretto 
guardaroba. Vi aggiunse alcuni libri, qualche 
ritratto ed al momento di partire comprò un 
mazzo di fiori per presentarsi conveniente- 
mente alla sua ospite. Ella lo attendeva nel 
cortile del castello, avvolta in una vestaglia 
bianca e nera, e giocava con uno svelto le- 
vriere dal rasato mantello striato di grìgio. 
Federico Zirli si fermò a guardare con am- 
mirazione l'eleganza pittorica del gruppo, 
finché Giselda Fuscaldo si volse e lo vide 
ritto contro al muro col mazzo di fiori in 
mano, così buffo nel suo soprabito chiaro e 
nel suo berretto da viaggio, ch'ella gli corse 
incontro ridendo come una bambina. 

— Oh bravo, maestro; l'aspettavo con im- 
pazienza. Anche i fiori mi ha portato? Come 
è elegante ! Venga, la conduco nei suoi ap- 
partamenti, 

E di corsa, per cortili, scale e corridoi, 
ella lo precedette fino ad una grande camera 
d'angolo, dal vecchio arredo massiccio, aperta 
sopra una terrazza marmorea, dalla quale 
un incantevole paesaggio appariva. 

— Le piace la sua stanza, caro maestro? 
— ella gli domandò, mentre il dontestico sa- 
liva con le valigie, e Federico non seppe 
quasi rispondere, tanto la dolce bellezza della 
natura lo commoveva e lo turbava l'amabile 
cortesia della sua ospite. Ella gli aveva fatto 
disporre cavalletto, tavolozza e colori in una 



238 UN UOMO DI CORAGGIO 

veranda coperta, dove la luce entrava a fasci 
e vi si diffondeva in una chiarità intensa ed 
uguale ed a cui non salivano che i canti 
delle vendemmiatrici e lo stormire del vento 
nella foresta vicina. 

Federico Zirli incominciò a lavorare con 
un fervore inusitato, solo dolendosi che Po- 
pera di restauro non gli consentisse di ma- 
nifestarsi in una creazione nuova, spontanea, 
veemente, piena di tutta la sua nuova febbre 
d'arte e d'operosità. Pensava alla contessina 
Giselda di Fuscaldo, nell'atto di giocare col 
suo levriere e gli pareva che avrebbe saputo 
trarre da quel soggetto effetti sorprendenti 
d'umanità e di grazia. 

Ma intanto ridipingeva di rosso uno zuc- 
chetto cardinalizio o ricostruiva il colletto 
alla Medici d'una matrona arcigna, sussul- 
tando quando il passo lieve di Giselda e la 
sua fresca voce suonavano nell'attigua gal- 
leria. 

— Maestro, vuol fare due passi in giar- 
dino? Maestro, vuol scendere in sala a pren- 
dere una tazza di thè ? Maestro, l'automobile 
ci aspetta; venga con me e smetta di la- 
vorare. 

Ella non lo lasciava un momento in pace 
e sembrava compiacersi e divertirsi della sua 
confusione e delle ingenue scuse che egli 
cercava onde non trascurare quel lavoro al 
quale s'era accinto con zelo e che egli con- 



UN UOMO Dt CORAGGIO 239 

siderava come un dovere. Ma di questo Gi- 
selda pareva interessarsi pochissimo ed ap- 
pena si fermava dinanzi alla tela restaurata, 
con un distratto cenno d'approvazione quando 
il pittore le chiedeva con scrupolosa insistenza 
se ella ne fosse soddisfatta. 

Egli si sentiva qualche volta umiliato e 
disperato e non riuscendo a comprendere 
bene lo scopo di queirospitalità, ricercava 
vagamente in cause estranee alla sua arte la 
ragione di tanta cortesia per parte di una 
sconosciuta, verso uno sconosciuto. Sembrava 
che la sua ospite lo avesse chiamato presso 
di sé non tanto per valersi della sua abilità 
pittorica quanto per farsene un compagno di 
tavola e di passeggiate. 

Ma come mai una creatura così adorabile 
si compiaceva di mostrarsi in compagnia di 
un orso inelegante ed impacciato come lui? 
Non esistevano altri pittori altrettanto bravi 
ed assai più seducenti di quanto egli non 
fosse? O forse ella lo aveva scelto appunto 
per quel suo difetto di qualità fìsiche, ben 
sapendo che egli non poteva illudersi ed in- 
gannarsi nel giudicare le sue espansive gen- 
tilezze ? 

Federico si tormentò notte e giorno in 
queste ricerche e quelle settimane di villeg- 
giatura, in un castello che gli era sembrato 
magico, vicino a quella fanciulla che si po- 
teva scambiare per una fata, gli si amareg- 



240 IJN UOMO DI CORAGGIO 

giarono di pensieri sospettosi e di oscure tri- 
stezze. Il suo lavoro non procedeva più così 
alacre e sicuro come ai primi giorni e troppo 
spesso egli si sorprendeva ad ascoltare ino- 
peroso il canto delle vendemmiatrici e lo 
stormire del vento. E se Giselda entrava al- 
l' improvviso e rideva della sua aria traso- 
gnata egli sentiva il cuore mancargli come 
sotto una pressione troppo forte. 

— Ahimè ! Io devo essere innamorato, — 
egli rifletteva, fumando sulla terrazza, uno 
degli ultimi giorni della sua permanenza al 
castello di Fuscaldo. E pensava con gioia e 
insieme con desolazione che fra poco egli sa- 
rebbe ritornato libero, padrone di sé stesso 
e della sua volontà, non più incatenato a 
quella schiavitù morbida che lo rendeva de- 
bole e stolto come un fanciullo. Per fortuna 
il male era all'inizio e nella ruvida solitu- 
dine del suo lavoro non avrebbe tardato a 
guarire; ma guai se questa mollezza di azione 
e d'anima, guai se questa tentazione atti- 
rante lo avesse preso per più lungo tempo ! 

Ora gli antenati di Giselda di Fuscaldo 
erano tutti quanti onorevolmente ridipinti e 
l'umile restauratore poteva andarsene in pace. 

— Maestro, — chiamò dal giardino la voce 
acuta della sua ospite, e poiché egli si spor- 
geva dalla balaustrata guardando in basso, 
ella gli gridò : — Vede quell'automobile nera 
che s'avanza laggiù su quella strada bianca ? 



UN UOMO DI CORAGGIO 24I 

— VeclOj — gridò a sua volta Federico. 

— Ebbene in quella "automobile c'è una 
persona che la conosce. 

— Ella scherza, contessina. 

— Non scherzo, dico la più. sacrosanta ve- 
rità; se ne convincerà fra i)OCO. 

Il pittore si strinse nelle spalle e rientrò 
lentamente, domandandosi quale nuovo si- 
stema di squisita tortura ella gli avesse ora 
inventato. 

Ma mezz'ora più tardi la voce di Giselda 
più acuta e più vibrante del consueto lo fece 
trasalire: * 

— Eccomi, caro maestro, e questa volta 
non sola. 

Ella entrava al braccio di un giovine si- 
gnore sconosciuto, il quale gli tese sorri- 
dendo le due mani ed esclamò con straordi- 
naria effusione : — Grazie, grazie, caro mae- 
stro; io e Giselda dobbiamo a lei la nostra 
vita. 

— Scusi, caro signore, io non comprendo 
affatto le sue parole, — balbettò sconcertato 
Federico Zirli guardando Giselda che sorri- 
deva con malizia. 

— Ma come, — domandò Paltro perplesso 
— il maestro dunque non sa? 

— Non sa, non sa, — gridò Giselda tutta 
gaia, divertendosi della loro confusione. — 
E innanzi tutto procediamo, alle presenta- 

<'U(;ltelminetti, Anime allo speccJUo, 10 



242 UN UOMO DI CORAGGIO 

zioni : il signor tenente Roberto Lusignano, 
già mio cugino ed óra mio fidanzato ; il j>it- 
tore Federico Zirli, detto Puomo di coraggio. 

— Ora ella comprende, non è vero? — ag- 
giunse Eoberto Lusignano; — mia cugina ed 
io siamo i due sconosciuti, i due individui 
anonimi e misteriosi che un giorno dello 
scorso aprile, mentre percorrevamo alla ven- 
tura una strada di campagna nella mia cìiar- 
rette, corremmo seriamente il rischio d'essere 
sbalzati a terra e di lederci, come dicono i 
medici, qualche organo importante, per colpa 
d^l cavallo che s'era imbizzarrito. Senonchè 
un uomo di coraggio che passava in quel 
momento prese pel morso l'animale e con 
una forza e una calma ammirevole riuscì a 
fermarlo. 

— E se noi ci dileguammo come due om- 
bre, — proseguì Giselda, non fu già per 
ingratitudine, ma perchè quel giorno io non 
dovevo trovarmi precisamente a passeggio 
con mio cugino, ma alla mia lezione di in- 
glese. 

— Per di più, — completò francamente 
Eoberto Lusignano, — il mio signor zio, il 
conte di Fuscaldo, mi detestava con tutta 
la forza del suo sangue purissimo e celeste 
e mi rifiutava la mano di sua figlia che io 
amavo e che mi amava. Io non so che cosa 
sarebbe accaduto se i giornali avessero pub- 
blicati i nostri due nomi uniti in una simile 



UN UOMO DI CORAGGIO 243 

avventura. Ora lo zio è morto e pace all'anima 
sua ; Giselda appena smesso il lutto sarà mia 
moglie, ma intanto per mio consiglio ha vo- 
luto conoscere ed ospitare il nostro salvatore, 
sebbene per un capriccio bizzarro e tutto suo 
glie lo abbia finora nascosto. Ed ecco tutto. 
Tederico ascoltava in silenzio, tirandosi la 
barba quasi per spremerne a forza qualche 
considerazione meno amara di quella che gli 
veniva alle labbra, e l'amara considerazione 
era questa: 

— Dunque io vi ho salvata la vita, e voi 
in compenso di questo servizio mi avete in- 
vitato qui a ridipingere i vostri antenati. 
Oh, se invece mi aveste lasciato in premio 
l'illusione che ciò avveniva per pura ammi- 
razione verso l'artista, per pura stima di quel 
poco che valgo, e per benevolenza e per sim- 
patia! Perchè dunque non dirmelo subito 
con lealtà, anche con brutalità? Perchè ama- 
reggiarmi questi ultimi giorni? Perchè di- 
mostrarmi con una gentile elemosina la vo- 
stra gratitudine ? Anche questa volta ho fatto 
male ad operare un salvataggio. 

— Caro Federico, — gli diceva intanto Ro- 
berto Lusignano, — noi dobbiamo ora diven- 
tare amici e darci del tu. 

— Ma sì, carissimo Roberto, — esclamò il 
pittore abbracciandolo addirittura, — prima 
però mi concederete ciò che vi chiedo: ed 
è poca cosa. 



244 ^N UOMO Di CORAGGIO 

— Tutto ciò che vuoi, amico mio, — ri- 
spose sorridendo Eoberto, — anche dì dare 
un bacio alla mia fidanzata. 

Federico Zirli impallidì leggermente e non 
rispose subito, ma quando potè parlare disse 
con semplicità: 

— Lasciatemi partire questa sera stessa. 
E il suo volto esprimeva una tale dolorosa 

fermezza, che gli altri due si guardarono 
senza comprendere e non seppero opporsi. 



DAME A SCEGLIERE. 



— Dame a scegliere ! — comandò il diret- 
tore di danze, mentre il gran ballo di fine 
d'anno di casa Langhirani volgeva al suo 
termine. 

Le dame sorridenti, leggermente perplesse, 
si guardarono intorno, poi ognuna s'avviò 
incontro al proprio cavaliere già in prece- 
denza prescelto. Soltanto Flora Bonamici, 
che aveva diciannove anni ed era al suo 
primo ballo, rimase sperduta fra le coppie 
senza saper dove dirigersi e già la sua fac- 
cia s'imporporava di timidezza e i suoi occhi 
luccicavano di smarrimento, fra la curiosità 
divertita delle sue compagne, quando un sor- 
riso benigno ed uno sguardo incoraggiante 
le giunsero da un angolo del salone, dove 
alcuni giovani signori che non ballavano 
sostavano ad osservare ed a commentare. 

Ohi le aveva sorriso con dolcezza era il 



246 DAME A SCEGLIERE 



conte Villalba, Fuomo più noto per l'eleganza, 
per lo spìrito, e per le avventure fra quanti 
ne accoglieva quella notte casa Langhirani. 
Mora Bonamici, vissuta fino ad allora con 
una zia in campagna, lo aveva veduto i)er 
la prima volta quella sera stessa ed alle 
poche domande di lui aveva risposto con 
tale grazioso impaccio, con tale sottomesso 
tremore di colombella turbata clie Villalba, 
sebbene avvezzo ad inquietare i cuori fem- 
minili, se n'era sentito lusingato ed interes- 
sato. Ora ella, attirata quasi fatalmente dal 
suo sguardo e dal suo sorriso, si diresse verso 
di lui e con la sua timida grazia ancora un 
poco infantile lo invitò a ballare con lei 
quell'ultima quadriglia. 

Villalba si staccò dal gruj)po dei suoi amici, 
le offerse il braccio e s'avviò con Flora Bo- 
namici al centro della sala, disponendosi fra 
le coppie in mezzo all'attenta meraviglia di 
tatti. Egli inchinava verso di lei la sua testa 
dalla tempia già alquanto grigia ma segnata 
di nobiltà e di forza e le parlava a bassa 
voce scoprendo i suoi bianchissimi denti fra 
le labbra fresche ombreggiate da corti baffi 
bruni, non staccando un momento i suoi 
occhi neri dagli occhi chiari della fanciulla. 
Ed ella non s'avvedeva che tutte le donne 
raccolte in quella sala dimenticavano l'uomo 
che avevano accanto i)er osservarla e per in- 
vidiarla. Nessuno aveva mai veduto danzare 



DAME A SCEGLIERE 247 

Dario Villalba e non si comprendeva perchè 
quella piccola provinciale né più bella, né 
più elegante delle altre lo avesse indotto a 
farle da cavaliere. Ella intanto tradiva da 
tutta l'espressione ingenua del viso e degli 
occhi una felicità profonda e ignota che la 
isolava dai presenti, che la faceva vivere 
quasi in un sogno accanto a quell'uomo dal 
quale un fascino non mai provato si sprigio- 
nava e Pavvinceva. 

Finita la quadriglia, egli la condusse presso 
sua zia, la marchesa Eulalia Bonamici, la 
quale l'attendeva in una sala attigua con- 
versando con alcuni uomini maturi. L'ampia 
scollatura e la maestosa maturità della mar- 
chesa scomparivano quasi fra un gruppo di 
marsine, di sparati e di cranii poco guerniti, 
quando Flora al braccio di Dario Villalba 
apparve sulla porta e si fermò presentando 
alla zia il proprio cavaliere. 

— Oh, Villalba, siete voi ? — esclamò la 
florida vedova correndogli incontro quasi a 
braccia aperte; — noi c'incontrammo nel 
castello di Ferrania di cui eravamo entrambi 
osj)iti alla stagione delle caccie, dieci anni 
fa. Non vi ricordate dunque? 

E parve mettere in quel « dunque » un 
senso misterioso quasi un sottile legame di 
j)iacevole complicità. Ma Villalba sembrò 
non prestarsi al gioco, solo atteggiò il volto 
ad una esagerata espressione di stupore. 



248 DAME A SCEGLIERE 



— Sono già dieci anni, marchesa? Voi 
avete una memoria spietata; riconoscetelo. 

— Riconosco invece che sono passati su 
di voi senza traccia. Siete sempre l'uomo fa- 
tale che già eravate allora, anzi, direi più 
d'allora. 

Villalba, che si vantava di una cinica sin- 
cerità, stava quasi per risponderle ch'era 
impossibile ripetere a lei tale elogio, tanto 
l'agile snellezza e il bel profilo che dieci anni 
innanzi avevano attratto e legato a lei il 
suo capriccio per una brevissima stagione 
d'amore, si erano appesantiti e disfatti in 
una eccessiva opulenza, in una gravità molle 
da sultana in riposo, priva ormai di qual- 
siasi seduzione. Ma già la marchesa soggiun- 
geva, insinuante: 

— Ora m'accorgo che state affascinando 
mia nipote. Ma badate che quella bisogna 
sposarla. 

— E perchè no? -— ribattè prontamente 
Villalba, quasi spronato da un desiderio di 
rappresaglia verso quella donna che pareva 
sfidarlo, e subito s'accorse che una fiamma 
più viva era salita al volto della zia, mentre 
la mano di Flora scivolava dal suo braccio 
e le labbra le s'imbiancavano nel piccolo 
volto smarrito. 

Poco più tardi egli accompagnava a casa 
nella loro automobile le due signore e le la- 
sciava baciando la mano alla marchesa e 



DAME A SCEGLIERE 249 

stringendo lungamente fra le sue le dita 
tremanti della fanciulla. 

— Dopo tutto è una fine che un giorno 
o l'altro dovrò pur fare, — egli meditava 
rincasando a piedi per le strade buie e de- 
serte. — Questa vale forse meglio di un'al- 
tra: graziosa, ingenua, innamorata, ricchis- 
sima; Punico neo è quella noiosissima zia che 
si ricorda un po' troppo di me. Ohe sfacelo ! 
E dire che dieci anni fa era un amore di 
donnina. 

Rientrò e s'addormentò in questi pensieri, 
ma svegliandosi a mezzogiorno ricominciò a 
pensare alla piccola Flora e il fresco nome 
di deità primaverile gli suggerì l'idea di 
mandarle un fascio di mughetti di serra, ra- 
rissimi a quella stagione. La sera stessa la 
marchesa Eulalia gli telefonò ringraziandolo 
da parte della nipote ed invitandolo a pranzo 
per il domani. 

Flora stava al piano vestita d'azzurro pal- 
lido ed aveva alla cintura dalla parte del 
cuore i suoi mughetti, quando egli entrò nel 
salotto e le si inchinò profondamente con 
uno di quei suoi sorrisi smaglianti che atti- 
ravano e respingevano come un pericolo in- 
definito. Parlarono pochi minuti seduti ac- 
canto, sopra un divano basso e profondo, 
ma subito sopravvenne la marchesa drappeg- 
giata in un raso rosso fiamma che rappre- 
sentava forse l'ambiguità di un simbolo, ma 



250 DAME A SCEGLIERE 



che dava alla sua pesante figura la volga- 
rità di un'etera da strapazzo. Ella strinse 
tutte e due le mani di Villalba e prese il 
suo braccio avviandosi alla sala da pranzo. 

La piccola Flora gli fu posta di fronte se- 
parata da lui da quattro o cinque maturi si- 
gnori che avevano Paria di considerarlo come 
un intruso. 

Fu dopo parecchi di questi pranzi, seguiti 
da altrettanti ricevimenti, durante i quali 
la marchesa Eulalia sfoggiò senza commuo- 
verlo i più sapienti e complicati drappeggi 
in tutti i colori dell'arcobaleno, che Dario 
Villalba si risolse a chiedere ufficialmente 
la mano di Flora, pregando che il fidanza- 
mento durasse il minor tempo possibile. E 
fu esaudito. Alcune settimane più tardi egli 
si portava nel Belgio, in un vecchio castello 
dove vivevano certi suoi lontani parenti, la 
giovine moglie, lasciando in disperati pianti 
la marchesa Eulalia, invano consolata dai 
suoi quattro o cinque maturi adoratori. 

Vi rimase tre mesi ed anche al suo spi- 
rito esigente d'uomo molto viziato dalla for- 
tuna parvero quei giorni veramente lumi- 
nosi di felicità, veramente pieni di una me- 
ravigliosa dolcezza. 

Ma si manifestò in Flora un i)rincipio di 
gravidanza ed il conseguente suo cattivo 
stato di salute lo indusse a ricondurla in 
patria. Nel villino Bonamici era stato appa- 



damf: a scegliere 25 1 

recchiato per essi Pappartamento del primo 
e quello del secondo i3Ìano, mentre la mar- 
chesa sì stabiliva a terreno per godere, co- 
m'ella affermava, la veranda e il giardino, 
per sorvegliarlo meglio, come sospettava il 
nipote. 

Flora soffriva molto e diveniva nervosa e 
melanconica, cosicché suo marito le dedicava 
le intere giornate e le lunghe sere con una 
amorosa abnegazione così perfetta che stu- 
piva lui medesimo. Una notte, mentre sua 
moglie già dormiva tranquilla dopo molte 
ore d'agitazione, Dario scendeva in giardino 
per prendere un poco d'aria e rinfrescarsi 
il capo che gli doleva, quando s'imbattè sulla 
j)orta con la marchesa la quale aveva con- 
gedato allora i suoi vecchi amici. Ella ve- 
stiva una specie di peplo bianco e oro che 
le lasciava tutte scoperte le braccia scen- 
dendo dalle spalle come due ali e tale fog- 
gia, confondendo l'ampiezza delle pieghe con 
l'abbondanza delle forme sottostanti illudeva 
e la avvantaggiava, dandole un non so che 
d'antico e di jeratico. Con parole affettuose 
ella invitò Dario ad entrare e gli domandò 
notizie della nipote, ma mentre egli rispon- 
deva parlando a lungo di Flora, l'altra sem- 
brava non ascoltarlo e seguii'e invece un suo 
intimo i)ensiero pur restando n fissarlo im- 
mobile, quasi ipnotizzata. Egli tacque ed ella 
continuò a guardarlo, appoggiata coi gomiti 



252 DAME A SCEGLIERE 



ai bracciuoli della sua poltrona, con le guan- 
cie sulle due palme aperte, senza parlare, 
quasi senza batter ciglio. E poicliè Dario 
fece Tatto di alzarsi, solo allora ella protese 
le mani come per fermarlo e lo pregò som- 
messamente : — Rimani un momento, vorrei 
parlarti. 

— Di Flora? — domandò egli inquieto. 

— No, — ella rispose in un lungo sospiro; 
— di me. 

E soggiunse dopo una pausa piena di me- 
ravigliata attesa da una parte e di affannosa 
ansia dall'altra: — Di me che soffro molto 
per cagion tua, di me che non ho dimenti- 
cato ancora il i)assato, che sempre Pho pre- 
sente come il tempo più bello della mia 
vita. 

Egli si portò una mano alla fronte in un 
gesto di fastidio e scosse due o tre volte il 
capo come per disapprovare benevolmente 
quella tardiva dichiarazione. 

— Non credi, di', non mi credi ? — ella do- 
mandò, illusa, attaccata a una sua oscura 
speranza, guardandolo con trepidazione. 

— Sì, sì, ti credo, — egli mormorò strin- 
gendosi nelle spalle, — e non mi resta che 
deplorare vivamente questa tua tristo follia. 

— È una follia, hai ragione, ma una follia 
inguaribile, — ella gemette alzandosi, ponen- 
dogli una mano sulla spalla, chinandosi quasi 
a sfiorargli con le labbra i capelli. 



DAME A SCEGLIERE 253 



Ma Dario si ritrasse, le prese la mano 
ch'era piccola e bianca e la baciò con indul- 
gente compatimento parlandole con pietosa 
bontà : — Il passato è passato per sempre e 
non si risuscita un amore dopo dieci anni. 
Perchè voler guastare quel ricordo ch'era 
così bello e così dolce ? Lasciami andare, zia. 
Ma ti pare? Sono tuo nipote adesso. Un po' 
di saggezza ci vuole. 

Egli parlava con ostentata gaiezza, ri- 
dendo alquanto forzatamente e si dirigeva 
alla porta, seguito dalla donna che piangeva 
in silenzio. E quando fu sulle scale si ra- 
sciugò col fazzoletto dalle mani le lagrime 
di lei, cadutevi in un ultimo bacio appas- 
sionato e con un sospiro di sollievo corse a 
contemplare il viso di Flora addormentata. 

Da allora egli incominciò ad uscire quasi 
tutte le sere evitando d' incontrare la mar- 
chesa Eulalia che veniva spesso a trovare 
la nipote, e passava le sue serate al circolo 
coi vecchi amici di giovinezza. Ma un giorno 
Flora lo pregò con le lagrime agli occhi di 
non ritornare laggiù dove certo incontrava 
altre donne, dove certo ballava e si diver- 
tiva lontano da lei. 

— Ma no, cara, — egli le assicurò acca- 
rezzandole i capelli, — al circolo ci si va per 
leggere, per giocare, per fare musica ; quando 
vi saranno i balli verrai anche tu, e sarai 
la più carina e la più elegante fra tutte. 



254 DAME A SCEGLIERE 



Flora sospirò e tacque poco persuasa. Era 
la prima volta che ella manifestava un sen- 
timento, di gelosia e un'ombra di sospetto, 
certo dovuti a qualche maligna insinuazione 
di sua zia. 

Una settimana dopo fu invitata al circolo 
per una recita di beneficenza una compagnia 
di comici francesi di passaggio nella città. 
Villalba vi giunse a rappresentazione finita, 
quando già agli attori ed alle attrici riuniti 
al T)uffet venivano offerti champagne e dolci e 
dalla sala accanto un gruppo di signore, 
amiche della marchesa Eulalia, li osservava 
con avida curiosità. 

Non appena egli apparve sulla porta la 
più giovane e la più graziosa fra le artiste 
francesi gli corse incontro con un grido di 
sorpresa e lo abbracciò con straordinaria ef- 
fusione fra lo stupore degli amici e lo scan- 
dalo delle oneste signore. 

La giovane si chiamava Mimi Dorè ed egli 
Paveva conosciuta un anno e mezzo prima 
a Montecarlo dov'ella recitava. S'erano amati 
con una passione furiosa e litigiosa che li 
metteva in ira Pun contro l'altro ogni mo- 
mento, e ogni momento li induceva a rifare 
la pace. Ora Villalba durò non poca fatica 
a liberarsi da lei ed a rincasare a tardissima 
ora nella notte, quando tutti erano già im- 
mersi nel più profondo sonno. 

Il domani uscì per tempo e non rientrò a 



DAME A SCEGLIERE 255 

colazione ; pensava che a quell'ora le amiche 
della marchesa Pavevano già informata del 
fatto accaduto la sera innanzi e credette pru- 
dente di lasciar trascorrere V impressione 
certo spiacevole del primo momento. Ma fu 
un errore, perchè quando tornò a casa verso 
sera trovò sulla soglia della camera di Flora, 
pallida e furente la zia che gii impedì di 
entrare. 

— Tua moglie da stamane ha le convul- 
sioni. Ora c'è il medico; non si entra; — gli 
comandò fissandolo con uno sguardo freddo 
da giustiziera. 

— Già, — egli rispose battendo a terra un 
piede collerico, — ti hanno raccontato quella 
ridicola storia di ieri sera e tu l'hai raccon- 
tata a lei. Avevi bisogno di mettere la di- 

vscordia fra noi. Sarai contenta ora. 

— Ridicola storia ! — ella esclamò a denti 
stretti ed a voce soffocata. — È benissimo 
trovata per un uomo virtuoso, per un uomo 
fedele come te. Una donna ti abbraccia in 
pubblico e vorresti sostenere che non è la 
tua amante. 

— Se mi abbraccia in pubblico ciò significa, 
mi pare, che non lo fa in privato, — ■ osservò 
Villalba, pazientemente, tentando di convin- 
cerla. 

— Sei un cinico; tua moglie è di là che 
soffre tutto il soff*ribile e tu parli in questo 
modo. Vergognati! 



256 



DAME A SCEGLIERE 



— Oh basta! — gridò Dario prendendola 
alle spalle e tentando d'entrare nella stanza 
di Flora. Ma in quel momento un urlo ne 
uscì ed il medico affacciatosi alla porta pregò 
la marchesa di entrare e consigliò al marito 
di non mostrarsi finché la crisi non fosse 
passata. Egli si ritirò a capo chino nella sua 
camera a meditare sui malefici giochi del 
destino ed a notte fatta il medico entrò cau- 
tamente e gli annunziò ch'era sopravvenuto 
un fatto nuovo e doloroso ma che l'inferma 
riposava ora tranquilla. 

Egli fu ammesso al letto di Flora solo due 
giorni dopo, ma s'avvide ch'ella non gli aveva 
perdonato il creduto tradimento e che lo ri- 
teneva responsabile di tutto il male sofferto 
e della mancata maternità. Alle sue carezze 
ella ritraeva il viso con disgusto e lo guar- 
dava con occhi pieni di rancore e d'incre- 
dulità s'egli accennava al passato e tentava 
scolparsi delle accuse. 

— Appena sarò guarita me ne andrò in 
Engadina con la zia, — ella disse accomia- 
tandolo quasi subito come se la sua presenza 
le fosse intollerabile. 

— E senza di me ? — domandò Dario con 
un sorriso di carezzevole rimprovero. 

— Oh, tu puoi fare benissimo senza di noi, 
hai i tuoi svaghi, il tuo ckib, le tue amanti; 
— mormorò Flora con la voce arrochita dal- 
l'angoscia, fissando il soffitto. 



t)AiME A SCEGLIERE 20/ 

— Ti giuro che non è vero, te lo giuro 
sulla memoria di mia madre. Ti basta? — 
protestò egli in una suprema difesa. 

— Non ti credo, non ti posso credere, — 
ella ripetè agitando il capo sui guanciali ; 
— la zia ha le prove «lei tuo* tradimento. 
Torna con quell'altra e lasciauii iu pace. 
Addio. 

Egli comprese ch'era inutile insistere : c'era 
fra di essi l'odio implacabile di una donna 
respinta che li disuniva, che li armava. E 
quando Flora e la marchesa Eulalia j)arti- 
rono per l'Engadina, Villalba andò a cercare 
Mimi Dorè che non aveva più. riveduta e la 
portò seco in un lungo viaggio di distra- 
zione. 



GuGLiELMixETTi, Aidme allo specchio. 



LA SIGNORA E TORNATA. 



« La i)ersona di cui . ti parlai arriverà do- 
mani a mezzogiorno. Ti prego di andarla a ri- 
cevere alla stazione e di condurla a casa mia, 
dov'io la raggiungerò la sera medesima.» 

Umberto Deiva rilesse l'affrettato biglietto 
del suo amico Claudio Montale e guardò 
Porologio. Mancavano venticinque minuti a 
mezzogiorno e «la persona» non doveva tar- 
dare, quindi egli si diresse passo passo verso 
la stazione riflettendo al bizzarro caso clie 
lo mandava ad accogliere l'amante del suo 
amico ed a farle per primo gli onori di casa. 

Montale glie ne aveva lungamente parlato 
alcune settimane innanzi, con quel partico- 
lare rapimento degli amori all'inizio che gli 
mozzava a tratti il respiro, come nell'ansia 
di un i)alpito troppo intenso. Era stato un 
incontro d'albergo impreveduto e rapido, un 
primo incrociarsi di sguardi balenanti, un 



LA SIGNORA È TORNATA 259 

inseguimento taciturno, un breve colloquio 
misterioso, quasi febbrile e quasi ostile. E 
Claudio Montale, che viveva da più di un 
anno e mezzo solitario e triste nel rimi)ianto 
inguaribile d'una donna perduta e ancora 
amata, s'era creduto all'improvviso liberato 
dall'incubo del ricordo, sentendo di poter ri- 
posare ed esaltare in costei il fervore di un 
desiderio antico e nuovo, di poter placare e 
addolcire in questa ignota creatura il tor- 
mento ostinato che la mancanza dell'altra 
gli procurava. Dopo tanti mesi della più tor- 
turante fedeltà, della più necessaria costri- 
zione egli aveva trovato finalmente fra quelle 
braccia esili e bianche la smarrita gioia della 
sua vita e tale ne era stata la stupita feli- 
cità che egli aveva promesso a sé medesimo 
di non più lasciarla sfuggire. 

Ora la donna, invece di tornare alla sua 
lontana città dove il marito, un maturo pro- 
fessore universitario e i due suoi bambini 
l'attendevano, s' era lasciata indurre dalla 
travolgente passione dell'amico ad abbando- 
nare l'uno e gli altri per lui e, partendo sola 
per non destare i sospetti dì certe vigili co- 
noscenti, lo precedeva di alcune ore in quella 
sua nascosta villetta dov'egli doveva rag- 
giungerla per non lasciarla mai più. 

Egli stesso avrebbe voluto accoglierla ed 
accompagnarla nel mistero di quel rifugio di 
amore, dove già l'altra aveva a lungo e tante 



260 LÀ SIGNORA K TORNATA 

volte soggiornato, ina vi si erano opposte 
diverse piccole circostanze della realtà ma- 
teriale ed egli aveva affidato all'intimo amico 
quella delicata e segreta missione. 

L' intimo amico, Umberto Deiva , aspet- 
tava alla stazione il treno in ritardo e si 
domandava con qualche curiosità quale figura 
di donna gli sarebbe apparsa fra poco. Se lo 
chiedeva anche con una certa inquietudine 
perchè questa avventura fulminea e bizzarra 
di Claudio Montale non piaceva al suo spi- 
rito calmo e riflessivo. Egli aveva anni prima 
compresa e quasi secondata la passione di 
Claudio per Paltra, che era una giovine at- 
trice libera e sola, ma non perdonava facil- 
mente all'impetuosa natura dell'amico que- 
sto traviamento di una donna maritata, 
questo distoglierla da uno stato onestamente 
famigliare e tranquillamente sicuro per un 
altro, sia pure più attraente, ma creato dalla | 
passione e perciò instabile ed agitato. ' 

Il convoglio entrò nella piccola stazione 
fumosa e bituminosa con uno squillare rauco 
di trombetta, discesero alcuni contadini e 
un prete, quindi allo sportello di uno scom- 
partimento di prima classe apparve una figura 
snella vestita di nero, avvolta in un fittis- 
simo velo. Umberto Deiva le andò incontro 
e le si presentò col cappello in mano: 

— Sono l'amico di Claudio Montale, si- 
gnora, e vengo per parte di lui a riceverla. 



LA SIGNORA È TORNATA 26l 

— Grazie, — ella jnormorò porgendogli la 
mano, — sapevo d'incontrarla qui e ciò mi 
ha dato coraggio. La casa è lontana? 

— Mezz'ora di carrozza, signora, — disse 
egli cercando di scrutarla in viso fra l'om- 
bra del velo che la copriva. 

Ad un rapido balenare dei suoi occhi grigi, 
dietro la rete nera, gli parve d'aver già ve- 
duto quello sguardo altra volta, senza poter 
dire dove, senza saper dire quando. Eppure 
quella donna gli era completamente scono- 
sciuta, ed il suo nome. Elisa Laprati, asso- 
lutamente ignoto. Indagava nella memoria 
tra le confuse reminiscenze del passato, men- 
tre le sedeva accanto in carrozza e scam- 
biava con lei quelle brevi frasi della cortesia 
abituale alle quali non li sottraeva neppure 
la singolarità della circostanza, ed intanto 
il profilo irregolare e grazioso della donna, 
la fronte ombreggiata dai capelli scuri che 
scendevano a coprirle le orecchie, il naso 
breve, la bocca un po' grande e carnosa, il 
mento piccolo e il lungo collo s'accentuavano 
sotto la trasparenza del velo e vi si fonde- 
vano insieme come in certi ritratti circon- 
dati di penombra che appaiono vivi e miste- 
riosi ad un tempo. 

Ella parlava a mezza voce e con parole 
rare e staccate guardandosi attorno con un 
senso alternato di smarrimento e di stan- 
chezza che dava volta a volta alla sua per- 



262 LA SIGNORA È TORNATA 

sona un'inquietudine un poco paurosa od un 
accasciamento pieno di malinconia. E nel- 
l'atteggiamento dell'inquietudine col busto 
proteso, le mani nervose, le palpebre palpi- 
tanti, ella richiamava al pensiero di Um- 
berto Deiva il turbamento di un'altra donna 
composto in una simile espressione di grazia 
ansiosa, e rimasto sommerso nella sua me- 
moria per un tempo non ben definibile. 

— A chi rassomiglia dunque costei ? — 
egli si chiedeva invano da mezz'ora ed in- 
tanto la carrozza percorreva il viale d' in- 
gresso e si fermava nel i)iccolo cortile ret- 
tangolare lastricato dì pietre bianche e nere. 
Sulla porta, fra i due oscuri cipressetti che 
la fiancheggiavano come due attenti custodi, 
la vecchia governante di Claudio Montale 
aspettava l'ospite e non appena Elisa La- 
prati balzò dal predellino e sollevò il suo velo 
per osservare bene ad occhi scoperti il ri- 
fugio che l'amore offriva d'ora innanzi alla 
sua vita, la governante le corse incontro con 
un sorriso di confidenza accogliente. 

— La signora è tornata! Ha fatto bene, 
ha fatto molto bene a ritornare con noi. Chi 
sa come sarà contento il signor Claudio ! 

La giovine donna sorrise perplessa guar-| 
dando Umberto Deiva ed i suoi occhi grigi 
tra diffidenti e stuinti lo interrogavano. Ma- 
la governante la precedeva per le stanze! 
piene di luce, parlando con familiare gaiezza. 



LA SIGNORA È TORNATA ^ 263 

— Ecco il salottino, il suo salottino, si- 
gnora, rimasto come allora, quando vi re- 
stava tante ore a suonare; si ricorda? Io mi 
ricordo del giorno della sua festa quando il 
signor Claudio lo riempì tutto di fiori di 
pesco e di fiori di glicine. Ohe bella giornata 
fu quella! Ed ecco la stanzetta da pranzo 
con la poltrona lunga piena di cuscini, dove 
la signora si sdraiava tanto volentieri a leg- 
gere, ed ecco la stanza da letto, la sua, dove 
nessuno ha più dormito da quasi due anni. 

Elisa ed Umberto la seguivano in silenzio, 
runa fremendo tutta d'oscura angoscia e di 
sorda irritazione, Taltro spiegando finalmente 
a sé stesso l'enigma di quella indefinibile 
rassomiglianza. 

Ora, il mantello aperto sulla flessibile per- 
sona, il velo sollevato sul bel volto gli con- 
cedevano la visione intera di Elisa Laprati, 
la nuova amante del suo amico Olaudio. E 
la nuova amante del suo amico Olaudio ras- 
somigliava all'amante antica. V'era, fra l'una 
e l'altra, diversità di sguardo e di voce, dif- 
ferente appariva la linea delle spalle e l'at- 
taccatura del collo, dissimile il disegno delle 
sopracciglia e la forma delle mani, ma agii 
occhi della vecchia governante le figure en- 
trambe sottili ed alte, i capelli egualmente 
bruni, il vestire d'una medesima eleganza si 
confondevano nella incertezza del ricordo e 
non formavano che una sola persona, l'an- 



264 ^ LA SIGiNORA È TORNATA 

tica amica del suo padrone, la sua signora 
di due anni prima. 

Elisa Laprati sospettò questo inganno e 
tacque finché l'anziana donna fu presente, 
ma non apijena questa s'allontanò per ritor- 
nare alle sue domestiche cure, ella s'abban- 
donò nella luuga poltrona sofiice di molti 
cuscini e chiuse un momento gli occhi con 
un profondo sospiro represso. 

— Voi mi dovete spiegare lo strano equi- 
voco di quella donna, — ella disse dopo una 
breve pausa con voce bassa ma quasi dura, 
curvandosi d'un tratto verso Umberto Deiva 
che le sedeva di fronte. E poiché egli taceva 
nell' incertezza della risposta, ella proseguì 
sorridendo amaramente: 

— La signora è tornata! Ohe significa ciò! 
Io non fui mai in questa casa e non vidi 
mai queUa donna. 

Riflettè alquanto contraendo la fronte quasi 
])er intensificarvi lo sforzo del pensiero e sog- 
giunse: — Qui abitò a lungo un'altra, non 
e vero? Quella che Claudio ha molto amato, 
ma che ora non ama più, che ora ha com- 
pletamente dimenticata; non è vero? 

La sua voce metallica martellava le pa- 
role quasi per imprimerle meglio in sé stessa, ; 
ma entrambi sentivano che esse suonavano 
false. 

— È vero, — rispose Umberto Deiva or- 
mai fermo nella convinzione di non doverle 



LA SIGNORA È TORNATA 265 

mentire, — qui abitò lungamente un'altra 
donna che Claudio ha molto amato, un'altra 
che assai vi rassomigliava, che vi rassomi- 
gliava tanto da trarre in inganno la gover- 
nante e da indurla a credere voi ed essa la 
medesima persona. Questa è la semplice ve- 
rità. Non c'è altro. 

— Sì, c'è altro, — ella replicò premendosi 
nervosamente alle tempia le palme. — Il 
fatto in sé stesso non è grave, ma è gra- 
vissimo il significato che esso rappresenta ai 
miei occhi ed al mio cuore. E voi lo com- 
prendete i)erfettamente. 

— Io comprendo questo, — mormorò Um- 
berto sorridendo con arguzia, e stringendosi 
nelle spalle, — che Claudio predilige ed ama 
uno stesso tipo di donna o se volete che io 
mi esprima con un maggior scetticismo, che 
Claudio non cerca in amore la varietà. 

Ella balzò in i)iedi con una lunga risata 
stridula e si appoggiò con le reni alla tavola 
X)untandovi le mani in un atteggiamento di 
sfida. 

— A^oi non siete sincero, non volete darmi 
il dolore d'essere sincero. 

Ella continuava a ridere tra le pause lun- 
ghe, scuotendosi tutta in una vibrazione che 
l'agitava dalle spalle al piede. 

— Ebbene lo sarò io, brutalmente, perchè 
è necessario che io guardi bene in faccia 
la verità, prima di prendere una decisione 



Ì266 LA SIGNORA È TORNATA 

che deve cambiare la mia vita. Ora io mi 
spiego la strana condotta di Claudio verso 
di me. Claudio Montale non mi ama, ora 
lo comprendo. Egli ha amato in me l'imma- 
gine dell'altra, quella che io suscitavo incon- 
sciamente nel suo ricordo. Egli stesso forse 
fu inconsapevole di questo inganno, ma il 
fulmineo desiderio che lo spinse a cercarmi 
dopo il i)rimo sguardo fu ancora il desiderio 
dell'altra. Era l'altra che egli voleva, l'altra 
che egli inseguiva; io non fui che il riflesso, 
il fantasma di lei, ma intanto gli credevo, 
intanto mi abbandonavo alla sua follìa, cie- 
camente. 

Si coprì con le mani gli occhi e lungo i 
polsi scivolarono due rapide lagrime che ella 
asciugò quasi con ira. 

— Claudio non vi parlò mai dell'altra? — 
le domandò Umberto senza smentirla, ma 
tentando di spingerla accortamente verso 
qualche benefica soluzione. 

— Sì, e molte volte. Ma come di un grande 
amore passato e finito per sempre. Egli non 
mi accennò mai a questa rassomiglianza, 
forse la subì senza rendersene ragione, se ne 
sentì attratto per una misteriosa suggestione. 
Egli si credeva da lungo tempo guarito, men- 
tre continuava invece a soffrire dello stesso 
male ed io stessa non sono che una crisi più 
acuta di quel male. 

Ella pronunciava duramente le sue frasi 



LA SIGNORA È TORNATA 267 

di analisi fredda, scandagliava coraggiosa- 
mente quel fondo d'umanità oscura, distrug- 
geva con le parole aride, ad una ad una, 
tutte le belle lusinghe, tutti i dolcissimi in- 
canti cresciuti all'ombra di quell'inganno. 

Elisa Laprati sostò soltanto alcune ore nel 
solitario rifugio d'amore che doveva ospi- 
tarla per tutto il resto della sua vita, ed in 
quel breve tempo le parve di sentirsi spo- 
gliata della sua ijersonalità , le sembrò di 
non essere più che un'ombra dell'altra, di 
]3arlare con quella voce, di guardare con 
quegli occhi, di attendere l'amico con un 
cuore diverso dal suo. E questa ossessione 
la turbò così profondamente che ella com- 
prese la necessità oramai implacabile di libe- 
rarsene. 

Al tramonto ella sedeva sulla terrazza di 
fianco ad Umberto Deiva, guardando silen- 
ziosamente spegnersi nel cielo le ultime fiam- 
me; quando scese la i.>rima ombra, lenta- 
mente ella trasse una lettera suggellata e 
con gesti tranquilli e misurati la lacerò in 
minutissime parti, la sparse al vento con 
mano legg'era. 

— Era l'addio supremo ch'io mandavo a 
mio marito, — mormorò con amara ironia e 
si volse e rientrò. Tornò dopo qualche mi- 
nuto avvolta nel suo mantello da viaggio, 
col volto coperto dal fittissimo velo. 

— So che passa un treno fra mezz'ora; a 



268 LA SIGNORA È TORNATA 

mezzanotte io sarò a casa mia. Voi mi ac- 
compagnate? Claudio non deve trovarmi qui. 

Ella parlava a scatti, infilandosi i guanti 
nervosamente, sbattendo le palpebre sotto il 
suo velo, ansando, dominata da un'inquietu- 
dine impaziente e paurosa. 

Quando fu seduta in carrozza presso Um-- 
berto Deiva, la governante apparve sulla 
porta, sostò fra i due cipressetfci, riparando 
dal vento con la mano la fiamma di una pic- 
cola lampada e gridò nell'ombra con la sua 
voce stridente: 

— Vanno incontro al signor Claudio? Li 
aspetto fra un'ora. Buona sera signor Um- 
berto, buona sera signora Fausta ! 

La carrozza correva nella notte profonda, 
ed Elisa si stringeva nel suo mantello bat- 
tendo i denti in una febbre d'angoscia. 

— Fausta si chiama? Fausta? — gemette 
d'un tratto rivolta verso il compagno, e sog- 
giunse tremando, quasi senza voce: — Ah 
se almeno avessi ignorato il suo nome! 

E il compagno le strinse la mano nell'om- 
bra, ma non seppe o non volle darle con- 
forto. 



LO SCOPO SEGRETO, 



— Sposarsi a vent'anni ! — esclamò il si- 
gnor Tito Ercolani, poiché suo figlio Raf- 
faele gli ebbe dichiarato che amava la si- 
gnorina Diana Leoni e che intendeva spo- 
sarla. 

— Innanzi tutto sono quasi ventuno, non 
mancano che quattro mesi, — protestò Raf- 
faele, soffiando fuori^ della finestra a rapide 
ondate il fumo della sua sigaretta. — E poi 
non capisco che male vi sia a pigliar moglie 
giovani quando si è seriamente innamorati 
come me. 

— Oh, nessun male ; anch' io mi sposai 
giovane, — osservò suo padre battendosi col 
frustino i gambali di cuoio giallo, — ma mia 
moglie aveva cinque anni meno di me, men- 
tre tu diventeresti a vent'anni il marito di 
una ragazza che ne conta ventitré e che 
ha probabilmente un' educazione piuttosto 



2/0 LO SCOPO SEGRETO 



libera per aver vissuto quasi sempre alPe- 
stero sola. 

— Mi pare cosa naturalissima ch'ella uon 
potesse compiere i suoi studi in fondo a 
questo paese di provincia o rimanersene qui 
a vegetare in compagnia della sua vecchia 
nonna, — rispose risentito Raffaele con le 
mani sprofondate nelle tasche quasi per im- 
pedirsi di gestire con soverchia vivacità, — 
e ciò non significa certo che Diana non sia 
un'ottima fanciulla. 

— Non lo nego; — disse il signor Tito 
stringendosi nelle spalle. — Io non la co- 
nosco perchè non vado più in casa sua da 
un discreto numero d'anni; ma t'avverto che 
non sono affatto disposto a presentarmi come 
tu vorresti alla vecchia signora Leoni e 
chiederle per te la mano di sua nipote Diana. 
Pensaci. 

Egli uscì con un cenno di saluto che suo 
figlio non ricambiò, e si diresse per il viale 
di carpini ai cancelli della villa dove il suo 
cavallo sellato e tenuto pel morso dal pala- 
freniere l'aspettava scalpitando. 

Tito Ercolani aveva superato da qualche 
anno la quarantina e conservava della gio- 
vinezza la snella e solida struttura, l'elasti- 
cità delle membra e lo splendore dello sguar- 
do, mentre già possedeva il volto pallido e 
devastato, le tempia grigie e il sorriso mor- 
dace della piena maturità. 



LO SCOPO SEGRETO 2']\ 

Al pìccolo trotto egli si avviò a una sua va- 
sta manifattura cotoniera a pochi chilometri 
dalla villa e mise il cavallo al passo quando 
fu presso la casa ed il giardino chiuso delle 
signore Leoni. Forse per la prima volta dopo 
anni ed anni egli guardava con qualche cu- 
riosità quella i)orta da tanto tempo non più 
varcata e gli parve di intravvedere una 
figura femminile in vesti chiare presso il 
cancelletto coperto di caprifoglio. Ma j)assò 
oltre meditando. 

La vecchia signora Leoni era stata ma- 
ternamente amica di sua moglie, morta tre- 
dici anni innanzi quando ancora la piccola 
Diana viveva in città coi genitori. Durante 
quegli anni la signora Leoni aveva j)erduto 
Punico figlio e la nuora s'era ammalata d'una 
grave infermità mentale che la teneva rin- 
chiusa in una casa di cura, mentre la fan- 
ciulla veniva mandata all'estero per i suoi 
studi e solo tornava per trascorrere colla 
nonna un breve periodo delle vacanze estive. 

Ma poche settimane prima del suo ritorno 
definitivo, soffermandosi per una settimana 
in città presso una famiglia di conoscenti 
comuni, ella aveva incontrato Eaffaele Er- 
colani, biondo allegro pieno di salute, e 
stretto con lui, per ricordo forse dei vecchi 
legami famigliari, una di quelle amicizie fran- 
che serene cordiali che sembrano molto fre- 
quenti in paesi nordici, ma che stentano ad 



272 LO SCOPO SEGRETO 

acclimatarsi tra il facile sentimentalismo e 
l'istintiva galanteria delle razze latine. 

Per questo il giovane era rapidamente i)as- 
sato dalla cordialità alla tenerezza e dalla 
tenerezza all'amore, mentre Diana conti- 
]uiava a trattarlo ccm una confidenza IVa 
dolce e ironica, con una benevolenza IVa 
pietosa e lusingata die indispettiva Raftaele 
e insieme vieppiù lo incitava nel desiderio 
di vincerla e d'ottenerla. E poiché ella era 
intanto partita per la cittadina provinciale 
ove la sua vecchia nonna l'attendeva, an- 
ch'egli pochi giorni dopo ritornò presso suo 
padre e gli confessò il suo amore, suppli- 
candolo di presentarsi egli medesimo alla 
signora Leoni, ch'era la tutrice della fan- 
ciulla, e di chiederla in moglie per lui. 

Inutilmente Tito Ercolani lo aveva dap- 
prima dissuaso e poi esortato ad una più ma- 
tura ponderazione sul grave passo al quale in- 
tendeva accingersi, inutilmente gli aveva ram- 
mentato la sua giovanile età e l'instabilità 
d'un capriccio nato e cresciuto in pochissime 
settimane. Raffaele, dopo due giorni di iroso si- 
lenzio, un mattino gii entrò imi)rovvisamente 
in camera tutto pallido e triste, gli dichiarò 
di non poter vivere senza di lei e lo scongiurò 
di non protrarre oltre quella domanda di ma- 
trimonio che la signora Leoni e sua nipote 
avrebbero certo accolto con il più lieto con- 
senso e che l'avrebbe fatto tanto felice. 



LO SCOPO SEGRETO 



273 



Un vespero di primo autunno grave e 
mite emj)iva d'ombre fluttuanti le silenziose 
pianure e piccoli uccelli balzavano con un 
frullo d'ali dalle siepi spaventati dal passo 
del suo cavallo, quando Tito Ercolani dopo 
un lungo giro meditativo suonò al cancel- 
letto coperto di caprifoglio, vi legò il ca- 
vallo e fu introdotto da una vecchia came- 
riera nell'antico salotto di casa Leoni. 

Tutto vi stava ancora disposto come tre- 
dici anni prima, solo una lunga sciarpa di 
crespo azzurro gettata sullo schienale di una 
I)oltrona ed un romanzo francese deposto su 
d'un tavolo con un pugnaletto a manico 
istoriato fra le pagine a guisa di tagliacarte, 
rivelavano la presenza consueta di una fem- 
minilità giovanile elegante e intelligente fra 
quell'antico arredo massiccio e durevole di 
buona casa borghese di provincia. 

Si presentò quasi subito la signora Leoni 
stretta in un abito di vecchia foggia di seta 
. marrone, con uno scialletto a frangia di ci- 
niglia sulle spalle aguzze e gli porse sorri- 
dendo la mano ossuta calzata di mezzi guanti 
di lana bianca. 

— Ella sarà meravigliata di rivedermi doi^o 
tanti anni, — disse Ercolani inchinandosi e 
le rammentò con parole commosse l'amicizia 
materna che l'aveva legata a sua moglie. 
Ma il sorriso della vecchia signora, un sor- 
riso di denti finti, troi)po bianchi e uguali 

GuGLiELMiNETTi, Anime allo specchio, 18 



274 LO SCOPO SEGRETO 

in quel volto grinzoso, non mutala <alle sue 
parole come non mutava l'espressione di in- 
dagine attentissima e penosa dei suoi piccoli-^ 
occhi senza ciglia. Istintivamente egli sol-i 
levò il tono della voce e solo allora ella 
parve afferrare il nome della sua amica de- 
funta. • 

— Marta, i)overa nostra Marta, — mor- 
moro lentamente senza più sorridere e tutta 
la fiiccia rugosa parve a un tratto rimpic- 
ciolirsi, i)remuta e contratta dal dolore di 
quella vecchiaia che una sordità quasi com- 
pleta affliggeva ed isolava ormai nella me-Ì 
stizia dei ricordi. 

Tito Ercolani la guardava con una pietas 
leggermente infastidita riflettendo intanto- 
non senza ironia che l'onesta missione di 
chiedere a quella veneranda signora pel pro- 
prio figlio la mano di sua nipote diveniva in 
tali condizioni piuttosto diffìcile, e stava do- 
mandandosi come ne sarebbe onorevolmente, 
uscito quando Diana apparve ad un tratto 
nel vano della porta e tese la mano al vi- 
sitatore. 

— Il signor Ercolani, non è vero? Il padre 
di Eaff'aele? Molto, molto felice. 

Ella parlava con un lievissimo accento' 
straniero, calcando le dentali, ma con una 
voce così calda vibrante e piena che pareva; 
gustare le i)arole mentre le pronunciava. 
E dai suoi capelli bruni e corti ch'ella par-; 



LO SCOPO SEGRETO 275 

landò scuoteva con graziosa baldanza, dal 
suo volto mutevole, da tutta la sua persona 
agile e salda avviluppata più che vestita 
di una seta orientale a colori vivacissimi 
esalava una tale vitalità, una tale forza di 
volontà e d'energia, insieme a un così vivo 
desiderio d'attirare e d'inquietare che Tito si 
spiegò immediatamente il violento capriccio 
di suo Aglio per quella fanciulla. 

Gliene parlò quasi subito onde giustificare 
la stia inattesa visita, mentre Diana lo ascol- 
tava con un gomito appoggiato sul bracciuolo 
della poltrona e le dita intrecciate ai suoi 
corti capelli bruni, tutta zebrata dalle stri- 
sele verdi lilla e nere della sua veste orien- 
tale e sorrideva con una specie di dolce 
compatimento per il povero Raffaele e per 
il suo amore. 

— Sì, suo Aglio mi vuole molto bene, — 
ella disse con tranquilla compiacenza, — ed 
io pure ho per lui una vera amicizia. 

— Null'altro ? — domandò Tito scrutan- 
dola bene in volto. 

Ella scosse il capo con un movimento len- 
tissimo senza sfuggire gli occhi che la fis- 
savano. 

— Ma forse Raffaele fu da lei illuso, si- 
gnorina, perchè egli si crede amato, egli 
crede il suo aniore corrisposto con intera 
fiducia, — l'avvertì Ercolani con un velato 
rimprovero ch'ella non raccolse. 



276 LO SCOPO SEGRETO 



— Amato d'amore, no, — dichiarò Diana 
fermamente; — d'affetto, d'amicizia, quasi 
di fraternità, null'altro. 

— E come si spiega quest'inganno ? — do- 
mandò l'uomo sempre più stupito. — Mio 
figlio da un mese non vive più che per 
lei, non parla che di lei, s'ammala perchè 
non la vede e infine mi decide, per timor 
di peggio, a venire a chiederle per lui la 
sua mano, certo di essere accettato con gioia. 
Ed ella mi rivela ora che non l'ama e che 
non lo ha mai amato. La cosa è molto oscura, 
mi pare. 

— Il signor Tito è inquieto per suo figlio? 
— domandò d'un tratto timidamente la vec- 
chia donna quasi sorda che aveva vagamente 
raccolto nella conversazione il nome di Raf- 
faele. 

— Sì, nonna, — le disse con dolcezza Diana 
piegandosi per parlarle all'orecchio. — Suo 
figlio sta poco bene, ma è cosa passeggiera. 
Guarirà presto. 

— Speriamolo, — mormorò la nonna e in- 
cominciò a sorridere aftabilmente coi suoi 
denti finti, mentre Diana riprendeva il suo 
atteggiamento di giovine sfinge di fronte a 
Tito Ercolani. 

Questi un po' nervoso già accennava ad 
alzarsi e pronunziava brevi e secche parole 
di commiato. 

— Poiché la mia missione è fallita, si- 



LO SCOPO SEGRETO 277 

gaorina, mi permetta di presentare a lei ed 
alla signora sna nonna le mie più profonde 
scuse e di andarmene rispettosamente. 

Ma la fanciulla lo trattenne con V imj)lo- 
razione dello sguardo, con l'ansia della voce : 
— No, no, la prego, non vada via, non vada 
via così. — E subito dinanzi allo sguardo in- 
tento della nonna che s'era rivolta ad os- 
servarla, ella ricompose il volto al sorriso e 
continuò con una voce dura che contrastava 
singolarmente con la forzata gaiezza del viso. 

— Non amo Raffaele perchè amo un al- 
tro; ha inteso? amo un altro che lo ignora, 
che quasi non mi conosce, che forse mi sde- 
gnerebbe se lo sapesse ; ha inteso ? 

— Signorina, io ho inteso che le sue aspi- 
razioni matrimoniali non vanno verso mio 
Aglio, e non mi resta che ritirarmi, — ri- 
spose Tito con un sorriso mordente, diffuso 
su tutta la faccia pallida e arguta d'uomo 
che ha molto vissuto e si diverte a vivere 
ancora. 

Egli sentì i denti della fanciulla scricchio- 
lare in un impeto trattenuto di collera e la 
voce uscire quasi sibilante dalla sua bocca 
socchiusa : 

— Per carità non sia così crudele con me. 
Sì, io ho illuso ed ingannato Eaffiiele, ma fu 
per avvicinarmi per mezzo suo all'uomo che 
io amavo, e quello ch'io vedevo passare fin 
da bambina a cavallo dinanzi al cancelletto 



278 LO SCOPO SEGRETO 

del giardino senza aver mai il coraggio di 
mostrarmi, tanto egli mi intimidiva e mi tur- 
bava. Io avevo bisogno che quest'uomo ve- 
nisse qui per potergli dire quello che vi era 
e quello che vi è nel mio cuore per lui, da 
tanti anni. Ora V ho detto e sento d'essere 
disprezzata, ma non me ne pento. 

Ella appariva bellissima nel suo abito vi- 
vace a strisce verdi e lilla ed un tremito 
nervoso la faceva vibrare tutta come un 
arco da cui sia partita la freccia. Il suo 
volto intanto continuava a sorridere sotto 
lo sguardo attento della vecchia, sotto lo 
sguardo perplesso dell'uomo, ma il sorriso 
era convulso. 

Quindi ella s'alzò e tese la mano a Tito 
Ercolani che la sentì nella sua gelida e 
ferma come una i3Ìccola mano d'acciaio. 

Lo precedette in silenzio pel breve corri- 
doio e i3el vestibolo semibuio fino al giar- 
dino già occupato dalla notte profonda e gli 
porse ancora, nell'ombra, le sue dita fredde 
senza parola. 

— Io temo ch'ella sia preda d'una strana 
debolezza, signorina, — mormorò Ercolani 
ancora sorpreso e titubante, trattenendo nelle 
sue quelle sottili mani avvincenti. 

— No, — ella rispose in un sospiro, — sono 
ormai otto anni ch'io le voglio bene. Laggiù 
in Inghilterra io attendevo l'estate con tanta 
impazienza per vederla passare, solo per ve- 



LO SCOPO SEGRETO 279 

(lerla passare, nascosta in questo giardino. 
E nessuno seppe mai nulla. Poi il destino 
mi fece incontrare Eaffaele ed incominciai a 
si)erare d'avvicinarmi a lei j)er mezzo suo. 
Io gii oifersi solo la mia amicizia, null'altro. 
Avevo uno scopo segreto e cercai di rag- 
giungerlo per una via tortuosa, la sola che 
mi si offrisse. Mi perdoni. 

— Io le perdono, povera bambina, ma non 
so se Eaflfaele le perdonerà, se Eaffaele di- 
menticherà. 

— Dicono che a vent'anni tutto si dimen- 
tica, specialmente l'amore, — mormorò Diana 
quasi trasognata, portandosi alle labbra con 
appassionata umiltà la mano di Tito. Ma egli 
la ritrasse e gliela posò sorridendo sui ca- 
pelli. 

— Ed ora che cosa dirà alla nonna? Come 
spiegherà la mia visita? — domandò. 

— Dirò che il signor Tito Ercolani e ve- 
nuto a chiedermi in moglie, — rispose Diaua 
fingendo uno scherzo, ma con la voce ansante 
e il volto febbrile di chi gioca sopra una 
I)arola la sua vita. 

E l'uomo che era saltato rapidamente in 
sella si chinò e disse: 

— No, bambina mia, sposarsi a vent'anni 
è presto, ma a quarantacinque e tardi. 

Quindi si slanciò a gran trotto per la strada 
deserta. 



IL VIAGGIO. 



— Domani sera parto per Londra, — annun- 
ziò Leonetto di Bianzè alla signora Gemma 
Eeali quando Pultima visitatrice se ne fu an- 
data ed essi rimasero soli nel salottino quasi 
buiOj dinanzi al disordine luccicante del ta- 
volino da thè su cui qualche sigaretta male 
spenta agonizzava in un filo di fumo azzurro. 

— Tu scherzi, — ella mormorò corrugando 
le ciglia, cercandogli il volto nell'ombra, già 
fremendo di sospetto. 

— Non scherzo, ecco qua la lettera che mi 
chiama; una lettera notarile, rassicurati, — 
egli rise facendo scattare la luce e mettendole 
sottocchio una busta dal bollo straniero. — 
Mi è morto laggiù uno sconosciuto prozio la- 
sciando qualche sostanza da dividersi fra al- 
cuni i)arenti. Essi incaricano me, che non ho 
nulla da fare e che parlo un po' d' inglese, 
d'andare a Londra e di regolare la piccola ere- 
dità. Starò assente un mese, non di più. 



IL VIAGGIO 281 

— Un mese? — sospirò Gemina Beali strin- 
gendosi alle tempia le palme divenute fredde, 
e chiuse gli occhi quasi per non vedere di- 
nanzi a sé quella lunga sfilata di giorni senza 
sole. 

Poiché l'amore di Leonetto di Bianzè era 
da quasi un anno il sole della sua vita, la 
fonte di gioia torbida e pur dolce a cui si ab- 
beverava la sua anima ambiziosa e appassio- 
nata per soverchiare e per dimenticare la 
mediocrità borghese del suo stato. Leonetto, 
che discendeva da una nobile famiglia, che 
era bello, elegante e mondano, le apparteneva 
anima e corpo nel segreto della passione col- 
pevole e quasi ogni giorno, mentre suo ma- 
rito riceveva nel piccolo studio arredato di 
semplici mobili chiari i malati impazienti 
rassegnati paurosi, ella si vestiva accurata- 
mente, passava rapida nell'anticamera oscura, 
mescolando all'odore acre dei disinfettanti il 
suo profumo squisito e correva nella casa di 
Leonetto dove gli arredi antichi, le tappez- 
zerie preziose, i gingilli rari, tutta una atmo- 
sfera di raffinatezza esaltavano il suo spirito, 
vibrante e sensibile, la smemoravano della 
grigia solitudine della sua vita. 

— A'^edi, — egli diceva giocando distrat- 
tamente con le mollette dello zucchero, — 
se tu fossi libera mi potresti accompagnare 
e certo il viaggio con te sarebbe assai più 
divertente. 



282 IL VIAGGIO 



— Sarebbe tanto bello, — ella mormorò 
stringendosi accanto con un atto carezzevole. 
— Pensa, amore; una notte intera in ferro- 
via noi due soli, poi una sosta a Parigi, la 
città magica dove non sono mai stata, ]30i an- 
cora qualche ora di treno e l'imbarco a Oa- 
lais, la traversata della Manica.... 

— E il mal di mare. 

— Ohe importa ì Essere a Londra noi due 
sconosciuti a tutti, liberi fra tutti, perderci 
fra le strade immense, tra la folla ignota, 
senza paura, non sarebbe delizioso, non sa- 
rebbe divino? 

— Divino sì, ma anche impossibile. 

— Dio mio, perchè la vita è tanto ne- 
mica? 

Ella teneva il capo abbandonato sulla spalla 
dell'amante e come prima aveva inseguito ad 
occhi socchiusi i bei fantasmi del suo inutile 
sogno, ora li sbarrava tra paurosi e ostili in 
faccia alla dura realtà. 

Leonetto s'alzò e si congedò accarezzandole 
i capelli con pietosa tenerezza: 

— Vedrai come passeranno presto tre o 
quattro settimane e come ci ameremo di più 
dopo tanti giorni di lontananza. 

— Partirai domani sera? 

— Sì, a mezzanotte. Passerò domattina a 
fissare il posto nel vagone-letto. 

— Verrò a salutarti un momento nelle prime 
ore del pomeriggio. 



IL VIAGGIO 283 



— Sì, cara; ma un momento solo. Ho tante 
cose ancora da disporre. 

Si salutarono correttamente nell'anticamera 
dove l'odore acre dei disinfettanti fluttuava 
nelP aria come un severo ammonimento e 
Gemma Eeali rientrò nel salottino sospirando, 
si torse le mani nervosamente, scrutò nello 
specchio con irosa tristezza il suo bel volto 
impallidito, stirato dall'indicibile pena. Non 
mai come in quel momento la continuata 
menzogna, la torbida falsità della sua vita 
le era sembrata così miserabile e così insop- 
portabile. Bisognava rifarsi ora il viso sereno, 
il viso legale che il destino le aveva impo- 
sto e sedere con gesti calmi e con* sorrisi in- 
nocenti alla tavola familiare, mentre tutta 
la sua anima correva ansando sulle traccie 
di quell'uomo che non j)oteva seguire, che 
sarebbe stato domani al di là delle terre, al 
di là dei mari solo e irraggiungibile, solo e 
infelice senza di lei. 

Si scusò col. marito di non potergli tenere 
compagnia durante il pranzo, adducendo un 
violento mal di capo e si ritirò in camera 
per mettersi subito a letto. Tutta la notte 
sognò treni fuggenti, disperate corse verso 
l'ignoto fra voragini spaventose; soffocò fino 
all'alba sotto l'oppressione degli incubi e 
quando fu sveglia si sentì così sollevata e leg- 
gera che le parve di poterne trarre un buon 
presagio. Allora incominciò a sognare ad oc- 



284 H^ VIAGGIO 



chi allerti su quel viaggio impossibile e con 
un gioco pericoloso della fantasia volle im- 
maginare di compierlo. 

Ecco : ella giungeva all'improvviso . alla 
stazione mentre Leonetto partiva. Egli pas- 
seggiava nel corridoio del treno triste ed 
annoiato, dopo aver dato gli ultimi ordini 
al suo domestico. D'un tratto egli si vol- 
geva e trovava la sua amica di fronte a sé, 
avvolta in un lungo mantello da viaggio, co- 
perta da un fitto velo, pronta a partire con 
lui. A stento egli tratteneva un grido di sor- 
l^resa, una esclamazione di gioia e la trasci- 
nava con sé, le baciava le mani ringrazian- 
dola con una commozione profonda. E il treno 
si poneva in moto e lo spazio cresceva, cre- 
sceva fra la realtà odiosa della sua vita e la 
sognata bellezza della felicità. 

Le venne da quel fantasticare una agita- 
zione nervosa così intensa che ella fu costretta 
ad alzarsi sebbene fosse di buon mattino e 
dopo la consueta cura minuziosa della sua 
persona, ad uscire a passeggio per calmare la 
I)ropria inquietudine. 

Passò dinanzi al villino dove abitava Leo- 
netto, notò che vi sostava una vettura chiusa 
e andò oltre, giunse inconsciamente passo 
j)asso fino alla stazione quasi attratta da un 
oscuro fascino verso quella mèta. Rincasò a 
mezzogiorno e pur compiendo come ogni giorno 
gli atti abitudinari dell'esistenza le pareva di 



IL VIAGGIO 285 



vivere quasi in uno stato di sonnambulismo 
con l'anima assente e lontana. 

Quando suonò per un ultimo saluto alla 
porta di Leonetto di Bianzè tremava come 
quando vi era venuta per la prima volta. Le 
aperse il domestico con la sua solita faccia 
fredda e impenetrabile e la guidò attraverso 
ai bauli che ini>ombravano l'entrata fino allo 
studio dove Leonetto in incjiama di seta az- 
zurra scriveva. Egli sollevò il capo, le sor- 
rise e tracciò l'indirizzo j)rima di venirle in- 
contro. 

— Figurati che non ho ancora trovato il 
tempo di far colazione, — le disse cingendole 
le spalle col braccio senza smettere di fumare, 

— e fra mezz'ora devo ricevere una visita del 
mio avvocato. 

— Ciò significa che mi mandi via subito, — 
osservò Gemma fra desolata e risentita. 

— Oh, non subito. Ma oggi sono come tuo 
marito quando ha molti clienti da sbrigare, 

— rise egli senza finezza, e dinanzi al volto 
mortificato di Gemma soggiunse: — E invece 
avrei tante ore e tanti giorni da dedicarti 
durante questo mese mentre me ne andrò 
solo e ramingo pel mondo! 

— Se tu lo vuoi io ti seguo, — dichiarò 
ella prontamente rialzando il capo quasi con 
un moto di sfida verso il destino contrario. 

— Non dire sciocchezze, — egli l'ammonì 
con benevola compassione. — Lo sai che non 



286 IL VIAGGIO 



è possibile e tu non devi rovinare i^er me la 
tua vita. 

Ella chinò la fronte corrucciata e si dispose 
poco dopo ad uscire. 

— Tu non devi rovinare per me la tua 
vita, — si ripeteva camminando lentamente 
per i viali ancora deserti di quell'ora quasi 
meridiana. E sentiva insorgere nel suo cuore 
sconvolto un impeto di ribellione contro quel 
dovere. La sua vita le apparteneva e j)oteva 
ben rovinarla, j)oteva gettarla per un capric- 
cio o per una passione quando le fosse pia- 
ciuto. Qualche volta aveva desiderato di mo- 
rire, una volta s'era apparecchiata una morte 
per veleno, alla Bovary, compiacendosi di quei 
preparativi con una malata curiosità di sé 
stessa, come facendo un gioco di cui igno- 
rava la fine. E alla fine aveva buttato ogni 
cosa, ridendo. 

Ora ella sentiva la necessità morbosa di di- 
sporsi a questa partenza che sarebbe stata la 
rovina della sua vita apparentemente onesta 
e che l'avrebbe gettata di colpo fuori della 
società e fuori della legge. 

L'amore per Leonetto di Bianzè s'esaltava 
e s'esasperava di una nuova e più eccitante 
attrattiva: il desiderio di quel viaggio, la pro- 
messa di visitare paesi ignoti, città ancora sco- 
nosciute eppure già tanto affascinanti per uno 
spirito sensibile all'eleganza e alla bellezza. 
E i giorni e le settimane di libera gioia, di 



IL VIAGGIO 287 

amore senza infingimenti, di vita diversa più 
intensa e più fervida, di tutte le raffinatezze 
del lusso cosmopolita, ignote alla sua ristretta 
esistenza di piccola borghese. 

Ohi poteva impedirle di uscire quella sera 
stessa di soppiatto di casa sua e correre alla 
stazione, prendere un biglietto ed accompa- 
gnare a Parigi e a Londra l'amico? 

Possedeva qualche danaro raggranellato con 
cura per l'acquisto d'un oggetto prezioso che 
desiderava da molto e le sarebbe bastato an- 
che per il i3osto nel vagone-letto. 

Rientrò già quasi decisa a questa follìa, ma 
il tranquillo e ordinato rifugio della sua esi- 
stenza quotidiana, il volto sereno del marito, 
la sua voce calma che si spandeva nella 
chiara saletta tra i fiori e i frutti della 
tavola, la riempirono di nuove esitazioni, di 
nuovi e più agitati dubbi. Ma quando egli 
s'alzò i)er ricevere una telefonata e l'av- 
vertì che avrebbe passato la notte fuori di 
casa al letto di un malato gravissimo, ella 
sentì che ricadeva irrimediabilmente nella ten- 
tazione. 

E poco più tardi sola nella sua camera 
trasse una piccola valigia e incominciò a riem- 
pirla lentamente degli oggetti più indispen- 
sabili. Si vestì adagio, con atti tranquilli e 
precisi cercando di dimenticare la cosa straor- 
dinaria alla quale s'accingeva, e quando ebbe 
indossato un mantello scuro e un piccolo cap- 



288 IL VIAGGIO 



pelle che le lasciava scoperte solo due cioc- 
che oscure alle tempia, riflettè alquanto se 
dovesse scrivere al marito un biglietto d'ad- 
dio. Decise infine di mandargli invece un te- 
legramma dalla frontiera che egli avrebbe 
trovato il mattino dopo rientrando e per ul- 
timo s'avvolse il viso e il capo in un velo 
nero fittamente arabescato che le confondeva 
i lineamenti rendendola a un primo sguardo 
quasi irriconoscibile. 

Suonaroiio le undici, ma la fantesca sfac- 
cendava ancora rumorosamente per la casa 
deserta ed ella attese che tutto fosse buio e 
silenzio prima d'uscire. Il cuore le martellava 
sordo nel petto mentre salutava le piccole 
cose note e care che non avrebbe riveduto mai 
più. Baciò un ritrattino di sua madre morta 
anni innanzi, le chiese mentalmente perdono 
e pensò che poteva portare con sé quel ri- 
cordo dolce e triste. Lo chiuse nella vali- 
getta e cautamente si dispose a partire. Al 
buio, attutendo i passi, dischiuse l'uscio senza 
rumore, discese rapida, aperse un'altra porta, 
fu nella via. Camminò nell'ombra evitando 
i fanali, dissimulando contro la veste la leg- 
gera valigetta fino ad una piazza dove so- 
stavano alcune vetture. Diede l'indirizzo della 
stazione e non appena fu seduta s'accorse 
d'essere stanca come se avesse percorso un 
interminabile cammino, ma l'aria della notte 
fresca e profumata la sollevò, fu un refri- 



IL VIAGGIO 289 



gerio mite per la sua fronte scottante. Un 
facchino prese il suo lieve bagaglio e la 
guidò allo sportello. Ella si guardava in- 
torno paurosa di incontrare qualche amico 
del marito, qualche j)ropria conoscenza, ma 
ciascuno andava pei fatti suoi e l'osservava 
senza curiosità. 

Quando ebbe il biglietto chiese all'impie- 
gato dove si trovasse l'ufiìcio dei vagoni-letto. 
Egli la informò cortesemente che i)oteva fis- 
sare il posto sul treno stesso essendo l'ufficio 
chiuso a quell'ora. Il facchino la precedette 
fino al treno di Parigi, aspettò ch'ella avesse 
confabulato col conduttore dello sleejnng e 
andò a collocarle a posto la piccola valigia. 

Ella rimase sola. Tutto si era compiuto 
colla massima facilità, quasi come una tran- 
quilla e onesta partenza, piuttosto che come 
una romantica fuga. Mancavano dieci mi- 
nuti all'ora fissata ed ella supponeva che 
Leonetto non fosse ancora giunto. Lungo il 
marciapiede passeggiavano discutendo due 
signori stranieri ; nel corridoio non v' era 
alcuno. 

Ad un tratto nel silenzio risuonò un lungo, 
squillante riso di donna. 

Veniva dalla cabina accanto, che aveva la 
porta semiaperta, e vi rispose una voce di 
uomo, bassa, contenuta, accom]3agnata da un 
ridere sommesso, come in uno scherzoso rim- 
provero. 

GuGLiELMiNETTi, Anime allo specchio. 19 



290 IL VIAGGIO 



Il cuore le diede un balzo. Felinamente 
strisciò incontro alla parete del corridoio, 
spiò dalla porta socchiusa. Le due cuccette 
erano già preparate per la notte e sopra una 
d'esse sedeva una giovine donna col gomito 
sul guanciale e la nuca appoggiata alla 
mano. Rideva ancora mostrando i denti molto 
bianchi fra due labbra sottili e rosse come 
una ferita e j)arlando scuoteva i capelli 
corti e ricciuti d'un nero rossigno intorno 
al viso grasso e corto come quello d'un fan- 
ciullo. 

L'uomo, un po' curvo verso di lei, volgeva 
le spalle alla porta e sebbene la statura, il 
portamento, i gesti rassomigliassero a quelli 
di Leonetto, ella s'illuse per un attimo, dispe- 
ratamente, che non fosse lui. 

— Chiudi la porta, — disse d'improvviso la 
donna, ed egli si volse, le fu di fronte. Ella 
ebbe appena il tempo di buttarsi indietro, di 
scomparire, di cadere sul divano col sudore 
freddo alla fronte, col volto livido, con la 
bocca socchiusa ad aspirare l'aria che le man- 
cava. Era lui e partiva con un'altra. 

Allora la sospinse un solo pensiero : quello 
di fuggire senza essere scorta, di andarsene 
prima che quel treno la portasse via, di cor- 
rere all'impazzata senza più volgersi indietro. 

Il guardiano l'avvertì che mancavano tre 
minuti alla partenza, mentre ella s'avviava 
verso l'uscita. Ella rispose che non partiva 



IL VIAGGIO 291 



più e Puomo la vide così stravolta che non 
osò replicare. L'impiegato a cui consegnò il 
suo biglietto la richiamò i)er dirle qualche 
cosa ch'ella non comprese e a cui rispose 
crollando il capo con gli occhi smarriti. 

Macchinalmente aveva afferrato la vali- 
getta e quel peso inconsueto la riconduceva 
tratto tratto alla realtà del suo essere men- 
tre ella correva per le strade quasi oscure, 
rasentando i muri, svoltando agli angoli, guar- 
dando fìsso innanzi a sé col cervello vuoto 
come un'allucinata. Giunse dinanzi alla sua 
porta guidata unicamente dall' istinto che 
conduce anche le bestie, i ciechi e i dementi. 
Come fu nella sua camera liberò il viso dal 
velo e si guardò intorno sperduta. Nulla era 
mutato nelle cose inconsapevoli, solo un 
male, un orribile male, non gelosia, non odio, 
non rivolta, ma un male ancora confuso, ma- 
terializzato, come un contorcimento dell'anima 
e della carne, come lo schiacciamento di un 
piede brutale la premeva, la straziava, la di- 
struggeva. 

E fu tra le coltri gemendo, smaniando, col 
sangue già acceso dalla febbre, in un j)rinci- 
pio di delirio. 



LA SAGGEZZA DEL DESTINO. 



— Eppure qualche volta il destino è sag- 
gio, — mi disse Lorenza Ornelli, la prima 
volta che venne a trovarmi sola dopo il suo 
matrimonio. Ella sentiva intorno a sé non 
ancora spenti lo stupore e la curiosità sol- 
levati da quelle nozze inattese, per cui una 
fanciulla quasi povera, quasi brutta, non più 
giovanissima, s'univa ad un uomo ricco, in- 
telligente, ufficiale brillante e avventuroso 
come Buggero Oapua. 

Me lo disse aprendo e chiudendo più volte 
il suo piccolo ventaglio di merletto e avorio, 
dono nuziale di un'amica, senza sollevare il 
volto ch'ella teneva spesso inclinato, quasi 
per far dimenticare a chi l'ascoltava le po- 
chissime grazie che l'adornavano. Quindi alzò 
per un momento gli occhi ch'erano belli ed 
espressivi, come lo sono quasi sempre gli 
occhi delle brutte consapevoli, e mi vide così 



LA SAGGEZZA DEL DESTINO 293 

assorta nella mia attesa, così avidamente in- 
tenta alle sue parole, che proseguì con un 
sorriso fra benevolo e incerto: 

— Anche tu sei molto incuriosita di que- 
sta storia, ed è naturale ; io stessa due mesi 
fa non avrei mai immaginata una simile so- 
luzione. Perchè io amavo Buggero da tanti 
anni, in silenzio e senza speranza e mi i)a- 
reva che l'oscuro dramma della mia vita non 
avesse possibilità di scioglimento, credevo 
che nessuna influenza umana o divina avrebbe 
mai accostato il mio destino al suo, né pie- 
gato neppure per un momento il suo cuore 
alla povera disgraziata creatura eh' io ero. 
Non mi illudevo, non sognavo, quasi non de- 
sideravo per evitare a me stessa ragioni di 
inutile sofferenza, ma sentivo continuamente 
questo amore presente in me, vivo in me 
come lo sguardo e il respiro. 

Buggero ed io siamo cresciuti quasi insieme 
perchè le nostre ville in campagna erano a 
pochi chilometri di distanza, e durante Pe- 
state ci si vedeva ogni giorno, ma mentre 
l'affetto chiassoso e turbolento dell'infanzia 
si calmava in lui mutandosi in una serena 
fraternità, in me si cambiava in fervore ed 
in tenerezza e s'accendeva di una gelosia 
sempre più violenta e semi)re più repressa. 
Io ero invidiosa delle mie amiche più belle 
e più eleganti, ero gelosa di tutte le donne 
su le quali si posava il suo sguardo, alle 



294 LA SAGGEZZA DEL DESTINO 

quali egli rivolgeva la sua parola, ma con- 
vinta com'ero della mia bruttezza sgraziata 
e ritrosa, rinchiudevo in me la mia tristezza 
e me ne struggevo quando ero sola in la- 
grime e in singhiozzi senza fine. 

L'anno in cui Buggero uscì dall'Accade- 
mia con le spalline, tutte le nostre compa- 
gne di villeggiatura se lo disputarono, ed 
egli si prodigò in amori ed in amoretti, di- 
vertendosi e appassionandosi follemente a 
quel gioco di presa d'assalto della ^ita. Io 
sola l'osservavo e soffrivo in silenzio, io sola 
lo seguii passo passo, non veduta né sospet- 
tata per gli anni che sopravvennero, e co- 
nobbi quasi tutte le sue avventure, seppi i 
nomi di quasi tutte le sue amanti, lo vigilai 
dalla mia ombra desolata con l'ansia d'una 
madre e la passione d'una innamorata. 

Al principio della scorsa estate la casa 
d'un lontano parente di Buggero, chiamata 
Villaverde, fu affittata ad una famiglia di 
americani del nord, i Wilson, gente dispen- 
diosa, chiassosa, smaniosa di divertirsi in 
qualsiasi modo lecito e illecito. Ne facevano 
parte due signorine poco più che ventenni, 
Magda e Glady, entrambe alte, snelle e di- 
sinvolte come giovinetti, molto graziose, molto 
eleganti e civette fino alla temerità. 

Figurati che accoglienza fecero a Bug- 
gero, il bell'ufficiale italiano, il corteggia- 
tore consumato che possedeva tutto il fer- 



LA SAGGEZZA DEL DESTINO 295 

vore sentimentale della sua antica gente la- 
tina e insieme l'energia e l'irrequietezza della 
loro giovine razza! Fu un delirio; Buggero 
non rincasava più. che per dormire a tardis- 
sima ora della notte, e correva a Villaverde 
ogni mattina. Talvolta che s' indugiava al- 
quanto a discorrere con sua madre od a ria- 
prire qualche suo libro di studio, Magda o 
Glady saltavano in bicicletta e venivano a 
tirar sassi nelle sue finestre, finché egli scen- 
deva e le riaccompagnava. 

Glady specialmente, la maggiore e la più. 
bella, lo circuiva e gli si attaccava sempre 
più come una piccola serpe che si attorcigli 
al piede d'un passeggero e lo costringa a fer- 
marsi. Lo costrinse a fermarsi così bene che 
dopo un paio di mesi il loro fidanzamento 
fu annunciato quasi uflìcialmente. Ma il 
guaio peggiore fu questo: Ruggero s'era in- 
namorato seriamente di quella bambola per- 
fezionata d'ultimo modello americano e si 
mostrava geloso di tutti e perdeva giorno per 
giorno la sua bella serenità d'uomo fortu- 
nato. Ormai si vedevano quasi sempre in- 
sieme e spessissimo soli, a piedi, a cavallo, 
in automobile per le vie maestre e per le 
viottole ombrose del paese, ed io che li spiavo 
dal cancello della nostra villetta, io che sa- 
pevo guardare oltre l'apparenza, compren- 
devo che il dominato era lui e soflrivo sen- 
tendolo destinato a diventare uno di quegli 



296 LA SAGGEZZA DEL DESTLNO 

schiavi iriconsaj)evoli che la bellezza impe- 
riosa e fredda d'una donna trascina con sé 
alla rovina. 

Qualcuno della sua parentela che s'attentò 
a parlargli della progettata unione dimo- 
strandogli cautamente la propria rij)rova- 
zione, si sentì invitato con tanta gelida ri- 
solutezza a non occuparsi della sua tutela, 
che nessuno osò più replicare. 

Intanto Ruggero stava per riprendere il 
suo servizio e il matrimonio doveva ufficial- 
mente annunziarsi i)rima della sua partenza. 
Senonchè quasi alla vigilia di questo avveni- 
mento gli arrivò improvvisamente l'ordine 
di partire con un riparto di truppe desti- 
nato alla Libia. Mesi innanzi egli aveva ri- 
chiesto di far parte dell'esercito coloniale e 
la domanda era stata inoltrata ed accettata 
proprio nell'ora in cui egli meno l'aspettava 
e forse meno la desiderava. Ma non ostante 
le lusinghe dell'amore e delle prossime nozze, 
Ruggero non esitò dinanzi al proprio dovere, 
anzi i)regò i Wilson di ritardare fino al suo 
ritorno la firma del contratto onde non le- 
garsi l'un l'altro con vincoli legali, mentre 
dovevano bastare l'amore e la lealtà d'en- 
trambi a mantenerli fedeli. Fu accettato il 
suo consiglio e, giunto il momento della par- 
tenza, mentre io rimasi in casa a consolare 
sua madre, tutta quanta la famiglia Wilson 
accomi)agnò Ruggero alla stazione. 



LA SAGGEZZA DEL DESTINO 297 

Li esaltava il pensiero ch'egli pofeva forse 
non più. ritornare vivo e lusingava il loro 
amor proprio di barbari appena inciviliti la 
immagine di quel fldanzato-eroe che la loro 
bella figliuola si sarebbe portato in giro pel 
vecchio e pel nuovo mondo, come un flore 
rosso all'occhiello della sua giacchetta ma- 
scolina. 

Seppi più tardi che Gadj^ Wilson gli scrisse 
apiDcna due o tre lettere in un suo faticoso 
italiano, puerile di i)ensiero e di forma, e 
seguitò quindi mandandogli innumerevoli 
cartoline fotografiche nelle quali ella appa- 
riva riprodotta ai piedi di tutti i ])m celebri 
monumenti d'Italia. Perchè i AVilson avevano 
lasciato Villaverde e viaggiavano, diverten- 
dosi e distraendosi in quella disordinata vita 
nomade di treno in treno e d'albergo in al- 
bergo, che la loro inquietudine chiassosa pre- 
diligeva. 

Ma dopo Pasqua, mentre ero anch'io in 
campagna presso una zia ammalata, sepiji 
che gii americani tornavano ìq villa e non 
ostante il mio odio per quella gente, me ne 
rallegrai in cuor mio j)er Ruggero. Egli aveva 
scritto da poco a sua madre, annunziando il 
suo ritorno e preferivo ch'egli ritrovasse la 
sua fidanzata in quella casa quasi tranquilla, 
piuttosto che in giro per qualche popolato 
albergo cosmopolita. E poi ne gioivo per me 
stessa poiché l'avrei forse veduto passare, 



298 LA SAGGEZZA DEL DESTLNO 

gli avrei forse dato il mio benvenuto, e l'a- 
spettavo. 

Anche più tardi seppi da lui stesso quanto 
gli accadde al suo ritorno. Dopo un rapido 
saluto dato in città a sua madre, egli decise 
di correre a Villaverde e telegrafò onde 
avere alla stazione un cavallo sellato, sem- 
brandogli che una carrozza dovesse impie- 
gare un tempo interminabile a percorrere 
quei dieci chilometri di strada che occorre- 
vano j)er giungervi. Era una mattinata calda 
del principio di giugno e suonavano le cam- 
pane di mezzogiorno quando Ruggero passò 
di galoppo dinanzi al mio cancello. Ma non 
mi vide; proseguì impaziente verso la sua 
mèta e discese poco dopo a Villaverde. Egli 
non aveva annunziato ai Wilson il suo ri- 
torno; desiderava sorprenderli all'improvviso, 
sapendo commessi amavano le emozioni vio- 
lente ed inattese e si riprometteva un'acco- 
glienza quasi folle di gioia e di festosità. 

La famiglia con alcuni ospiti prendeva il 
caffè nella veranda, dopo colazione, quando 
Euggero, seguito dal domestico che aveva 
pregato di non annunziarlo, sollevò la tenda 
che metteva in giardino ed apparve come una 
visione; sarebbe forse più giusto dire come 
un fantasma, perchè tutti i volti espressero 
uno stupore pieno di sbigottimento e passa- 
rono alcuni attimi prima che il padre Wilson 
si risolvesse a venirgli incontro ed a strin- 



LA SAGGEZZA DEL DESTINO 299 

gergli energicamente la mano. Ma in quei 
pochi attimi di sospensione lo sguardo di 
Ruggero aveva còlto la situazione e com- 
preso. Un giovine alto e biondo, dalla fisio- 
nomia spiccatamente inglese, s'adagiava in 
una poltrona di vimini ed alla sua sinistra, 
sul largo bracciuolo sedeva Glady, la sua 
Glady, accendendo una sigaretta alla siga- 
retta dell'ospite ; il suo braccio bianco e nudo 
posato su lo schienale pareva cingere le 
spalle del giovine il quale la fissava inten- 
samente, sorridendo. 

Rimessi dal primo impaccio, gli offrirono 
il caffè e lo assediarono di domande sui paesi 
sconosciuti dai quali egli giungeva, ma Glady 
non gli rivolse quasi parola, ed egli rispose 
breve e conciso sebbene cortese, dominando 
la collera sorda che lo mordeva. Poi se ne 
andò e non promise di ritornare. Solo Magda, 
la sorella minore lo accompagnò al cancello, 
e mentre egli scioglieva le briglie del cavallo 
legato ad un albero, gli disse con quella in- 
genua sfrontatezza che pareva talvolta pro- 
mettere tutto, perfino la lealtà del carattere : 

— Glady sposa l'inglese fra quindici giorni, 
ma io sono ancora libera, mio caro Rug- 
gero. 

Ruggero la guardò un momento in silenzio, 
poi le domandò: 

— Crede in Dio, lei ? 
Probabilmente la piccola Magda non si era 



300 LA SAGGEZZA DEL DESTINO 

mai rivolta una simile interrogazione, perchè 
non seppe che cosa rispondere, ma Buggero 
replicò : 

— Ebbene, se ci crede, le giuro in nome 
di Dio eh' io sposo la prima donna che in- 
contro per via, non lei. Lo giuro a Dio ed 
a me stesso. 

Balzò in sella e lanciò il cavallo ad un ga- 
loppo furioso. La strada era bianchissima de- 
serta silenziosa sotto il sole di mezzogiorno 
e correva fra i grani già alti. Qualche ci- 
cala friniva un momento su un pioj)po, poi 
taceva e nulla s'udiva se non lo strepito rit- 
mico del cavallo in corsa, cosicché io, vigi- 
lando dal mio giardinetto, lo sentii giungere 
di lontano, palpitando d'emozione. Avevo in- 
gannato l'attesa, che credevo più lunga, co- 
gliendo alla rinfusa fasci di fiori e d'erbe, 
e con quel mio carico ridicolo sulle braccia, 
mi precipitai sulla strada agitandolo in alto 
I)er farmi scorgere da lui e per fermarlo al 
passaggio. Buggero mi vide, discese, legò 
il cavallo ed entrò nel piccolo chiosco co- 
perto (M caprifoglio pieno di ombra e di 
frescura. Era pallido e stravolto ma sorri- 
deva e mi guardava con occhi strani, con 
occhi diversi che parevano vedermi per la 
prima volta. D'un tratto mi i)rese la mano e 
disse : 

— Sei tu la prima donna che ho incon- 
trata j)er via. Questo è il destino. Se tu vuoi 



' 



LA SAGGEZZA DEL DESTINO 3oi 

io ti sposo, perchè questo, questo è il de- 
stino. 

Credetti ch'egli delirasse, credetti che per 
la strada, 'in quell'ora ardente, una insola- 
zione lo avesse colpito e che le sue parole 
fossero incoscienti. Gli toccai la fronte, gli 
afterrai le mani soffocata dalla pena e dalla 
commozione e corsi a prendergli un cordiale. 
Ma quando ritornai egli sorrideva calmo e 
non mi pareva più così pallido: 

— Non sono ammalato e non vaneggio, 

— disse, — credimi, un saggio destino vuole 
che tu sii mia moglie. 

— Ti prego, Euggero, — insistetti offesa, 

— non prenderti gioco di me; sei crudele. 
Allora egli s'alzò e mi guardò negli occhi, 

serio, grave, quasi dolente: 

— Ti pare ch'io abbia la faccia d'un uomo 
che scherza? — mi chiese, e cingendomi le 
spalle con le sue braccia soggiunse: — Ti 
prego, Lorenza, di voler essere la mia com- 
pagna buona, per sempre. 

Ma io non potei rispondere ; il piccolo 
chiosco verde si mise a girare vertiginosa- 
mente intorno a me ed io mi sentii cadere, 
trascinata seco, come una foglia in un tur- 
bine di vento. Euggero mi fece sedere, mi 
costrinse ad inghiottire il cordiale portato 
per lui e mi baciò le mani mormorando: 

— Come soffri, povera piccola! 

— Sì, soffro, ma di gioia, — risposi final- 



302 LA SAGGEZZA DEL DESTLXO 

mente, e piansi un momento smarrita su la 
sua si)alla. 

Ci sposammo dopo un mese e nessuno 
seppe finora il segreto di questo nostro ma- 
trimonio, su cui s'è avventata tanta maligna 
e invidiosa curiosità. Tu sola lo conosci ora, 
ma poiché questa storia può tornare forse 
utile e confortante a qualcuno, raccontala 
pure, se vuoi. Te lo concedo. 



ALLEGRO, MA NON TROPPO. 



La prima volta che il maestro Santamaiira 
udì il nuovo segnale acustico collocato dal 
suo amico Sandro Galeata sulla propria au- 
tomobile, si coprì con le palme le orecchie, 
chiuse gli occhi e gemette con voce soffo- 
cata: — Dio mio! 

Era un grido stridente e lacerante come 
un cigolìo di cardini arrugginiti misto a un 
gracchiar di ranocchie irose, o come uno stro- 
finìo urlante di ferro contro marmo, un suono 
insomma così urtante ]}ev un paio di timpani 
sensibili, che Santamaura non cessò di ge- 
merne lungo tutta la strada. 

Ma Galeata occupato al volante, ne rideva 
come d'una graziosa burla giocata all'amico 
e si volgeva tratto tratto ammiccando verso 
sua moglie, la quale sedeva nell'interno della 
vettura fra i suoi due bambini, tutta ravvolta 
in un fitto velo verde. 



304 ALLEGRO, MA NON TROPPO 

— No, — proruppe flnalinente Santamanra 
alla prima sosta presso un passaggio a li- 
vello, — no, io non ti permetterò mai di la- 
cerar le oreccliie a me ed alP umanità inno- 
cente con uno stridore di questo genere. Per- 
chè non usi una semplice tromba? 

— Caro mio, la semplice tromba è uno stru- 
mento antidiluviano; pare che si usasse già 
nel paradiso terrestre e prima ancora, nel pa- 
radiso iDerduto, — scherzò Sandro Galeata 
ch'era avvocato e non si lasciava facilmente 
convincere. — Nessuno più l'ascolta, -r- pro- 
seguì ponendosi in marcia; — è un suono 
morbido, scivolante, afono; per scuotere i no- 
stri simili ci vuole ormai un sussulto, un 
urto^ un fremito^ qualcosa che li prenda per 
la gola e li costringa a voltarsi e a scan- 
sarsi. 

La vettura si slanciò per un rettilineo de- 
serto e gli amici, nel vento della corsa che 
travolgeva le parole, tacquero per un pezzo, 
ma Santamaura rifletteva intanto sul mezzo 
di salvare sé e l'amico da un simile scempio 
che gli pareva sacrilego per l'arte. 

Egli era un musico di valore, ancora gio- 
vane e non ancora celebre e componeva da 
due anni un'opera, il Don Giovanni^ che gli 
doveva dare la gloria, la ricchezza e la feli- 
cità ad un tempo. Per ora non gli dava che 
una grande esaltazione lirica quando ne par- 
lava con gli amici, molte illusioni di gran- 



ALLEGRO, MA NON TROPPO * 3o5 

dezza per ravvenìre e alcuni rari momenti 
(li fervore operoso i quali non bastavano a 
portare a compimento l'opera ed i sogni. 

Quando ebbero pranzato in un alberghetto 
di montagna tutto cliiaro e lindo, mentre la 
signora Galeata faceva riposare i bambini, 
Santamaura disse all'amico appoggiando i go- 
miti sulle lunghe dita incrociate: 

— Ricordi tu la marcia nuziale del mio 
Don Giovanni^ quella che accompagna l'eroe 
ogni volta ch'egli entra in scena? 

Socchiuse gli occhi e alzò un difco ispi- 
rato : 

— Ta, ta, tatatà.... È uno scoppio di gioia 
e di passione, è un grido d'amore, di tutti 
gli amorì. Io la chiamo marcia nuziale in 
un senso pagano, intendendo per nozze il 
congiungimento di due creature innamorate, 
l'ebbrezza suprema degli amanti. È il grido 
d'Elvira e di tutte le altre donne, il tema 
dominante che variando si ripete per tutta 
l'opera. 

— Ebbene ? — domandò Sandro corrugando 
le ciglia e assentendo vivamente come se s'in- 
teressasse molto a quel discorso che in realtà 
gli era divenuto indifferente a furia d'udirlo 
ripetere. 

— Ebbene, ora vi ho aggiunto un piccolo 
motivo, allegro ma non troppo, poche note 
squillanti e sfuggenti che tornano parecchie 
volte e che sembrano un commento, una ri- 

GUGLiELMiNETTi, Anime allo specchio. 20 



3o6 * ALLEGRO, MA NON TROPPO 

sata e insieme un ammonimento. Questo te 
lo regalo. 

— Per che farne, scusa? 

— Per farne un segnale acustico per la tua 
macchina; qualche cosa di nuovo, di j)erso- 
nale, di armonioso che possiederai tu solo e 
che non rovinerà i timpani all'umanità. 

— Ti ringrazio, — mormorò Sandro stupito 
di tanto zelo e i30ichè sua moglie giungeva 
glie ne parlò subito con le parole stesse di 
Santamaura, fingendo un grande entusiasmo 
mentre la signora mostrava i denti in un sor- 
riso che si sforzava inutilmente di sembrare 
amabile. 

Ella contava alcuni anni i3iù del marito ed 
aveva una magra faccia giallognola benché 
regolarissima di tratti e due grandi occhi 
neri in cui la disperazione dell'invecchiare 
metteva una fiamma fosca, una contenuta 
passione non priva di un certo fascino sin- 
golare. Ella amava fortemente quel marito 
giovine e leggero che sospettava infedele e 
non poteva soffrire Santamaura il quale non 
le aveva mai fatto la corte e s'assentava 
spesso con l'amico in automobile dandole una 
vaga imiJressione di sfruttatore e di complice. 

Il dono promesso dal giovine maestro, co- 
struito appositamente in Germania, giunse 
alla vigilia della partenza per la villeggia- 
tura. La tromba tutta lucente, munita di al- 
cuni piccoli tasti fu applicata all'automobile 



ALLEGRO, MA NON TROPPO 307 

e Sandro Galeata imparò subito a maneg- 
giarla. Essa mandava un suono acuto e vi- 
brante e modulava un piccolo motivo gaio, 
vivace e caratteristico, composto di poche note 
facili e squillanti. 

Santamaura era partito il mattino stesso 
per un luogo di cura dove si doveva incon- 
trare con un tenore celebre a cui sperava 
d'affidare la parte di don Giovanni e casa 
Galeata, composta dei coniugi, dei bambini e 
della governante dopo un viaggio di sei ore 
in automobile giunse la sera in una cittadina 
di mare e si sistemò in un albergo già in 
precedenza fissato, circondato da un ampio 
giardino e molto vicino alla spiaggia. 

Sandro Galeata non faceva bagni e com- 
pieva da solo lunghe passeggiate in automo- 
bile rientrando soltanto alPora dei pasti, e 
sebbene sua moglie s'irritasse alquanto di 
queste frequenti assenze, egli le spiegava gar- 
batamente che aveva amici e colleghi disse- 
minati sulla riviera e che li visitava con assi- 
duità, assicurandole che la vita oziosa del ba- 
gnante lo infastidiva e nuoceva alla sua salute. 

D'altra parte, con saggezza e con prudenza, 
aveva abituata sua moglie a non discutere e 
a non controllare le sue azioni e con un po' 
d'intelligenza e molto buon senso s'era con- 
servata interamente la propria libertà. 

Ella intanto lontana dalla città e dalle ami- 
che s'annoiava e passava le sue giornate 9. 



3o8 ALLEGRO, MA NON TROPPO 

leggere o a ricamare in giardino, cosicché fu 
tutta lieta quando capitò di passaggio nel- 
l'albergo la signorina Altavilla, una sua an- 
tica compagna di scuola che si piccava di il- 
lustre nobiltà e che, forse per questo, forse 
per causa della madre sempre inferma era ri- 
masta a trentacinque anni una zitella gras- 
soccia e sentimentale, un po' miope e molto 
espansiva. 

Non s'erano rivedute da molti anni e chiac- 
chierarono dei loro affari e di quelli degli 
altri finché l'Altavilla abbracciò con impeto 
l'amica e corse alla stazione invitandola con 
calore alla sua villetta, ch'era lontana un'ora 
di treno e veniva chiamata col poetico nome 
di Gelsomina. 

Dopo un'altra settimana suo marito le an- 
nunziò un mattino partendo in automobile 
che sarebbe rimasto assente tre o quattro 
giorni per trattare un affare d'importanza e 
poiché ella continuava ad annoiarsi ed i bam- 
bini erano ben custoditi dalla loro governante, 
decise un pomeriggio di recarsi a visitare la 
sua amica. 

La Gelsomina tutta avvolta nel verde delle 
piante odorose che le davano il nome, distava 
dalla stazione circa un quarto d'ora di car- 
rozza e la signora Galeata vi si fece portare 
e suonò al cancello fra le gioiose acclama- 
zioni della signorina Altavilla che corse ella 
.stessa ad aprirle. 



ALLEGRO, MA NON TROPPO 309 

— La mamma è sulla terrazza, — disse 
dandole il braccio lungo la scala di marmo 
che saliva al primo piano e la introdusse in 
un salottino buio e fresco, quindi in una ve- 
randa coperta di edera dove una signora ca- 
nuta dall'aria sofferente ma non triste leg- 
geva un giornale, seduta in una poltrona a 
ruote. 

— Ecco Maria, mamma; adesso signora Ga- 
leata, — esclamò l'amica presentandola a sua 
madre e le due signore sedettero jjresso l'in- 
ferma discorrendo vivacemente. 

— Se tu vedessi i suoi bambini, mamma! 
Ohe amori ! — sospirava la signorina. — Di- 
cono che tuo marito sia un avvocato molto 
brillante. 

— Sarà anche un bel giovine se rassomi- 
glia ai figli, — commentò la vecchia signora 
e soggiunse amabilmente : — Del resto basta 
che somiglino a lei. 

La Galeata sorrideva, lieta dell'accoglienza 
e si proponeva d'invitare la signorina a pas- 
sare con lei alcuni giorni per saziare la sua 
curiosità sul «brillante avvocato», ed anche 
j)er far conoscere a suo marito quell'amica 
che non le dava ombra. E presero il thè sulla 
terrazza mentre il sole scendeva in mare e 
nell'ultima luce si coloriva di madreperla, 
ansando più dolcemente incontro alla terra 
come in un desiderio di riposo. 

Allora la visitatrice s'alzò per prendere con- 



.^10 ALLEGRO, MA NON TROPPO 

gedo e mentre stringeva le mani alla malata 
e l'amica le cingeva la vita col braccio per 
condurla verso il giardino, ella ristette, sol- 
levò il capo, rimase in ascolto. 

Dal fondo della strada salivano alcune 
squillanti note di tromba e ripetevano un 
noto motivo, allegro, vivace, caratteristico: 
la piccola marcia del Don Giovanni. Il motore 
ansava rombando lungo la salita e il suono 
che lo accompagnava s'avvicinava sempre più, 
finché squillò chiaro, lungo e vibrante sotto 
la terrazza. 

— Ohe ascolti ? — le domandò la signorina 
Altavilla sorridendo. E subito soggiunse: — 
È il segnale di una automobile che passa qui 
ogni giorno e ogni volta si ferma a quel vil- 
lino laggiù. 

— Quale? — domandò la Galeata con voce 
un po' roca e si si)orse dalla balaustrata men- 
tre l'automobile di suo marito passava. Ed 
ella vide ch'egli non era solo. 

— Laggiù, a quel cancello con le lanci e 
dorate, — spiegò l'altra indicando una casa 
elegante in fondo alla via, — dove abita 
una bella signora bionda, dicono una contessa 
fiorentina, molto emancipata. — Ecco, — ella 
continuò ponendosi ad osservare con un bi- 
noccolo da teatro. — Oggi rientrano insieme. 
Ella è elegantissima come sempre ed anche 
il suo aulico ha una figura molto distinta, 
sebbene non si riesca mai a vederlo in viso 



alle(;ro, ma non troppo 3il 

sotto quegli enormi occhiali. Come devono 
amarsi quei due! 

Ma la Galeata interrui^pe seccamente il so- 
spiro della sua amica. 

— Addio, cara, — le disse d'improvviso 
con una voce così asjjra che l'altra le si volse 
meravigliata. 

— Quel motivo ò tanto nuovo, — diceva la 
signora Altavilla, la quale secondo l'uso dei 
vecchi rifletteva molto prima di parlare, — ed 
è così grazioso che non si può fare a meno di 
notarlo. Però quel signore mi pare alquanto 
leggero a non accorgersi che il farsi precedere 
da questa fiinfiira è molto, molto imprudente. 

— Buona sera, signora, — concluse la Ga- 
leata come se non avesse inteso quelle osserva- 
zioni e ritornò in giardino con l'amica, la sa- 
lutò, salì nella carrozza che Taspettava al 
cancello. Ma com'ebbe percorso un breve tratto 
di strada ella si assicurò che il terrazzo della 
Gelsomina fosse deserto, quindi discese, pagò 
il cocchiere e tornò indietro a piedi. 

L'automobile di suo marito era sempre ferma 
al medesimo posto e il cancello dalle lancie 
dorate era chiuso. Ella vi si diresse e quando 
fu presso (luella soglia esitò un momento an- 
sando di emozione, quindi si risolse, i)remette 
il bottone del campanello. 

S'udì nell'interno un lungo trillo, poi una 
cameriera giovine in cuHìetta di pizzo bianco 
attraversò una breve serra vetrata e ai3erse. 



3l2 ALLEGRO, MA NON TROPPO 

— Vi prego di consegnare questo all'avvo- 
cato Galeata, — ingiunse la signora iDorgendo 
il suo biglietto da visita e soggiunse dopo 
una pausa: — Avvertitelo che lo aspetto qui. 

La cameriera lesse il biglietto e si morse 
le labbra trasalendo come se avesse toccato 
un oggetto rovente, quindi richiuse e scom- 
parve. 

Allora la signora Galeata salì lentamente 
nell'automobile, sedette, e si dispose a rice- 
vere suo marito. 



IL VIGILE AMORE. 



Per la prima volta, doj)o due mesi e mezzo 
di malattia, Maria-Clara Romei potè rizzarsi 
a sedere sul letto, col dorso appoggiato ad 
un soffice monte di cascini e il capo affon- 
dato in un guancialetto di piuma. Le ave- 
vano fermato i capelli con un largo nastro 
azzurro che ]e fasciava la testa dalla fronte 
alla nuca e si annodava su la tempia sini- 
stra con una leggiadria quasi infantile, la 
quale bene armonizzava col suo sorriso: un 
sorriso stupito, leggero e grave ad un tempo, 
il sorriso di risveglio ancora sognante, che è 
proprio dei convalescenti. L'avevano avvolta 
in un accappatoio di molle lana dei Pirenei, 
anch'esso azzurro pallido, donde usciva il 
collo, esile come uno stame dai i)etali di un 
fiore, donde uscivano le mani esangui ed 
affilate, di cui l'una adorna di un solo anello: 
il cerchietto liscio della fede. 



3l4 IL VIGILE AMORE 



Leonardo Romei, suo maritOj seduto accanto 
al giaciglio basso, le prendeva di quando in 
quando il polso e sorrideva soddisfatto con 
qualche piccolo cenno d'approvazione acca- 
rezzando amorevolmente con lo sguardo la 
sua giovine inferma. Le pareva d'averla ri- 
conquistata egli stesso alla vita, d'averla egli 
stesso contesa e strappata a forza in una lotta 
subdola e lenta alla nemica rapace. Ora egli 
non la temeva più, solo doveva ancora me- 
dicare in lei ed in sé stesso le traccie pro- 
fonde della lunga guerra col male: in lei 
la carne estenuata e disfatta, in sé lo spi- 
rito stanco ed abbattuto. 

Si guardavano entrambi con una curiosità 
non ancora serena ma già quasi pacata, si 
esaminavano come due superstiti d'una stessa 
burrasca cercando l'un nell'altro i segni della 
lotta durata, e la donna sentiva fin nel pro- 
fondo dell'anima come e quanto quel vigile 
compagno avesse sopportato con lei e per 
lei la violenza del male, con quale ardore 
disj)erato e taciturno lo avesse combattuto 
e vinto. Glielo disse, piano, accarezzandogli 
la mano sul velluto cupo della coperta: 

— Come sei j)allido, Leonardo! Devi aver 
sofferto molto per me in questo tempo. 

Egli crollò un poco il capo e si chinò a 
baciarle il polso, senza parola. Sul velluto 
cupo della coi)erta la testa curva apparve 
subitamente grigia agli occhi meravigliati 



IL VIGILE AMORE 3l5 

delP inferma. Ella vi posò le dita tremanti, 
disse quasi in un sospiro: 

— Quanti capelli bianchi, Dio mio! 

Di colpo l'uomo si levò in piedi con subita 
gaiezza, componendosi un volto ilare dove 
era ancora un baleno di giovinezza e rise 
senza amaro: 

— Ti spaventi di così poco, bambina? 

— Non mi spavento, — ella osservò sem- 
pre offuscata, — ma mi fai pena; pena ed 
anche rimorso. 

— Il rimorso poi mi pare un eccesso di 
zelo, — motteggiò Leonardo — e non te lo 
concedo ; tutto al j)iù un po' di pena per la 
mia verde giovinezza innanzi tempo sfiorita. 

— No, no, non scherzare, — insistette l'am- 
malata con una ruga dritta fra i cigli; — 
ho rimorso che tu abbia tanto sofferto per 
me; per me che forse non lo meritavo. 

Ella spense le ultime i)arole in una titu- 
banza quasi paurosa guardando il marito 
col capo chino e gli occhi sollevati. Egli cor- 
rugò lievemente la fronte, ma prese ancora 
fra le sue dita il polso esile, ascoltò il bat- 
tito già irregolare; comandò dolcemente: 

— Silenzio, cara; non sciuj)armi la tua 
prima giornata di convalescenza. 

— Non imi)orta, — ella s'ostinò febbril- 
mente, — starò meglio dopo; lasciami par- 
lare, ne ho bisogno, devo levarmi dal cuore 
questo grande peso i)er poter guarire com- 



3l6 IL VIGILE AMORE 



pletamente. L'ho promesso a me stessa nelle 
ore più tristi del male, quando ti vedevo 
curvo su di me col volto disfatto, quando 
dubitavo di poter ancora vivere, di poter 
ancora parlare. È quasi un voto che io devo 
sciogliere. Ascolta. 

Stanchissima, anelante, Maria-Clara s'ab- 
bandonò sui cuscini con un cerchio d'ombra 
intorno agli occhi ingranditi dall'ansia. 

Leonardo si mise l' indice attraverso alle 
labbra e stette a contemplarla calmo finché 
ella non si fu placata, flnch'ella non respirò 
di nuovo leggera con occhi più dolci. Allora 
sedette accanto al letto basso e disse som- 
messo con un sorriso mite: 

— II tuo voto lo scioglierò io stesso, senza 
che tu t'affatichi e t' inquieti. 

Maria-Clara gli dilatò in volto due occhi 
sbigottiti, accennò a parlare. 

— No, — proseguì Leonardo Eomei, impo- 
nendole silenzio col gesto, — taci ora; par- 
lerò io per te. Tu vuoi raccontarmi la pic- 
cola storia di Riccardo Lari, il mio bel nipote; 
tu vuoi confessarmi che sei stata per un 
giorno intero in i^rocinto di tradirmi e che 
solo la volgarità mediocrissima di quel po- 
vero Eiccardo ti ha salvata dal cadere, come 
dicono i teologi, nel nero abisso della colpa. 
È questo, non è vero? 

L'inferma risicose con un gemito fioco. 

— Ma tu t'inganni; — continuò Leonardo 



IL VIGILE AMORE SiJ 



con ocelli scintillanti di fiero sorriso, — ac- 
canto all' intelligenza addormentata di Eie- 
cardo c'era il mio vigile amore per salvarti 
e per ri condurti a me. Furono alcuni mesi 
alquanto grigi, lo confesso, furono giorni di 
dubbio e ore di paura affannosa che tu pro- 
vocavi, che tu alimentavi con una stordi- 
tezza inconscia, ma talvolta quasi crudele. 
Ebbi la percezione esatta del pericolo quando 
Eiceardo, che non ancora conosceva la sua 
giovine zia, entrò per la prima volta in casa 
nostra. Era qui di passaggio per alcuni giorni 
e vi rimase tre mesi godendo largamente 
della nostra ospitalità, sperando molto dalla 
tua benevolenza. 

Egli si sapeva bello e si credeva conqui- 
statore ; possedeva infatti quella bellezza fatta 
di agile forza e di grazia istintiva che è 
propria degli animali giovani e che incanta 
quasi sempre le donne. Certo di piacerti, 
la faceva roteare dinanzi a te come la coda 
occhiuta di un pavone, ma guai se tentava 
d' accomi)agnare alla bella posa una bella 
frase ! 

Quel povero ragazzo non X3arlava se non 
per dire una sciocchezza, ma la diceva con 
una voce così insinuante e con una bocca 
così fresca che la sua stupidità passava quasi 
sempre inosservata. Per lui la parola non 
era mai una manifestazione dell'anima, op- 
pure, come vuole Talleyrand, un.... paravento 



3l8 IL VIGILE AMORE 

del pensiero, ma talora una semplice neces- 
sità, talora una facile esercitazione vocale. 
Egli parlava, come gli altri esseri di razza 
così detta inferiore, belano o squittiscono o 
ruggono, ma la sua meravigliosa fatuità sa- 
peva atteggiarsi in modo così seducente che 
pareva il comi)imento stesso, la naturale es- 
senza della sua bellezza. 

Tu l'ammirasti dapprima con uno spirito 
e uno sguardo puramente estetico. Eammento 
che un giorno, me presente, gli dicesti con 
un sorriso fra serio e scherzoso : « Come sto- 
nano, Eiccardo, con la tua persona questi 
rigidi abiti moderni! Io ti vorrei vestire co- 
me un giovine schiavo greco e tenerti di- 
steso ai miei piedi con una corona di violette 
intorno al capo; però a questa condizione: 
che tu non parlassi mai ». 

Egli non comprese l'allusione mordace, 
ti sedette accanto sopra uno sgabello basso, 
t'alzò in volto due occhi mirabili e con una 
espressione da sacerdote ispirato, rispose : 
« Volentieri, zia ». 

Quella volta ridemmo insieme di gran 
cuore, ed io con indicibile gioia ti sentii an- 
cora tutta mia, sebbene in qualche momento 
distratta e in apparenza talora quasi obliosa 
di me. Avrei potuto allontanare Eiccardo da 
casa nostra, portarti via con me in un lungo 
viaggio, pregarti di riceverlo con minor fre- 
quenza, ma mi ripugnava valermi di questi 



[L vigili: amore 3i9 



mezzi così coniagali, mentre mi pareva di 
possedere armi migliori per vincere in quella 
lotta un po' infida. 

E combattemmo dinanzi a te giorno per 
giorno con le nostre armi molto diverse cer- 
cando di sopraffarci l'un l'altro, cercando di 
carpirci un tuo sguardo, un tuo sorriso, una tua 
approvazione. Eiccardo non sapeva di lottare 
con un avversario cosciente e vigilante, ma 
aveva per sé la forza istintiva della sua gio- 
vinezza e l'ardore del suo desiderio, lo avevo 
diciott'anni più di lui, le tempia già grigie, 
il volto già stanco, ma lo spirito pronto e 
deciso a riaverti, per amore, contro di lui 
e contro tutti. 

Ma ad un certo punto la mia fiducia in- 
cominciò a vacillare : tu non ridevi più delle 
sciocchezze di Eiccardo, vi rispondevi seria 
o le discutevi con gravità. Il sintomo mi 
parve gravissimo: la cecità della tenerezza 
già ti avvicinava a lui, già ti nascondeva la 
sua mediocrità, già lo difendeva contro i 
miei scherzi pungenti. 

Fu in quel tempo che io ricevetti dal 
nostro agente di campagna l'avviso urgente 
d'una frana verificatasi nel giardino della 
vecchia villa, con pericolo di caduta per uno 
dei muri. Decisi di partire nella giornata 
stessa e te lo annunziai dopo colazione, os- 
servandoti alla sfuggita ma intensamente: 
m'avvidi che battesti le ciglia alcune volte 



320 IL VIGILE AMORE 



con una sfamatura j)iù. rosea alle giianeie 
mentre Riccardo esprimeva rumorosamente 
la sua compiacenza e m'avvertiva che ti 
avrebbe ben custodita e protetta durante la 
mia assenza. Lo ringraziai ironico, batten- 
dogli la mano su una spalla e m'avvicinai 
a te per salutarti prima d'uscire, per le ul- 
time incombenze. 

Tu leggevi un giornale a capo chino e 
mi dicesti porgendo la mano al mio bacio: 
« Mi spiace molto che tu parta : mi potevi 
portare al Siegfried questa sera ». 

— Ti porterà Riccardo, — risposi, — anzi, 
passerò a fissarvi un palco io stesso. 

Sapevo che Riccardo detestava la musica 
in genere e quella vagneriana in ispecie, che 
nessun supplizio era per lui paragonabile a 
qualche ora d'audizione musicale. Lo imma- 
ginai nell'ombra di quel palco accanto a te, 
rapita dal canto dell'eroe, costretto a lottare 
per quattro ore contro le insidie della noia 
e le torture del sonno e uscii col cuore quasi 
alleggerito dal pensiero di quella sottile ven- 
detta. Ma per via mi domandai se sarei ve- 
ramente partito, mi chiesi se non fosse stu- 
pida temerità lasciarti così in preda alla pos- 
sibilità, quasi alla certezza del pericolo; mi 
dissi che forse era giunta l'ora di reagire. 

Così meditando, triste ed inquieto, passai 
a fissare il palco, errai un poco alla ventura 
e ancora incerto dei miei propositi rincasai. 



IL VIGILE AMORE 321 



Mancava un'ora alla partenza. Tu leggevi 
ancora sdraiata nella sedia a dondolo, ma eri 
pallida e i tuoi occhi fissavano la carta tor- 
bidi e arrossati di pianto. Eiccardo in piedi 
presso la finestra ti volgeva le spalle e fu- 
mava con le mani in tasca, dondolandosi 
avanti e indietro su le punte e sui tacchi. 
V'era nell'aria l'odore della burrasca ed io 
subito con gioia lo avvertii, ma mi chinai 
a porgerti il biglietto del palco tranquilla- 
mente senza commenti. Tu lo prendesti con 
un sorriso forzato e dicesti con la voce un 
poco stridente : « Ti ringrazio molto, ma ti 
avverto che dovrai accompagnarmi tu stesso 
all'opera. Eiccardo è già impegnato questa 
sera ». 

Aijpoggiasti la voce su l'ultima frase e 
Eiccardo si volse di scatto, ci salutò entrambi 
freddamente con un volto da Paride corruc- 
ciato ed uscì. La prova era stata superiore 
alle sue forze: egli si era ribellato al mar- 
tirio musicale che tu gli imponevi, certo con 
parole vivaci, forse con la rude semplicità 
della sua natura di primitivo. E t'aveva of- 
fesa e t'aveva ferita ; mentre tu cercavi nel- 
l'esaltazione della musica quel tanto d'e- 
brezza e d'oblio necessari per cedere alla 
tentazione dimentica di me e di tutto, egli 
non vi trovava che alcune preziose ore per- 
dute i)er un tuo capriccio inutile, e perdute 
nel modo più noioso, in un teatro pieno di 

GrUGLiEL]\[iNETTi, Anime allo specchio. 21 



322 IL VIGILE AMORE 



gente, col cervello intontito da un suono con- 
tinuo e tedioso, capace d'addormentare il 
più. desto e il più impaziente degli inna- 
morati. 

T'accompagnai io stesso al Siegfried quella 
sera e ti riconquistai per quella sera e forse 
per sempre. Riccardo ci mandò dopo tre 
giorni una cartolina da Montecarlo, annun- 
ciandoci una vincita sorprendente, e ne ri- 
demmo ancora insieme per molto tempo. 

Leonardo Eomei si piegò sul volto pallido 
di sua moglie che pareva dormire avvolta 
dalla prima ombra, le domandò piano: 

— Dormi, Maria- Clara? 

Ella scosse lentamente il capo senza aprire 
gli occhi, ma di sotto alle palpebre chiuse 
due lacrime lentissime scesero, rigarono le 
tempia, si perdettero fra i capelli. 



IL NOME. 



— Ohe cosa mai conta un nome in amore ? 
— osservò il giovane marchese Aimone Gui- 
gas abbandonando i remi e lasciando andare 
la sua piccola barca chiamata V Arianna alla 
deriva. — Io fui semi3re amato per me stesso, 
per quel tanto di gioventù, di forza e d'ar- 
dore ch'io diedi con slancio a ciascuna pas- 
sione ed a ciascun capriccio, all' infuori e al 
disopra di quanto i)OSSono aver operato per 
immortalarsi i miei avi più lontani e per ar- 
ricchirsi i miei avi più vicini. 

— Tu lo credi veramente? — gli obbiettò 
Ottavio Ottaviani che stava di fronte sdra- 
iato sui molti cuscini A^W Arianna con una 
sigaretta fra le labbra e le mani intrecciate 
sotto la nuca. Egli non aveva ancora tren- 
t'anni ma ne dimostrava venticinque per la 
sveltezza robusta e fine del suo busto model- 
lato da una maglia bianca, per l'eleganza 
della piccola testa perfetta di profilo, bruna 



324 IL NOME 



e ricciuta come quella delP Ermes, sostenuta 
da un collo scultorio. E mentre esprimeva la 
sua domanda un poco scettica egli rideva 
esponendo una chiostra di denti abbaglianti 
in un volto glabro che il vento del mare 
aveva patinato di una tinta leggermente 
bronzea, la quale dava allo sguardo ed al 
sorriso uno straordinario risalto. 

— Tu credi dunque che le donne ti ab- 
biano amato solo e unicamente per te stesso, 
solo e unicamente perchè tu le hai amate, 
anche se tu non ti fossi chiamato il marchese 
Aimone Guigas che possiede in riviera una 
villa principesca e in città un palazzo sto- 
rico ? No, mio caro, non t' illudere. Le donne 
sono pratiche anche in fatto di amore e il 
nome di un amante conta per esse assai più 
che tu non lo creda. 

— Ma scusa, e la piccola Flora che mi 
chiamò Florindo per tre mesi, perchè io non 
volli mai dirle il mio casato? 

— La piccola Flora se n'era informata da 
me la sera stessa che ti conobbe e ti lasciò 
per tre mesi in quelP illusione perchè l'amore 
in incognito ti j)iaceva e ti lusingava. 

— Ero dunque così ingenuo? Ma no, non 
fu possibile. 

I due amici ridevano allegramente, cullati 
dal moto leggero della piccola imbarcazione 
su un mare liscio e bianco come latte nella 
calma dell'ora meridiana. 



IL NOME 325 



Ma a poco a poco gii occhi di Ottavio Ot- 
taviani parvero seguire con troppa insistenza 
nel cielo alto il volo di qualche gabbiano e 
lo sfloccarsi di qualche nube in un silenzio 
meditabondo. Le sue sopracciglia rettilinee 
come quelle delle statue greche si univano 
alla radice del naso in una ruga diritta che 
segnava in lui il massimo sfogo della con- 
centrazione spirituale. 

— A che pensi ! — gii chiese Aimone Gui- 
gas chinando verso di lui la sua piccola fac- 
cia irregolare dove i denti sporgevano al- 
quanto rialzandogli il labbro come nei rosi- 
canti. 

— Penso ad un'avventura. 

— E ti oscuri così? 

— È forse l'unica avventura della mia vita 
il cui ricordo mi irriti e mi umilii. 

— Umiliarti, tu, il bell'Ottavio adorato dalle 
donne? * 

— Sì, perchè sento che fui veramente vile, 
come solo le donne sanno qualche volta ri- 
durci e perchè furono punto le qualità che 
tu credi abbiano per esse maggior valore 
quelle che rimasero maggiormente umiliate. 

— Non comprendo. 

— '- Comprenderai quando ti avrò narrata 
questa piccola storia sentimentale che, ti 
giuro, per la prima volta io racconto ad al- 
tri che a me stesso e che tentai con ogni 
mezzo di dimenticare, tanto grande fu sempre 



326 IL NOME 



il disagio morale in cui mi lasciò la memoria 
di quel fatto. 

Jj^ Arianna si dondolava mollemente sul mare 
placidissimo del meriggio, cullando come den- 
tro un'amaca sospesa tra cielo e onde i due 
giovani corpi distesi sui suoi cuscini e le 
due giovani anime abbandonate al ritmo delle 
confidenze. 

— Quattro anni or sono, prima che morisse 
mio padre, — narrò Ottavio distendendosi in 
fondo alla barca, — dopo aver presa la lau- 
rea io, per consentire al suo desiderio, fa- 
cevo pratica d'avvocato nello studio di un 
insigne giureconsulto suo amico e quan- 
tunque piuttosto negligente nel seguire l'o- 
rario e pieno di vivacità e di distrazioni, 
possedevo non so come la piena fiducia del 
mio principale e una sua molto spiccata pre- 
dilezione. 

Ero da quasi un anno nello studio ed 
avevo acquistata una certa famigliarità coi 
codici e la carta bollata, quando entrando il 
pomeriggio di un sabato nel gabinetto riser- 
vato dell'avvocato mi sentii rivolgere questa 
interrogazione: 

— A^olete partire questa sera, o al più tardi 
domattina i)er Eoma? 

— Senza dubbio, commendatore, — risposi 
tutto sorpreso e lieto e gli domandai la ca- 
gione di questo improvviso ordine. Egli me 
lo spiegò con brevi e chiare j)arole. 



IL NOME 327 



Si stava per discutere a Roma una causa ci- 
vile molto grave patrocinata da un suo col- 
lega al quale occorreva tutto un dossier di 
carte importantissime le quali si trovavano 
ancora per errore nelle sue mani. 

Persona di fiducia doveva essergli inviata 
col prezioso deposito e con ijarecchie spiega- 
zioni e delucidazioni verbali troppo delicate 
per essere confidate ad una lettera o al primo 
venuto. Egli aveva pensato a me come al 
messaggero più adatto, perchè giovane, in- 
telligente, fidatissimò. 

Naturalmente accettai promettendo di par- 
tire il mattino seguente e mentre uscivo dallo 
studio di corsa i)erchè era tardi e dovevo an- 
cora occuparmi di parecchie disposizioni, m'in- 
contrai faccia a faccia con Mario Scotti, Pe- 
sploratore, del quale ero amicissimo e che mi 
veniva a prendere quasi ogni sera per una 
passeggiata in automobile prima di pranzo. 

Mario Scotti era piccolo e brutto, ricchis- 
simo e intelligentissimo. Tornato tre mesi in- 
nanzi da un lungo viaggio d'esplorazione al 
Congo, dove aveva scoperto le sorgenti di 
non so più che misterioso fiume, aveva pub- 
blicato una relazione interessantissima in un 
libro sapiente e al tempo stesso piacevole a 
leggersi còme un romanzo di Giulio Verne, 
il quale gli aveva valso il premio della So- 
cietà Geografica e l'ammirazione e le lodi di 
tutta la stampa italiana. , , 



328 IL NOME 

Egli godeva allora il suo quarto d'ora di 
celebrità e i suoi sei mesi di riposo prima di 
rimettersi nuovamente in viaggio e si circon- 
dava di pochi amici antichi e fidati che rac- 
coglieva quasi ogni sera alla sua tavola in 
quel villino presso il Po, il quale era una me- 
raviglia di architettura e di arredo orientale. 

Vi si sentiva entrandovi quello che d'An- 
nunzio chiamò « l'odore indefinibile del Sud » 
e pareva la dimora di un sultano o di un 
rajah europeizzati e raffinati, ma di un rajah 
o di un sultano che avessero bandito dal loro 
regno le donne e tutte le loro tentazioni. 

Perchè Mario Scotti era e si confessava mi- 
sogino. Troppo intelligente per illudersi di 
poter essere amato per altro che per le sue 
ricchezze e la sua notorietà e troppo orgo- 
glioso per accettare una foruia d'interessa- 
mento così i)oco lusinghiera per il suo infelice 
io fisico, s'era chiuso in una serena rinunzia 
ormai fatta d'abitudine la quale gii permet- 
teva di commentare scetticamente le passioni 
degli amici e di consigliarli all'uopo con un 
suo amabile cinismo pieno di gaiezza e di 
arguzia. 

La sua prima ed unica delusione d'amore, 
subita a vent'anni, lo aveva incitato al suo 
primo viaggio intorno al mondo e gettato in 
lui il germe di quella più nobile e più rara 
passione che ne aveva fatto in dieci anni uno 
scienziato e un artista. 



IL NOME 



329 



— Stasera tu pranzi con me, — egli mi 
disse prendendomi per il braccio e costrin- 
gendomi a salire nell'automobile accanto a 
sé. E poiché io mi schermivo adducendo a 
scusa le parecchie incombenze che mi rima- 
nevano da sbrigare, fra cui l'acquisto di una 
valigia, perché mio fratello partendo per il 
suo collegio in Svizzera s'era portata seco la 
mia, Mario Scotti rise sonoramente promet- 
tendo d'equipaggiarmi egli stesso per quanto 
mi potesse occorrere, non solo per andare a 
Eoma, ma anche a Londra od a Singapore. 

Mi lasciai convincere e cenai con lui e con 
I)ochi altri intimi in quella sua deliziosa sala 
da pranzo all'orientale, lucente e austera come 
una moschea dove i nostri abiti e le nostre 
calzature stridevano e stonavano come una 
profanazione, e alle due del mattino dopo 
una serata passata al tavolino del hridge o 
nel salotto da fumare me ne tornavo a casa 
nell'automobile di Mario recando con me una 
magnifica valigia in cuoio di Russia, la quale 
presso il suo complicato sistema di chiusura 
recava un quadretto rettangolare pure incor- 
niciato in cuoio, col nome e la professione del- 
l'amico in una bella stampa gotica: Mario 
Scotti. Esploratore. 

— Lascerò a casa questo biglietto di pre- 
sentazione troppo denunziatore, — pensavo 
osservando ch'esso era fissato alla maniglia 
con una semplice fibbia, ma giunto nella mia 



330 IL NOME 



stanza pieno dì sonno mi spogliai e mi ad- 
dormentai immediatamente ; e il mattino se- 
guente mi rimase appena il tempo di buttare 
nella valigia le carte atììdatemi dall'avvocato 
e i miei indumenti inù necessari e di preci- 
pitarmi alla stazione ]3er non perdere il 
treno. 

Continuai a dormire per alcune ore solo nel 
mio scompartimento perchè era domenica e 
poca gente viaggiava, ma durante la fermata 
a Genova vi salì una signora bruna e florida 
col j)rofllo alquanto accentuato e gli occhi 
neri e larghi delle romane, la quale mi se- 
dette accanto, trasse un romanzo e s'immerse 
nella lettura. 

Vestiva piuttosto vistosamente con un man- 
tello a grandi scacchi bianchi e neri e un 
piccolo cappello nero sul quale si beccavano 
due piccioni viaggiatori e pareva trovarsi 
perfettamente a suo agio in quel vagone bene 
riscaldato coi piedi appoggiati al sedile di 
fronte, le spalle quasi aderenti allo schienale 
e il suo libro fra le mani, un libro di Pierre 
Loti. 

Tanto ch'io mi vergognai del mio ozio e 
del mio sonno e aperta la valigia che tenevo 
accanto a me sul divano, vi cercai dentro al- 
cuni atti notarili di cui non avevo preso suffi- 
ciente cognizione e mi posi a scorrerli con 
attenzione. Passai così a poco a poco tutte 
quelle carte importanti divise a piccoli fasci 



IL NOME 33l 



e ogni volta ch'io finivo di leggere un plico 
aprivo la valigia, ve lo riponevo, la richiu- 
devo con cura. M'accorgevo intanto che la 
mia vicina osservava di sotto le ciglia i miei 
movimenti ed ogni qual volta il coperchio 
della valigia sollevato le poneva sottocchio 
il quadretto di cuoio che recava inserito il 
nome e la professione di Mario Scotti, ella 
vi gettava un rapido sguardo il quale subito 
si volgeva a me balenando di curiosità. 

Mi venne interiormente una gran voglia 
di ridere. La viaggiatrice conosceva certa- 
mente di fama l'amico mio, forse ne aveva 
letto l'ultimo libro. Oltre la civiltà, quello 
che interessava e attraeva come un romanzo 
d'avventure e non le pareva vero che il caso 
le concedesse di viaggiare sola, per molte ore, 
accanto a quell'uomo celebre, i^ieno di te- 
merità e di sapienza, che tutta l'Italia am- 
mirava. 

Dapprima forse non le era sembrata possi- 
bile tale fortuna, ma poi il ndme, quel nome 
unico, seguito dalla parola «Esploratore» chia- 
ramente impresso sul biglietto, non poteva la- 
sciarle alcun dubbio. 

Ero proprio io Mario Scotti, ero proprio io 
l'uomo fortunato al quale la bella viaggiatrice 
rivolgeva ora i più benevoli e i più ammirativi 
dei suoi sguardi. 

Kisolsi naturalmente di lasciarla nell'in- 
ganno e di secondarlo con abilità, diverten- 



332 IL NOME 



domi a quell'errore di persona dal quale po- 
tevo trarre qualche grazioso vantaggio, e ri- 
flettevo intanto con allegria alla bizzarria del 
caso, che faceva scambiare un uomo come Ma- 
rio piccolo barbuto scimmiesco sebbene scien- 
ziato celebre, con un ragazzo come me, ch'era 
tutto il contrario. 

Percorrevamo intanto quel lungo tratto 
delle gallerie liguri le quali concedono al- 
l'occhio del viaggiatore tanto rare e tanto 
brevi apparizioni di un magnifico paesaggio, 
così verde turchino che sembra visto in so- 
gno e non nella realtà, e ciascuno di noi pa- 
reva assopirsi nel suo angolo, aspettando che 
cessasse il rombo e la luce del giorno tor- 
nasse. 

D'un tratto il vetro di un finestrino forse 
non bene assicurato, cadde con un colpo secco 
e lo scompartimento si riempì di fumo, un 
fumo di galleria così acre e denso che ci co- 
strinse a chiudere gii occhi e turarci le na- 
rici tossendo. 

— Piccoli incidenti di viaggio, — io osser- 
vai risollevando sollecitamente il cristallo e 
la mia compagna soggiunse sorridendo: 

— Piccoli incidenti che non debbono in- 
quietare lei, abituato a ben altri pericoli. 

— Oh Dio, signora, — mi schermii con mo- 
destia, — il fumo negli occhi non è piace- 
vole sotto nessun tropico. 

— Sempre meglio degli antropofagi e del 



j 



333 



serpente cobra, — ella insistette, lusingatrice, 
decisa a manifestarsi a qualunque costo quanto 
fosse bene informata sull'opera e sulle vicende 
di Mario Scotti. • 

Sorrisi a mia volta inchinandomi con una 
espressione di gradita meraviglia e cercai di 
sviare quel discorso che in realtà mi impac- 
ciava alquanto chiedendole s'ella abitasse a 
Roma. 

— Sono romana, — ella rispose, — e ben- 
ché vedova da tre anni mantengo i migliori 
rapporti coi parenti di mio marito che stanno 
a Genova. Per questo e perchè a me piace 
moltissimo viaggiare, vengo spesso a trovarli 
ed a vivere con essi alcuni giorni. 

— Le piace viaggiare? — domandai con 
amabile interessamento, non sapendo come 
continuare in altro modo il discorso. 

— Immensamente, — ella esclamò con ar- 
dore, — e non leggo che libri di viaggi o ro- 
manzi esotici coloniali. I miei autori predi- 
letti sono Loti e Farrère, il mio unico sogno 
un viaggio intorno al mondo, la mia unica 
passione.... 

S'interruppe esitando con una movenza 
piena di civetteria, scotendo il capo, sorriden- 
domi negli occhi, confessandomi con tutta 
quella leggiadra mimica di donna ingenua e 
scaltra al tempo stesso, che la sua unica pas- 
sione erano gli esploratori in generale e Ma- 
rio Scotti, ossia io in i)articolare. 



334 "- NOME 

— Ciò è abbastanza strano per una donna ; 
— osservai, — nelle mie peregrinazioni pel 
mondo incontrai ben raramente o forse mai 
signore che avessero ì suoi gusti. 

— Ciò si spiega, — ella replicò; — mio 
padre fu per molto tempo medico in Eritrea 
ed io vissi con lui nel continente nero sino 
a diciott'anni, ossia finché mi sposai con un 
ufficiale che morì poi ad Adua. D'allora la 
nostalgia delle terre lontane e diverse mi 
fece cercare con avidità i libri che le descri- 
vessero e le persone che le conoscessero. 

Incominciai in cuor mio a temere di non 
trovarmi sufficientemente preparato per la 
parte che m'ero imposto e sebbene ella ritor- 
nasse continuamente sul suo soggetto prefe- 
rito interrogandomi sulle mie esplorazioni, io 
cercai scaltramente di sottrarmene incomin- 
ciando a farle la corte, argomento sul quale 
non mi occorreva una speciale preparazione. 

— Perchè volete eh' io vi parli delle donne 
allo stato selvaggio mentre mi paiono tanto 
più. interessanti le donne civilizzate? — le 
dicevo fissandola in fondo agli occhi con uno 
sguardo da ipnotizzatore di Oaffè-concerto. 

— Voi dovete certo magnetizzare le belve 
nel deserto se le guardate a quel modo, — 
ella osservava con un sorriso già alquanto 
incerto. E soggiungeva dopo una pausa: — 
Però, io non avrei mai immaginato un Ma- 
rio Scotti così giovane e, lasciatemi dire, così 



IL NOME 335 

bel giovane. Perchè evitaste sempre di pub- 
blicare sui vostri libri il vostro ritratto ? Ohi 
sa quante lettrici vi sarebbero cadute ai 
piedi. 

— Non mi piacciono le ecatombi di vittime 
umane, — rispondevo con una tranquilla fa- 
tuità che pareva alla mia amica disdegno su- 
perbo e pensavo intanto a Mario e ad una sua 
frase preferita: — Credete pure che quando 
si sono viste nude donne di tutti i colori, 
nero, rosso, giallo, bianco, e vici uè alla na- 
tura quanto più è possibile esserlo, si guari- 
sce di qualunque galanteria, di qualunque 
sentimentalismo e non si considera più Fa- 
more che come la più bruta e la più brutta 
fra le necessità della specie. 

Io non condividevo questa opinione forse 
perchè non avevo veduto che donne di un solo 
colore, il bianco, e la galanteria di cui non 
ero ancora guarito mi indusse a scendere un 
momento alla stazione di Pisa e ad offrire 
risalendo in treno alla mia bella compagna 
di viaggio un enorme mazzo di violette e di 
camelie. 

Ella l'accolse con una esclamazione di gioia 
e vi affondò il viso come per odorare i fiori 
e baciarli insieme, mentre io mi scusavo di 
non poterle presentare che un comune mazzo 
di fiori cittadini, invece delle esili liane 
delle foreste tropicali o degli emerocali del 
deserto. 



336 



Insieme pranzammo nel vagone-ristorante, 
insieme divorammo gaiamente aranci e biscotti 
comprati per via e insieme discendemmo fi- 
nalmente a Eoma divenuti amici. Da alcune 
ore non parlavamo più di viaggi e d'esplo- 
razioni ma di noi stessi ed io mi ero accorto 
con piacere che gli entusiasmi orientali della 
mia compagna erano alquanto ostentati, la 
sua coltura esotica piuttosto superficiale e 
che, come tutte le donne belle, preferiva ad 
ogni altra cosa di piacere e d'essere corteg- 
giata. 

10 non le lasciai mancare quest'omaggio e 
baciandole la mano mentr'ella saliva in una 
vettura di piazza le chiesi il permesso di ri- 
vederla. 

— Vi attenderò domani all'ora del thè, — 
ella consentì con un ultimo sguardo bale- 
nante e si ritrasse nel buio della carrozza che 
partiva. 

— Domani le svelerò il mio vero nome, — 
risolsi avviandomi in un'automobile all'al- 
bergo; — le dirò che quest'inganno fu un 
piccolo scherzo e ne rideremo insieme, traendo 
da ciò una nuova intimità. 

11 giorno seguente fui occupato senza posa 
ad eseguire il delicato incarico affidatomi ed 
erano già le sei di sera quando mi riuscì di 
liberarmi degli avvocati e di correre dalla mia 
novella amica. 

Ella aveva indossato un himono autentico 



337 



di seta grigio-perla tutto fiorito di glicine e 
mi aspettava in un minuscolo salottino giap- 
ponese fra idoletti, stuoie, paraventi e cri- 
santemi che pareva uno scenario di Madame 
Butterfly. Ella sembrava più alta e più. florida 
fra quelle minuterie fragili messe insieme con 
un certo gusto e un discreto discernimento e 
fu tutta felice delle lodi eh' io le prodigai con 
la generosità più atta a propiziarmela. 

— Il vostro elogio, il i^rimo vi assicuro, 
di un vero competente mi rende immensa- 
mente orgogliosa, — ella mi diceva langui- 
damente sorbendo il thè, mentre io seduto ac- 
canto a lei braccio contro braccio osservavo 
l'ansare affrettato del suo seno nel triangolo 
della scollatura a punta. 

Io non badavo già più alle sue parole, e 
dimenticai completamente di chiamarmi Ot- 
tavio Ottaviani o Mario Scotti quando le 
cinsi le spalle e la baciai a lungo sulla nuca 
scoperta. 

— Mario, Mario, — ella sospirava sotto 
le mie carezze, — come mi piace il tuo nome ! 

E solo allora ini rammentai che m'ero i)ro- 
pOsto di confessarle il mio vero essere, ma 
poiché me ne mancava il coraggio dissi a me 
stesso che il momento non sarebbe stato op- 
portuno e tacqui. 

Tacqui ancora il domani e il posdomani e 
continuai nella piccola viltà di quell'inganno 
per tutto un mese. 

GUGLiELMiJNETTi, Anttiie allo specchio, '22 



338 IL NOME 



Lettere frequenti di mio padre mi richia- 
mavano a casa, un breve severo biglietto del- 
l'avvocato mi accusava di non aver meritato 
la sua fiducia con quella specie di diserzione 
che non aveva ragione né scusa e mi avver- 
tiva che non facevo più parte del suo studio. 

Ma io ero follemente innamorato e indiffe- 
rente ormai a tutto quanto non fosse Elena, 
la bellezza di Elena, Pamore di Elena. 

Ella continuava a chiamarmi Mario ed a 
credermi Mario Scotti ed io per inerzia e per 
paura la lasciavo nel suo errore. 

Mi dicevo, ragionando con falsa logica, 
ch'ella amava ora la mia persona, la mia te- 
nerezza, il mio ardore e che il nome ormai 
non contava più nulla nel legame sentimen- 
tale e sensuale che l'univa a me. 

Assicuravo me stesso che io non la disin- 
gannavo semplicemente per evitarmi i suoi 
stupori, le sue domande, forse una sua leg- 
giera contrarietà e cercavo di convincermi 
come nella mia condotta non vi fosse da un 
mese una menzogna piuttosto vile, ma solo 
una dissimulazione alquanto puerile. 

In fondo al cuore però soffrivo di questa 
abolizione di me stesso e non entravo una 
volta nel suo salottino giapponese senza pro- 
pormi di svelarle prima di uscirne il mio nome. 

Ma non appena io la guardavo in quei suoi 
larghi occhi balenanti, non appena la sentivo 
fremere agile e forte fra le mie braccia e 



IL NOME 339 

udivo la carezza molle e tenera della sua voce 
in quel nome cLe non era il mio, mi smemo- 
ravo d'ogni più fermo proposito, e invece di 
confessarle il mio inganno le domandavo tre- 
mando: 

— Mi ami, Elena ? E perchè, dimmi, perchè 
mi ami? 

— Perchè mi piaci, perchè hai questa bocca, 
questi occhi, questi capelli, perchè sei tu, — 
ella mi rispondeva passandomi sul viso dol- 
cemente le sue dita sottili ed io ripetevo come 
trasognato : — Perchè sono io, nevvero, solo 
perchè sono io ti piaccio? Se fossi un altro 
non mi ameresti così? 

Ella allora mi scuoteva ridendo, scherzava 
su quelle mie stranezze d'uomo troppo intel- 
lige^te e perciò leggermente pazzoide, che 
la divertivano e la inquietavano al tempo 
stesso. 

Ero giunto ad augurarmi che ella venisse 
a conoscere la verità per caso da altri che 
da me stesso, ma io conoscevo a Roma po- 
chissima gente che avevo d'altra parte evi- 
tato ed ella faceva una vita piuttosto riser- 
vata e solitaria. 

Inoltre ella credeva ch'io abitassi nel vil- 
lino d'un amico come le avevo raccontato il 
giorno del nostro incontro e non era venuta 
mai a cercarmi nell'albergo dove in verità 
alloggiavo e dove si sapeva il mio nome. 

Una volta Elena mi aveva pregato di por- 

GuaLiELMiNETTi, Anime allo specchio. 22* 



340 IL NOME 



tarla con me nel mio primo lungo viaggio di 
esplorazione, ma il mio viso s'era talmente 
oscurato alle-sue parole e il mio silenzio era 
stato così poco incoraggiante ch'ella non 
aveva più osato insistere né tornare sull'ar- 
gomento. 

Si era a questo punto e la nostra relazione 
sempre più tenera e più fervida durava da 
un mese e mezzo, quando una lettera di mia 
madre la quale mi scriveva di rado ma sem- 
pre per ragioni gravi, mi avvertì che la sa- 
lute di mio padre le destava da un paio di 
settimane qualche preoccupazione e che de- 
siderava consigliarsi con me onde farlo visi- 
tare da un diagnostico di valore e costrin- 
gerlo a intraprendere una cura. 

Mi occorreva dunque partire senza indu- 
gio, lasciare Blena e tutte le gioie, le trepi- 
dazioni, le esaltazioni ch'ella rappresentava; 
occorreva lasciarla almeno per qualche tempo, 
per qualche settimana, corrispondere con lei 
soltanto^ per mezzo delle parole scritte, leg- 
gere e non più udire le sue espressioni cosi 
appassionate e tenere, vivere con lei per mezzo 
di tutte le facoltà dello spirito, ma non più 
sentirla palpitare fra le mie braccia. 

— Scrivere, scrivere, — riflettei d'un tratto 
fermandomi in mezzo alla mia stanza che per- 
correvo meditando in lungo e in largo; — 
perchè ella mi scriva dovrò dirle il mio nome ; 
questa volta non c'è scampo, non c'è più vi- 



IL NOME 341 



gliacco pretesto che tenga, questa volta do- 
vrò confessarle eh' io sono l'avvocato Ottavio 
Ottaviani e non l'esploratore Mario Scotti. 

E mi sforzai a ridere volendo immaginare 
il volto stuj)efatto e gaio di Elena, ma riu- 
scendo solo a vedere in fantasia la ruga di- 
ritta e profonda che si scavava sulla sua fronte 
nei momenti d'irritazione e di sdegno. 

— Parto, — le dissi col primo bacio, e la 
vidi impallidire, le sentii piegare la fronte 
sulla mia spalla con un no! così implorante 
che mi trapassò il cuore di felicità. 

Ma quando le parlai brevemente della ma- 
lattia di mio padre ella sporse le labbra con 
una piccola smorfia di superba contrarietà e 
mi osservò: 

— Non sapevo che tu avessi un padre e 
specialmente che tu gli dovessi curare gli ac- 
ciacchi della vecchiaia. 

Sentii che il coraggio di parlare mi man- 
cava un'altra volta e le fermai al polso una 
catena a grosse maglie d'oro che intendevo 
offrirle dopo la confessione per ottenere il suo 
perdono. 

Ella ritornò carezzevole e dolce, non parlò 
più della mia partenza come se non vi cre- 
desse e uscì con me nella sera primaverile 
piena di stelle e di canzoni. 

— Domani sarò lontano, — io mi ripetevo 
frattanto col petto chiuso in uno spasimo e 
quando rientrammo a notte alta in casa sua, 



342 IL NOME 



quando fummo nella sua stanza da letto tutta 
azzurra, per l'ultima volta, io la strinsi con 
frenesia incontro a me sul mio cuore, e ge- 
mendo, singhiozzando senza lagrime le dissi 
che ramavo e che dovevo lasciarla, le giurai 
che sarei ritornato a lei fra poco, perchè senza 
di lei non sapevo e non potevo più vivere. 
Piangevamo entrambi avvinghiati e stretti 
come una cosa sola sul piccolo letto coperto 
di broccato azzurro e alF improvviso, natural- 
mente, spontaneamente, nella sincerità dolo- 
rosa di quel momento, io sentii di poter rive- 
lare il mio segreto, dire il mio nome come 
quello di un povero essere angosciato che re 
o servo, genio o idiota, creso o mendicante 
non ha che lo stesso valore di umiltà e di 
sofferenza dinanzi alla vita e alla passione. 
Glielo dissi senza guardarla, col viso nascosto 
nella curva del suo collo sul quale sentivo 
pulsare le vene e scorrere calde e lente le 
lagrime. 

— Piccola mia, perdonami se ti ho ingan- 
nato, — mormorai colla voce strozzata in gola, 
ed ella credette ch'io alludessi a mio padre 
e rispose con un lieve gemito. 

— Piccola mia, tu non mi conosci ancora 
e mi chiami Mario, ma io ho un altro nome, 
non sai ? un altro nome col quale tu mi chia- 
merai d'ora innanzi. 

I suoi occhi si sbarrarono senza pianto in 
faccia a me, m' intimidirono col loro fulgore. 



IL NOME 343 



Ella attendeva in un silenzio sospeso la spie- 
gazione di quelle oscure parole. 

— Io non sono Mario Scotti, — aggiunsi 
in fretta, convulsamente, — sono un amico in- 
timo di lui e il nome che tu leggesti sul bi- 
glietto il giorno del nostro incontro ti ha 
tratta in inganno. Ma tu hai amato me, per 
me stesso all' infuori del mio nome. Tante 
volte me l'assicurasti ed è vero, dimmi che 
è vero; non tacere così, non guardarmi così, 
Blena ! 

La ruga diritta dello sdegno e del disprezzo 
le incideva alla radice del naso un solco pro- 
fondo come una cicatrice e i suoi occhi fo- 
schi e cattivi come non mai occhi umani m'e- 
rano apparsi prima d'allora, mi fissavano con 
una crudeltà così fredda e beffarda che non 
ne potevo sostenere lo sguardo. 

— Sei stato vile, — ella sibilò senza dischiu- 
dere i denti e scivolò dal letto lentamente, 
andò a sprofondarsi in una poltrona, sovrap- 
pose una gamba all'altra e accese una siga- 
retta. 

Io mi degradai fino all'ultima umiliazione 
tanto la desideravo in quel momento, così 
com'era bellissima e corrucciata come una dea, 
perversa e tortuosa come una serpe. 

Mi buttai ai suoi piedi, baciai le sue gi- 
nocchia supplicando d'essere perdonato, d'es- 
sere illuso ancora una volta, un'ultima volta. 

Ella mi allontanò col piede, come una cosa 



344 IL NOME 



immonda, mormorando con gli occhi altrove 
e il viso disgustato: — Vattene! 

Fuori, nella strada, sotto gli alberi neri e 
il cielo più. nero, nella notte fresca e silen- 
ziosa, fra le cose tranquille e pure che assol- 
vono e consolano gli uomini di tutte le loro 
colpe e di tutte le loro miserie, ritrovai me 
stesso col mio cuore sanguinante e calpestato 
ma ancora vivo, col mio nome dimenticato e 
rinnegato ma ancora mio. 

E partii all'alba senza che quella ch'io 
aveva amato fino all'annientamento sapesse 
chi ero e dove andavo. 



— Non narrasti mai quest'avventura a Ma- 
rio Scotti ? — domandò Guigas dopo un lungo 
silenzio dell'amico durante il quale questi ac- 
cese una sigaretta, buttò il cerino sull'acqua 
e rimase a guardarlo attentamente Anche si 
spense. 

— No, — rispose Ottavio riscuotendosi 
dalla sua fissità; — forse lo avrei divertito 
troppo. E poi quasi per una specie di strano 
pudore lo sfuggii dopo d'allora provando 
dinnanzi a lui non ostante tutte le autodifese 
e i ragionamenti in mio favore uno strano 
disagio, un'intima vergogna come se avessi 
commesso una colpa a suo danno. Del resto. 



IL NOME 345 



— soggiunse afferrando ì remi, — non Pavrei 
narrata nemmeno a te se non mi avesse in- 
citato a farlo il tuo discorso di poc'anzi e 
la calma suadente di questo mare che ci isola 
dal resto dell'umanità e induce alle confidenze 
ed alle confessioni. Quest'ora ambìgua ha un 
fascino infido al quale non bisognerebbe mai 
soggiacere. 

— O'è il canto delle sirene sul mare a 
quest'ora, — rise assentendo Aimone Guigas. 

E Ottavio balzò in piedi profilando sul- 
l'azzurro il suo bel torso di statua e con 
una gagliarda vogata diresse V Arianna verso 
terra. 

— Turiamoci le orecchie colla cera e ap- 
prodiamo, — gridò ai venti con tutta la forza 
della sua voce giovanile quasi per disperdere 
con quel richiamo baldanzoso l'ultima ombra 
delle antiche malinconie. 

E l'eco dormente negli scogli si destò e ri- 
petè lungamente quel grido. 



INDICE. 

Pag. 

Il ramo di lillà * . 1 

La falena e il lume 13 

L'opinione degli altri 26 

La serena ignoranza 39 

Un piccolo segreto 51 

L'immagine e il ricordo .... 63 

La matrigna 74 

È partita 89 

Il cuore malato 101 

Come un'ombra 114 

L'ospite 126 

Il sottile inganno 137 

Questa è la verità 151 

Nessuna colpa 164 

È scritto nel destino 173 

Un colpo di sperone 184 

Andante appassionato 193 

L'amico intimo 208 

Il dolce egoismo 221 

Un uomo di coraggio 231 

Dame a scegliere 245 

La signora è tornata 258 

Lo scopo segreto 269 

Il viaggio 280 

La saggezza del destino .... 292 
Allegro, ma non troppo .... 303 

Il vigile amore 313 

Il nome 323 



fìOMANZI ITALIANI 

EDIZIONI TREVES 

I volumi segnati con * sono in corso di ristampa. 



Adolfo Albertazzi. 

Ora e sempre. . . . L. 1 — 
Novelle umoristiche . . 1 — 
In faccia al destino . . 3 50 
Il zucchetto rosso . . . 3 50 
Riccardo Alt. 

uccidere, o morire. . 1 — 

Ciro Alvi. 

Gloria di re 1 — 

Guglielmo Anastasl. 

Eldorado 1 — 

La rivale 1 — 

La vittoria - La sconfitta 1 — 
Diego Ang^eli. 

L'orda d'oro 3 50 

Centocelle 3 50 

Il crepuscolo degli Dei . 3 50 
n Confessionale . . .3 — 

Luigi ArohintL 
il lascito del (comunardo. 1 — 

Massimo d'Azeg^lio. 
^Niccolò de' Lapi. 2 voi. . 2 — 
^Ettore Fieramosca. 2 voi. 2 — 

A. G. Barrili. 
Capitan Dodèro. . . . 1 — 
Santa Cecilia .... 1 — 
Il libro nero . . . .2 — 

1 Rossi e i Neri. 2 voL 2 — 
•Confess. di fra Gualberto. 1 — 

Val d'Olivi 1 — 

Semiramide 1 — 

Notte del commendatore. 1 — 
Castel Gavone . . . . 1 — > 
XUome un sogno . . .1 — 
Cuor di ferro e Cuor d' oro. 

2 — 
1 — 
1 — 

3 — 
1- 
5 — 
1- 



2 volumi ... 
Tizio Caio Sempronio 
L'Olmo e PEdera . . 
Diana degli Embriaci 
Il merlo bianco . . 
— Ediz. in-8 illust. . 
La donna di picche . 
Conquista d'x^lessandro . 4 ■ 



ssa. 



A. G. Barrili 

Il tesoro di Golconda 
L'XI comandamento 
Il ritratto del diavolo 
Il Biancospino. 
L'anello di Salomone 

tutto nulla . 
Amori alla macchia 
Monsù Tome . . 
Fior di Mughetto. 
Dalla rupe . . , 
Il Conte Rosso. . 
Lettore della Principei 

— Ediz. in-8 illust. 
Casa Polidori . . 
La Montanara, 2 voi 

— Nuova edizione 
in-8 illustrata . 

Uomini e bestie . 
Arrigo il Savio . 
La spada di fuoco. 
Un giudizio di Dio 
Il Dantino . . . 
La signora Àutari 
La sirena. . . . 
Scudi e corone. . 
Amori antichi . . 
Rosa di Gerico. . 
La bella Graziana 

— Ediz. iu-8 illust. 
Le due Beatrici . 
Terra vergine . . 

1 figli del cielo . 
La castellana . . 
Il prato maledetto 
Galatea .... 
Fior d'oro . . . 
Il diamante nero . 
Raggio di Dio . . 
Il ponte del Paradiso 
Tra cielo e terra 
Re di cuori . . 
La figlia del re 



1 — 
1 — 
1 — 
1 — 
1 — 
1 — 

3 50 
1 — 
1 — 
1 — 
1 — 

4 — 

5 — 

1 — 

2 — 
popolare 

2 — 
1 — 

1 — 
1 — 
1 — 
1 — 
1 — 
4 — 
4 — 
1 — 

1 — 

2 — 
1 — 
1 — 
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1 — 
I — 
1 — 
1 — 
1 — 
1 — 
1 — 

3 50 
3 50 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano* 



Milano — Fratelli TEEVES, Editori — Milano 



A. G. Barrili. 

I suoi tre capolavori: Capitan 

Dodèro. - Santa Cecilia. - Il 

libro nero . . . . L. 1 — 

Carlo Emanuele Basile. 

La Vittoria senz'ali . . 3 50 

Ambrogio Bazzero. 

Storia di un'anima . .4 — 

Giulio Bechi. 

I racconti d'un fantaccino. 4 — 
Lo spettro rosso . . . 3 50 

II capitano Tremalaterra. 3 50 
I Seminatori . . . .4 — 
Caccia grossa . . . .2 — 
I racconti del bivacco . 3 50 



Antonio Beltramelli. 



Anna Perenna . 

I primogeniti . 

II cantico . . 
L'alterna vicenda 
Gli nomini rossi 



3 50 
3 50 
3 50 
3 50 
1 — 



Le Novelle della Guerra. 3 50 

Silvio Benco. 
La fiamma fredda. . .1 — 
Il tsastello dei desideri . 1 — 

Leo Benvenuti. 
Racconti romantici . .1 — 
Serenada, race, sardo. . 1 — 

Vittorio Bersezio. 
Aristocrazia. 2 voi. . .2 — 
Povera Giovanna ! . . 1 — 

P. Bettoli. 
Il processo Duranti . .1 — 
Giacomo Locampo. . .1 — 

'^Carmelita 1 — 

La nipote di don Gregorio. 1 — 
Maso Bisi. 

La Sorgente 3 50 

Alberto Boccardi. 
Cecilia Ferriani . , . 3 50 
Il peccato di Loreta . .1 — 

L'irredenta 1 — 

^Ebbrezza mortale . . .1 — 

Camillo Boito. 
Storielle vane . . . .1 — 
Senso 1 — 



Virgilio Brocchi. 

Le aquile L. 3 50^ 

La Gironda 3 50 

L'Isola sonante. . . . 3 50 

I sentieri della vita . , 3 50= 

II labirinto 3 50^ 

E. A. Butti. 
L'Incantesimo , . . .4 — 

L'Automa 1 — 

Antonio Caccianig^a. 
Bacio della cont. Savina. 1 — 
— Ediz. in-8 illusi . .2 — 
Villa Ortensia , . . .1 — 
Il Roccolo di Sant'Alipio. 1 — 
Sotto i ligustri . . . 1 — ^ 

Il Convento 1 — 

Il dolce far niente . .1 — 
La famiglia Bonifazio . 1 — 
Brava gente ! .... 1 — 

Luigi Capranica. 

*Donna Olimpia Pamfili . 1 — 

Papa Sisto. 4 voi. . . . 4 — 

Racconti 2 — 

Contessa di Melzo. 2 voi. 2 — 

Re Manfredi. 3 voi. . . 3 — 

Le donne di Nerone . . 3 50 

Giovanni Bande Nere 2 v. 2 — 

*Fra Paolo Sarpi. 2 voi. . 2 — 

Maria Dolore^s . . . ,1 — 

Maschere sante. . . .1 — 

*La congiura di Brescia. -2 — 

Luigi Capuana. 

Homo 1 — 

March, di Roccaverdina. 4 — 
Rassegnazione. , . .3 50 
Passa l'amore . . . . 3 50 
La voluttà di creare. . 3 50* 

Enrico Castelnuovo. 
Nella lotta, In-8, illustr. 4 — 

Lauretta 3 — 

Due convinzioni . . .4 — 
P.P.C. Ultime novelle . 3 50 

I Moncalvo 3 50 

L'on. Paolo Leonforte . 2 — 
Dal 1.° piano alla soffitta. 2 — 

*Alla finestra 3 50 

^Filippo Bussini juniore . 1 — 
^Sorrisi e lagrime ... 3 50 
^Natalia 1 — 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano.. 



Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 



l Moisè Cecconl. 

Il primo bacio . . .LI — 
Giovanni Chiggiato. 

Il figlio Vostro. . . . 4 — 
Primo premio al Concorso indetto 
dalla Società degli Autori di Roma. 

Domenico Ciàxnpoli. 

Diana 4 — 

Il barone di San Giorgio. 1 — 

R. P. Civinini. 
Gente di palude . . . 3 50 

Luigia Codèmo. 
La rivoluzione in casa. 2 — 

Cordella. 

*I1 regno della donna . 2 — 

Dopo le nozze . . . .3 — 

*Prime battaglie . . .2 — 

Vita intima 1 — 

Racconti di Natale, ili. 3 — 

Casa altrui 1 — 

*Alla ventura . . . .4 — 

Catene 1 — 

Per la gloria .... 3 50 
Forza irresistibile . . 3 50 
Il mio delitto . . . . 1 — 
Per vendetta . . . .1 — 
Verso il mistero . . . 3 50 
L'incomprensibile ... 1 — 

Enrico Corradlnl. 
La patria lontana . . . 3 50 
La guerra lontana . . 3 50 

Filippo Crlspoltl, 
Un duello .... 1 — 

Carlo Dadone. 

La forbice di legno . .1 — 

La casa delle cbiacchipre. 1 — 

Danieli e Manfro. 

Nel dubbio 3 50 

Gabriele D'Annunzio. 

Il Piacere 5 — 

L'innocente 4 — 

Il trionfo della Morte . 5 - 

Il Fuoco 5 — 

Le Vergini delle Rocce . 5 — 
Le novelle della Pescara. 4 — 
Forse che sì forse che no. 5 — 



Ippolito Tito D'Aste. 

Ermanzia L. 1 — 

Mercede 1 — 

Edmondo De Amici». 
La vita militare . . .4 — 

— Edizione economica . 1 — 
Alle porte d'Italia . . 3 5a 
Il romanzo di un maestro. 

2 volumi 2 — 

Fra scuola e casa. . .4 — 
La carrozza di tutti. . 4 — 

Memorie 3 50^ 

Capo d'anno 3 50 

Nel Regno del Cervino. 3 50 
Pagine allegre . . . .4 — 
Nel Regrno dell'Amore . 5 — 
Nuovi racconti e bozzetti. 4 — 
Cinematografo cerebrale. 3 50* 
Gli amici. 2 voi. . . .2 — 
Ricordi infanzia e scuola. 4 — 
Pagine sparse . . . .1 — 
Ricordi del 1870-71 . . 1 — 
Novelle. Ediz. di lusso . 4 — 

— Edizione economica . 1 — 

Grazia DeXedda. 

I iriunchi dplla vita. . 3 50 
Sino al confine . . . .4 — 

II nostro padrone . . .4 — 
Cenere ''nuova edizione) . 3 50 
Anime oneste . . . .3 — 
Il v^^cchio della montagna 4 — 

Nel deserto 4 — 

Colombi e sparvieri . . 4-i- 

Chiaroscuro 4 — 

Cannf» al vento. . . .4 — 
Le colpe altrui. . . .4 — 
Nostalgie 3 50 

viian Della Quercia. 

Il Risveglio 1 — 

Sul meriggio . . • . .4 — 

Emilio De Marchi. 
Il cappello del prete. . 2 — 
Giacomo l'idealista . .2 — 
*^Storie d'ogni colore . .3 50 
Nuove storie d'ogni colore 3 — 
Arabella. 2 voi. . . . 2 — 
Col fuoco non si scherza. 2 — 

Redivivo 1 — 

Demetrio Pianelli. 2 voi. 2 — 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 



Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 



Federico De Roberto. 
L'illusione . . . . L. 1 — 
Una pagina della storia del- 
l'amore. . . . . .1 — 

La sorte 1 — 

La messa di nozze . . 3 50 
L'albero della scienza . 3 — 
Le donne, i cavalier'... In-8, 
con 100 incisioni . . 7 50 
Salvatore Di Giacomo. 
IS'oTelle napolitane . . 3 50 

F. Di Giorgi. 
La^ prima donna . . .1 — 

Cesare Donati. 

Flora Marzia . . . .2 — 

Paola Drigo. 

La Fortuna 4 — 

Paulo Fambri. 
Pazzi mezzi e serio fine. 2 — 

Onorato Fava. 
La discesa di Annibale. 1 — 

Per le Tie 2 50 

Ugo Fleres. 

L^anello 1 — 

Folchetto (J. Caponi), 
l^oveile gaje. . . . . 3 50 

Ferdinando Fontana. 
Tra gli Arabi . . . . 3 50 

T. Gallarati-Scotti. 
^Storie delPajnore sacro e del- 
• l'amore profano . . .4 — 

Piero Giacofla. 
Specchi dell'enigma . .3 50 
Il gran cimento . . .3 — 

A.nteo 3 50 

Arturo Graf. 

Il riscatto 1 — 

0. Grandi. 
Macchiette e novelle. . 1 — 

Destino 1 — 

Silvano 1 — 

La nube 1 — 

Per punto d'onore. . .3 — 

[ — Edizione economica . 1 — 

Luigi Gualdo. 

Decadenza 1 — 

Matrimonio eccentrico . 1 — 



F. D. Guerrazzi. 

^Battaglia di Benevento. Vero- 
nica Cybo. 2 voi. .L 2 — 
*L'assedio di Firenze. 2 v. 2 — 
Amalia Guglielminetti. 

I Volti dell'Amore . . 4 — 
Rosalia Gwis-Adami. 

La Vergine ardente . .4 — 

Haydée (Ida Pinzi). 
Faustina Bon, romanzo tea- 
trale fantastico . . . 3 50 
Jarro. 

L'assassinio nel vicolo della 
Luna 1 

II processo Bartelloni .1 — 
Apparenze. 2 voi. . . .2 — 
La vita capricciosa . .1 — 
La duchessa di Naia . 1 — 
La principessa. . . . 1 
Mime e ballerine . . .1 — 

*La figlia dell'aria. . . 1 — 

Paolo Lioy. 
Chi dura vince . . . 3 ■ 

Giuseppe Lipparini. 
Il filo d'Arianna . . .3 50 

Paola Lombroso. 
La vita è buona . . .3 50 

Cesarina laupati. 
La Leggenda della spada. 3 50 

M a.netty. 
Il tradimento del Capitano. 

2 volumi 2 — 

Giuseppe Mantica. 
Figurinaio. In-8, illus. .4 — 

G. Marcotti. 
Il conte Lucio . . . .1 
La Giacobina. 2 volumi. 5 — , 
Ferdinando Martini. 

Racconti 1 — 

Luigi Materi. 

Adolescenti 1 — 

Dora Melegari. 
Caterina Spadaro . . . 3 50 
La piccola m.Ha Cristina. 3 50 
La città del giglio . .5 — 

Mercedes. 
Marcello d'Agiiano . . 1 - 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 



Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 



Guido Milanesi. 

Thàlatta L. 3 50 

Nomadi 3 50 

Anthy, romanzo di Rodi. 3 50 
Nella Scia 3 50 

Marino Moretti. 

I pesci fuor d'acqua . .3 — 

Luigi Motta. 

II dominatore della Mal sia. 
Ia-8, illustrato . . . 5 — 

— Edizione economica . 3 — 
L'onda turbinosa. In-8, ili. 4 — 

— Edizione economica . 2 — 
L'occiden te d'. uo. In-8, ili. 5 — 

— Edizione economica . 3 — 
La principessa delle rose. In-8, 

illustrat) 3 50 

— Edizione economica . 2 — 
Il tunnel sottomarino. In-8, 

illustrato 5 — 

Fiamme sul Bosforo. 111. 4 — 

— Edizione economica . 2 — 
Vascello Aereo. In-8, ili. 4 — 
L'Oasi Rossa. In-8, ili. . 4 — 

Neera. 

Crevalcore 4 — 

L'Indomani. In-8, illus. . 2 — 
Una passione . . , .1 — 
La vecchia casa . . .3 — 
Duello d'anime. . . .4 — 
La sottana del diavolo . 4 — 
Rogo d'Amore . . . . 3 50 

Ippolito Nievo. 
Le confessioni di un ottuage- 
nario. 3 voi 3 — 

Angelo di bontà . . . 1 — 

A. S. Novaro. 
L'Angelo risvegliato. . 3 — 

Ugo OJetti. 
Donne, uomini ebnrattini 3 50 
L'Amore e suo figlio. . 3 50 
Mimi e la Gloria . . . 3 50 

Antonio Palmieri. 
Novelle Maremmane , . 3 50 
I racconti della Lupa . 3 50 
I misteri di Diana (in prep,), 

Enrico Panzacchi. 
I miei racconti . . . 3 — 



Alfredo Panzini. 
Piccole storie del Monda 

grande L. 1 — 

La lanterna di Diogene. 3 50 
Le fiabe della virtù . . 3 50 

Santippe 3 50 

Conte G. li. Passerini. 
Il romanzo di Tristano e 

Isotta 4 — 

Emma Perodl. 
Caino e Abele . . . .1 — 
Suor Ludovica . . . .1 — 
Petruccelli della Gattina, 
Il sorbetto della Regina. 1 — 
Memorie di Giuda. 2 voi. 2 — 

1 1 Re prega 1 — 

Le notti degii emigriti a. 

Londra 1 — • 

Luigi Pirandello. 
Erma bifronte . . . . 8 50 

L'esclusa 1 — 

La vita nuda . . . . 3 5(X 
Il fu Mattia Pascal. 2 v. 2 — 
Terzetti 3 50 

I vecchi e i giovani. 2 v. 5 — 
La trappola 3 50 

Carlo Piacoi. 
Mondo mondano . . .1 — 
In automobile . . . .1 — 

Marco Praga. 
La Biondina. . . . .1 — 

]\Iario Pratesi. 
Le perfidie del caso . .1 — 

Carola Prosperi. 
La Nemica dei Sogni . 4 — 

Corrado Ricoi. 
^Illustre avventuriera . 3 50 

Rinàscita 1 — 

Egisto Rog^g^ero. 
Le ombre del passato . 1 — 
Komokokis. In-8, illus. . 3 — 

Gerolamo Rovetta. 
Sott'acqua 3 50- 

II primo amante . . . 3 50 

^Novelle 1^ 

*II processo Montegù . ,1 — 

Ferdinando Russo. 
Memorie di un ladro . 1 — 
n destino del Re . . .1 — 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori» Milano. 



Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 



Roberto Sacchetti. 
Candaule. ... L. 3 — 

Fausto Salvatori. 

Storie di parte ne: a e Storio 

•di parte bianca. . . . 3 50 

Baron. di S. Tillarìei( Fides). 

Vittoriosa! 3 60 

Vie opposte 3 60 

Sara. 
J peccati degli avi . . 1 50 

G. A. Sartorio. 
Romse Carrus Navalis . 1 — 

Augusto Schipplsi. 
!La colpa soave. . . . 4 — 

isabella ScopoU-Blasi. 
L'erede dei Villamari . 1 — 

Matilde Serao. 

SuorGiovanna della Croce 4 — 

La Ballerina .... 3 50 

^lla non rispose . . .4 — 

Serra-Greci. 

Adalgisa 1 — 

La fidanzata di Palermo . 1 — 

Sfinge. 
Dopo la vittoria . . . 1 — 

Valentino Soldaui. 
Tiva l'Angiolo ! . . .1 — 

Flavia Steno. 
L' ultimo sogno. . . .1 — 
11 pallone fantasma . .1 — 
Così, la vita !....! — 
Fra cielo e mare ... 1 — 
La veste d'amianto . .1 — 
Xa nuova Eva . . . .1 — 
Il gioiello sinistro. . .1 — 
Il sogno che uccide . .1 — 
Téréaah (Teresa Ubertis). 
Il corpo e l'ombra . .4 — 
Il salotto verde . . . 3 50 

I. Trebla. 
Volontario d'un anno. - Sotto- 
tenente di complem . 3 — 
L. A. Vassallo. 
La signora Cagliostro . 2 — 
Ouerra in tempo di bagni. 2 — 
La famiglia De-Tappetti. 2 — 
Uomini che ho conosciuto 3 50 
Dodici monologhi . . .2 — 
Ciarle e macchiette . .3 50 



L. A. Vassallo. 

Il pupazzetto tedesco L. 2 — 
Il pupazzetto spagnolo . 2 — 
il pupazzetto francese . 2 — 

Giorgio Velieri. 
Elegie mondane . . . 3 50 

Giovanni Verga. 
Storia di una capinera . 3 — 

— Edizione economica . 1 — 

Eva 2 — 

Cavalleria rusticana . . 3 — 

— Ediz. in-8 illust. . . 9 — 

Novelle 1 — 

Per le vie 1 — 

Il marito di Elena . .1 — 

Eros 1 — 

Tigre reale 1 — 

Mastro-don Gesualdo . 3 60 
Ricordi del capit. d'Arce 1 — 

I Malavoglia . . . .3 50 
Don Candeloro e C. . .1 — 
Vagabondaggio. . . .3 — 
Dal tuo al mio . . . 3 50 

G. Visconti-Venosta. 

II curato d'Orobio . .4 — 
Nuovi racconti. . . . 3 50 

Mario Vagliano. 

Gli allegri compari di Borgo- 

drolo. Con disegni . .1 — 

Eemigio Zena. 

La bocca del lupo . .1 — 

L'apostolo 3 50 

Luciano Zùccoli. 
La Compagnia della Leg- 
gera 3 60 

L'amore di Loredana . 3 60 

Farfui .4 — 

Ufficiali, sott' ufficiali, capo- 
rali e soldati 1 — 

Il Designato 1 — 

Donne e Fanciulle . . 3 60 

I lussuriosi 1 — 

Romanzi brevi. . . . 4 — 

Primavera 3 60 

La freccia nel fianco. . 3 50 
L'Occhio del Fanciullo . 3 50 
La volpe di Sparta (in prep,). 
La morte d'Orfeo [ (nìtove ediz, 
Roberta i ùi prepar.). 



^Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 



ROMANZI STRANIERI 

EDIZIONI TREVES* 
I volumi segnati con * sono in corso di ristampa. 



FRANCESI. 



Amedeo Achard. 
■Giorgio Bonaspada. 2 v. L. 2 — 

Matthey Aruould. 
*Lo Stagno delle suore grigie. 

2 volumi 2 — 

Giovanni senza nome. 2 v. 2 — 
Gli amanti di Parigi. 2 v. 2 — 
La rivincita di Clodoveo. 1 — 
*La Brasiliana . . . .1 — 
La bella Nantese . . .1 — 
La figlia del giudice d'istru- 
zione. 2 volumi. . .2 — 
^oè. 2 volumi . . . .2 — 
Un punto nero . . . .1 — 

Un genero 1 — 

La bella Giulia. ... 1 — 
La vergine vedova . .1 — 
Dieci milioni di eredità. 1 — 
La figlia del pazzo . .1 — 
Castello della Croix-Pa ter. 1 — 

Zaira 1 — 

L'impiccato della Baumette. 

2 volumi 2 — 

Aruould e Fouruier. 
Il Figlio dello Czar . . 1 — 
L'erede del trono . . .1 — 

Balzac. 

Memorie di due giovani 
spose 1 — 

Piccole miserie della vita co- 
1 — 
1 — 
1 — 
1 — 



niugale. 

Papà Goriot. . . . 

Eugenia Grande t . . 

Cesare Birottò . . . 
I celibi: 

I. Pierina . . . 

IL Casa di scapolo. 



1 — 



Balzac. 

I parenti poveri: 

I. La cugina Betta. L. 1 — 
II. Il cugino Pons . 1 — 
Illusioni perdute: 

I. Idue poeti; Un gran- 
de uomo di provincia a 

Parigi 1 — 

IL Un grand'uomo di pro- 
vincia a Parigi; Eva e 

David 1 — 

Splendori e miserie delle cor- 
tigiane 1 — 

Giovanna la pallida . . 1 — 

L'ultima incarnazione di Vau- 

trin ....... 1 — 

II deputato d'Arcis . .1 — 

L'Israelita 1 — 

Orsola Mirouet . . . .1 — 
Il figlio maledetto. - Gambara. 

- Massimilla Doni . .1 — 
Adolfo Belot. 
Due donne 1 — 



Alessandro Bérard. 

Cypris; Marcella . . . 1 — 
Elia Berthet. 

La tabaccaia 1 — 

Il delitto di Pierrefitte . 1 — 

Fortunato Boisg^obey. 
La vecchiaia del signor Lecoq 

2 volumi 2 — 

L'avvelenatore . . . .1 — 
La canaglia di Parigi . 1 — 
L'orologio di Rosina . .1 — 
La casa maledetta . .1 — 
Il delitto al teatro dell'Opera. 

2 volumi 2 — 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano, 



Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 



Fortunato Bolsgobey, 

Maria L. 

Albergo della nobile Eosa 
Cuor leggero. 2 volumi . 
n segreto della cameriera 
La decapitata .... 

Paolo Bourget. 
Un delitto d'amore . . 
Andrea Cornelis . . . 

— Ediz. in-8 illust. . . 
Enimma crudele . . . 

— Ediz. in-8 illust. . . 

Menzogne 

L'irreparabile .... 

Il discepolo 

Il fantasma 

La Duchessa azzurra 

Alessio Bouvier. 
Madamigella Olimpia. . 
Il signor Trumeau . . 
Discordia coniugale . . 

Busnach e Chabrilla 

La figlia di Lecoq. . 
Alfredo Capas. 

Robinson 3 

Enrico Chavette. 

Quondam Bricheti. . . 
*La stanza del delitto. . 

In cerca d'un perchè. . 

Un notaio in fuga . . 
Vittorio Cherbuliez. 

Miss Rovel 

L'avventura di L. Bolski. 

Samuele Brohl e comp. . 

L'idea di G. Testaroli. . 
^Fattoria della cornacchia. 
Giulio Claretie. 

n milione 

S. E. il Ministro . . . 
*Laura la saltatrice . . 
*La casa vuota .... 
^L'amante 

Roberto Burat . . . . 

La commediante. 2 voi. , 2 

I Moscardini. 2 voi. . .2 



Giulio Claretie. 

La fuggitiva . . . L. 1 - 

Michele Berthier . . . 1 - 

Troppo bello I (Puyjoli) . 1 - 

Il 9 termidoro . . . . 1- 

Maddalena Bertin. . . 1- 

Noris 1 - 

Il bel Solignac. 2 voi. . 2 - 

Beniamino Constant. 

Adolfo 1- 

Alfonso Daudet. 
^Ditta Fromont e Risler. 1 - 
*I re in esilio . . . . 1 - 

— Ediz. in-8 illustr. . 2- 
*Numa Roumestan . . . 1 - 

Novelle del lunedi . . 1 - 
*L' Evangelista . . . . 1- 

— Ediz. in-8 illustr. . 2 - 

Pietro De Coulevain. 

Su la frasca 1 - 

Delpit. 

Il figlio di Coralia . . 1 - 

Teresina 1 - 

Il padre di Marziale . . 1 - 
Appassionatamente . . 1 - 

G. De Lys. 

Duplice mistero . . . 1 - 

F. De Nion. 
Giovanna e Giovanni. . 1 - 

L. De Robert. 
Il romanzo del malato . 3- 

Melchiorre De Vogùé. 
Giovanni d'Agrève . . 1- 

Gustavo Droz. 

Attorno una sorgente . 1 - 

^Marito, moglie e bebé . 1 - 

Alessandro Dumas (figlio). 
Teresa; L'uomo-donna . 1- 

Erckmann e Chatrian. 
L'amico Fritz . . . . 1- 
I Rantzau . . . . . 1 - 
La casa del guardaboschi. 1 - 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano» 



Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 



Ottavio Feuillet. 




E. Gréville. 




*I1 signor di Camors . L. 


1 — 


Desia L. 


1 — 


^La vedova. Il viaggiatore. 


1 — 


11 romanzo d'un padre . 


1 — 


Storia di Sibilla . . . 


1 — 


La via dolorosa di Raissa. 


1 — 


*Uii matrimonio nelPalta so- 


La principessa Ogherof . 


1 — 


cietà 


1 — 


Halévy, 




Giulia di Trecoeur . . 


1 — 


L'abate Constantin . . 


1 — 


Paolo Féval, 




Grill ina (Criquette) . . 


1 — 


La regina delle spade. . 


1 


Paolo Hervieu. 








Lo sconosciuto .... 


1 — 


Gustavo Flaubert. 




L'Alpe omicida. . . . 


1 — 


Madame Bovary . . . 


1 — 


Arsenio Houssaye. 




Anatole France. 




Diane e Veneri. . . . 


1 — 


Taide 


1 


Vittor Hug^o. 




Il delitto di Silvestro 


Bon- 


Nostra Donna di Parigi 


E- 


1 nard 


"^ 


smeralda. Con 72 incis. 


3 60 






Han d'Islanda. Illustrato 2 60 


Emilio Gaboriau. 




Bug-Jargal. Con 36 ine. 


2 60 


Il signor Lecoq. 3 voi. . 


3 — 


Enrico Lavedan. 




! La cartella 113. . . . 
1 II processo Lerouge . . 


1 — 


I bei tempi 


3 — 


La vita infernale. 2 voi. 


2 — 


Pierre Loti. 




Il misfatto d'Orcival. . 


1 — 


Mio fratello Ivo . . . 


1 — 


Gli amori d'una avvelena- 


Renato Maizeroy. 




trice 


1 — 


Piccola regina .... 


1 — 


Edmondo de Goucourt. 


L'adorata. ..... 


1 — 


Maria Antonietta . . . 


1_ 


Camilla Mallarmé. 




La Faustin 


1 — 


Come fa l'onda 


3 — 


Carina 


1 — 


Ettore Malot. 




Suor Filomena .... 


1 — 


Il dottor Claudio. 2 v. . 


2 — 


Emanuele Gonzales 


;. 


Un buon affare. . . . 


1 — 


La strega d'amore. 2 v. 


2 — 


Il luogotenente Bonnet . 


1 — 


La principessa russa. . 


1 — 


^Milioni e vergogne . . 


1 — 


Le due favorite. 2 voi. 


2 — 


Paolina 


1 — 


Il vendicatore del marito. 


1 — 


Paolo Margueritte 


, 


E. Gréville 




La tormenta 


1 — 


Nania 


1 — 


Amor nel tramonto . . 


1 — 


Clairefontaine .... 


1 — 


P. e V. Margueritte. 


Maritiamo la figlia . . 


1 — 


Il Prisma 


1 — 


Amore che uccide. . . 


1 — 






Il voto di Nadia . . . 


1 — 


Giulio Mary. 




Nikanor 


1 — 


Le notti di fuoco . . . 


1 — 


Perduta 


1 — 


La famiglia Danglard . 


1 — 


Un violinista russo . . 


1 — 


L'amante del banchiere. 


1— . 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milana 



Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 



M. Maryan. 

Guénola. In-8, illust. L. 1 — 

Guy de Maupassant. 
Forte come la morte. 

Bei-Ami 

Una vita 

Il nostro cuore. . . 
Racconti e novelle . 
Casa Tellier. . . . 

Prospero Mérimée. 
La contessa di Turgis . 1 — 

Carlo Mérouvel. 
Priva di nome. 2 voi. . 2 — 
Febbre d'oro. 2 voi. . . 2 — 
L'inferno di Parigi. 2 v. 2 — 
L'amante del Ministro . 1 — 
La signora Marchesa. . 1 — 
Figlioccia della duchessa. 1 — 
La vedova dai cento milioni. 

2 volumi 2 — 

Teresa Yalignat ... 1 — 
Un segreto terribile . .1 — 

Pari e patta 1 — 

Fior di Corsica. ... 1 — 

G. Méry. 

Un delitto ignorato . .1 — 

Marco Monnier. 

Novelle napoletane . .1 — 
Saverio Montépin. 

T^La veggente 1 — 

^11 condannato . . . .1 — 
^L'agenzia Rodille . . . 1 — 
^L'ereditiera 1 — 

Il ventriloquo. 3 voi. . 3 — 
^I delitti del giuoco . .1 — 
*I delitti dell'ebbrezza . 1 — 

Espiazione 1 — 

*La bastarda. 2 voi. . .2 — 
*La Casina dei lillà . . 1 — 

La morta viva. 2 voi. . 2 — 
*L' impiccato. 3 voi. . . 3 — 
*I1 marchese d'Espiiichal. 1 — . 
*Un fiore all'incanto . .1 — 

Compare Leroux . . . 1 — 

L'ultimo dei Courtenay . 1 — 



Saverio Montépin. 
*Una passione . . . L. 

I fanti di cuori. . . . 
Due amiche di St.-Denis 
L'avventuriero .... 

II segreto del Titano, . 
L'amante del marito . . 
L'avvelenatore .... 
S. M. il Denaro. 2 voi. . 
Ammaliatrice bionda. 2 v. 

*Donna Rovina .... 
^Segreto della contessa. 2 v. 

Giorgio Ohnet. 
Il padrone delle ferriere. 

— Edizione illustrata . 
La contessa Sara . . . 

— Edizione illustrata . 
Sergio Panine .... 
Lisa Fleuron .... 

— Edizione illustrata . 
Debito d'odio .... 
Il dir tto dei figli. . . 
Vecchi rancori .... 
La sig.* vestita di grigio. 1 -y 
L'indomani degli amori. 1 —ri 
Il curato di Favières, . 1 — ^ 

I Gaudenti 1 — 

Vittorio PercevaL 
*10,000 franchi di mancia. 1 — 
Le vivacità di Carmen .1 — ' 

II nemico della signora . 1 — 

Renato de Pont-Jest. 

L'eredità di Satana . . 1 — * 
Le colpe di un angelo . 1 — 
Un nobile sacrifìcio . .1 — 

Giorgio Pradel. | 

Compagno di catena. 2 v. 2 — i 

Abate Prévost. 
Manon Lescaut. . . . 1 — :■ 

Marcello Prévost. 

Lettere di donne . . . 1 ■ 

Nuove lettere di donne. 1- 

Ultime lettere di donne. 1 - 

Coppia felice . . . . 1 • 

Il giardino segreto . . 1 • 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano 



Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 



Marcello Prévost. 
Lettere a Francesca . L. 2 — 
»Lett. a Francesca marit. 3 — 
Lettere a Frane, mamma 3 — 
L'autunno d'una donna. 1 — 
Pietro e Teresa . . . 2 — 
Le Vergini forti: 

L Federica . . . . 3 — 

IL Lea 3 — 

La principessa d'Erminge 3 — 

Donne . 3 — 

A passo marcato . . .8 — 
'<jrli Angeli custodi . .3 — 
Herr e Frau Mo!och. . 3 — 

L. Reybaud. 

II bandito del Varo . .1 — 
Emilio Richebourg;. 

L'idiota. 2 voi. . . . 2 — 
Innamorate di Parigi. 2 v- 2 — 

Carlo Richet. 
Fra cent'anni . . . .1 — 

Edoardo Rod. 

*I1 senso della vita . . 1 — 

La vita privata di Michele 

Teissier 1 — 

La seconda vita di Michele 

Teissier 1 — 

Lo zio d'America . . .1 — 
Taziana Leilof . . . .1 — 
L'acqua che corre. . .1 — 

Arnaldo Ruge. 
Bianca della Eocca . .1 — 

Eemy Saint-Maurice. 

'Gli ultimi giorni di Saint- 
Pierre 1 — 



Giorgio Sand. 
Hauprat 



1 — 



Giulio Sandeau. 
Hadam.^ della Seiglière. 1 



-Edizione illustrata 
— Nuova ediz. illustr. 



Texier e Le Senne. 

Memorie di Cenerentola. .1 — 



Andrea Theuriet. 

Elena L. 1 — 

Un'Ondina; 1 dolori di Claudio 

Blouet 1 — 

Amor d'autunno . . . 1 — 
Sacrifizio d'amore . . .1 — 

Marcelle Tinayre. 

Hellé 1 — 

Giulio Verne. 
Il giro del mondo in ottanta 

giorni 1 — 

*— Ediz. in-8 illus. . .2 50 
^Dalla terra alla luna . 1 — 
*20 000 leghe sotto i mari 1 — 
^Novelle fantastiche . .1 — 

— Ediz. in-8 illiist. , . 3 — 
*I figli del capitano Grant e Una 

città galleggiante. 2 v. 2 — 

*Avvent. del cap.Hatteras 1 — 

Il faro in capo al mondo. In-8, 

illustrato . . . . . 3 60 
Il dottor Oss; I violatori di 

blocco. In-8, illus. . .1 — 

Vincent. 

Il cugino Lorenzo. . .1 — 

Giovanni Wachenhusen. 

Per vii denaro . . . .1 — 
L'inesorabile 1 — 

Pietro Zaccone. 
Bianchina 1 — 

' Emilio Zola. 
L'assommoir 2 volami. 2 — 

— Edizione illustrata . 3 — 
Il ventre di Parigi . .1 — 

— Edizione illustrata . 2 60 
La fortuna dei Rougon. 1 — 
La cuccagna (La Curée). 1 — 
La conquista di Plassans. 1 — 
Il fallo dell'abate Mouret. 1 — 
S. E. Eugenio Rougon . 1 — 
Una pagina d'amore . .1 — 
Teresa Raquin . . . .1 — 
Racconti a Ninetta . .1 — 
Nuovi racconti a Ninetta. 1 — 
Nantas ed altri racconti. 1 — 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 



Milano — Fratìilli TREVES, Editori — Milano 



Emilio Zola. 
Pot-Bouille (Quel che bolle in 
pentola) 2 volumi . L. 2 — 
^Misteri di Marsiglia. 2 v. 2 — 
Il voto di una morta , 1 — 
Il Denaro. 2 volumi . .2 — 
La Guerra. 2 volumi. . 2 — 
La Terra 2 volumi . .2 — 



Emilio Zola. 
Germinai. 2 volumi . L. 2 — 
Vita d'artista (L'GEuvre) 1 — 

— Edizione illustrata . 4 — 
Il dottor Pascal. 2 voi. 2 — 
Il sogno 1 — 

— Edizione illustrata . 450 
Maddalena Ferat . . . 1 — 



INGLESI E AMERICANI. 



Edoardo Bellamy. 
Nell'anno 2000. . . . 1 — 

Guy Boothby. 

Il dottor Nikola . . .1 — 

Miss Braddon. 

Per la fama 1 — 

Verrà il giorno . . .1 — 
La zampa del diavolo. 2 v. 2 — 
Asfodelo. 2 voi. . . .2 — 
Un segreto fatale . . .1 — 
Una vita, un amore . .1 — 
Fra due cognate . . .1 — 

Carlotta Bronte. 
Jane Eyre. 2 voi. . . . 2 — 

Rhoda Broughtou. 
Addio, amore . . . .1 — 

Edoardo Bulwer. 
La razza futura . . .1 — 

Delannoy Burford. 

L'assassino 1 — 

Roberto Byr. 
La legge del taglione . 1 — 

Wilkie Collins. 
Le vesti nere. 2 voi. . .2 — 

No. 2 voi 2 — 

Il segreto di morte . .1 — 
Il cattivo genio ... 1 — 
L'eredità di Caino . .1 — 

Ugo Conway. 
Il segreto della neve. . 1 — 
Un segreto di famiglia . 1 — 

Novelle; 2 voi 2 — 

Vivo morto . . . .1 — 



Maria Gorelli. 
Vendetta 


. 1 — 


Francis Marion Crawford. 


Saracinesca. 2 voi. . 
Sant'Ilario. 2 voi. 
Don Orsino. 2 voi. , 
Corleone. 2 voi. . . 
Paolo Patoff. 2 voi. . 


. 2 — 
. 2 — 
. 2 — 
. 2-^ 
. 2 — 



Carlo Dickens. 

^Storia d'amor sincero . 1 — 

Il Circolo Pickwick. 2 v. 2 — 

Grandi speranze. 2 voi.. 2 — 

Memorie di Dav. Copperfìeld. 

2 voi . 2 — 

— Ediz. in-8 illustr. . 3 — 

*La piccola Dorrit. 3 voL 3 — 

*Tempi difficili .... 1 — 

L'abisso -30 

Beniamino Disraeli. 
Alroy il liberatore . .1 — 

Dick Donovan. 
Caccia a fondo . . . . 1 — . 

Conan, Doyle. 
Il dramma di Pondichery- 
Lodge 1 ^1 

F. EUiot. 

Gli Italiani 2 — 

Lanoe Falconer. 
Mademoiselle Ixe . . . 1 — 

F. G. Farrar. 
Tenebre e albori . , . 1 — 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milan<^| 



Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 



Fergufl Hume. 

La dama errante . . L. 1 — 

Lady FuUerton. 

L'Uccellino di Paradiso. 1 — 

Rider Hag^g^ard. 

Beatrice 1 — 

Jess, Un amore nel Trans- 

vaal 1 — 

H popolo della nebbia. 2 v. 2 — 
Giovanna Haste. 2 voi. . 2 — 
La fanciulla dalle perle . 1 — 

Hall Calne. 

Il figliuol prodigo. . .2 — 

La donna che Tu mi hai 

dato. 3 voi 6 — 

Hamllton-Shleldfl. 

Tre novelle di Van Dyke. 3 — 
M. Hewlett. 

i}lì amanti della foresta. 1 — 
Sìlas Hocklng. 

La figlia del Signorotto. In-8, 
illustrato 2 — 

Il cappuccio rosso. In-8, illu- 
strato 1 — 

Le avventure di un curato. 
In-8, illustrato . . • 3 — 

Miss Hung^erford. 

Dalle tenebre alla luce . 1 — 

Giorgio James. 
L'Ugonotto. 2 volumi . 2 — 

Vallace Lewis. 
Ben Hur. Racconto storico dei 
tempi di Cristo. 2 v. ili. 4 — 

William John Locke. 
Idoli 3 — 

Mayne-Beld. 

La «chioppettata mortale. In-8, 
illustrato 3 — 

Giorgio Meredlth. 
Diana de' Crossways . .3 — 



Miss Mulock. 

Zio e nipote . . . . L. 1 — 

F. Oppenheim. 

Mistero di Bernard Brown 1 — 
La spia misteriosa , .1 — 

Ouida. 

Affreschi (con biografia). 1 — 

*In maremma 3 — 

Rivlng^tou-Pyke. 

n viaggiatore misterioso. 1 — 
M. Roberts. 

Il segreto della marchesa. 1 — 

Bianca Roosevelt. 

La regina del rame. 2 v. 2 — 

B. n. Savage. 

Una moglie d'occasione . 1 — 
Conquista . d' una sposa, 1 — 
Una sirena americana . 1 — 

Walter Scott. 

Ivanhoe. In-8, illustr. , 6 — 

Kenilworth. In-8, illustr. 5 — 

Quintino Durward. Illus. 5 — 

B. L. Stevenson. 

Bapito 1 — 

La strana avventura del dot- 
tor Jekyll 1 — 

W. M. Thackeray. 

La fiera della vanità. 3 v. 6 — 

Guy Thorne. 

Nelle tenebre . . . . 3 — 

Mrs Humphry Ward. 

Miss Bretherton , . . 1 — 

H. G. Wells. 

Novelle straordinarie. In-8, con 
11 incisioni a colori . 3 — 
Nei giorni della Cometa. 3 — 
Quando il dormente si sve- 
glierà. Con 3 incisioni. 3 — 
— Edizione economica . 1 — 
La visita meravigliosa L. 3 — 
La signora del mare. . 3 — 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano, 



Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 



H. G. Wells. 

La guerra nell'aria. 2 v. 2 — 
Anna Veronica. . . .3 — 
Gli amici appassionati. 2 vo- 
lami 5 — 



Miss H. Wood. 
Nel labirinto. . . . L. 1 ■ 

E. Yates. 

La bandiera gialla . . 1 • 



TEDESCHI. 



Pietro Beyerleln. 


Lindner. 




Il cavaliere di Chamilly . 1 — 


La marchesa Irene . . 


1 — 


Ida Boy-Ed. 


Corrado Meyer. 




Serti di spine . . . . 1 — 


Giorgio Jenatsch • . . 


1 — 


E. De Kerzollo. 


Ossip Schubin. 




Nella Montagna nera. . 1 — 
S. Deval. 


Ali spezzate 

Un cuore stanco . . . 


1 — 
1 — 


Una gran dama . . . 1 — 


Gloria Vietisi .... 


1 — 


Giorgio Ebers. 


Eugenio Richter. 




Homo snm 1 — 






Ernesto Eckstein. 


Dopo la vittoria del sociali- 
smo 1 — 


I Claudii 1 — 






Cuor di madre. . . . 1 — 


Ermanno Sudermann. 


Afrodite 3 — 


La fata del dolore . . 


1 — 


A. Fleming. 


L'Isola dell'Amicizia. 2 v. 


2^ 


Matrimonio strano. 2 v. . 2 — 


— Edizione di lusso . . 


3 — 


Alfredo Friedmann. 


Il ponte del gatto. . . 
Fratelli e Sorelle . . . 


1 — 
1 — 


Due matrimoni. . . .1 — 






Federico Gerstàcker. 


Berta de Suttner. 




Casa d'angolo . . . .1 — 


Abbasso le armi ! 2 voi. . 


1 — 


Voi fango Goethe. 


Clara Vieblg. 




Le affinità elettive . .1 — 


L'esercito dormente . , 


I — 


Guglielmo HauflF. 
La dama piumata . . .1 — 


Wag^ner. 






Sotto la bandiera dei Boeri 1 — 


Sofìa Juughans. 






La fanciulla americana . 1 — 


E. Werner. 




E. Labacher. 


Un eroe della penna. . 


1 — 


La scritta di sangue. . 1 — 


San Michele 


1 — 


Paul Maria Lacroma. 


Il fiore della felicità. . 


1 — 
1 


La modella; Formosa . 1 — 
Deus Vicit 3 — 


Fiamme 

Rejetto e redento . . , 
Via aperta 


1 — 

2 — 
1 — 


Rodolfo Iiindau. 


— Ediz. ili. con 41 dis. 


2 60* 


Roberto Asbton. . . . 1 — 


Vineta 


1 — 


Dirig:ere commissioni e vaglia ai 


Fratelli Treves, editori, Milano^ 



Milano — Fkatelli TREVES, Editori — Milano 



E. Werner. 
Catene infrante . . L. 1 — 
Verso l'altare . . . .1 — 
Buona fortuna ! . . .1 — 
Fata Morgana. 2 volumi. 2 — 
— Ediz. ili. da 89 incis. 3 — 
A caro prezzo . . . • 1 — 



E. Werner. 

La fata delle Alpi . L. 1 — 
Messaggieri di primavera. 1 — 
Caccia grossa .... 1 — 

Rune 1 — 

Il Vincitore 3 — 



RUSSI. 



1 — 



1 — 



Pietro Boborykin, 
Battaglie intime . . , 

Anton Cecow. 
Racconti russi . . . , 
Cernleevflkl. 

Che fare? 1 — 

Feeder Dostojewski. 

Dal sepolcro dei vivi. . 1 — 

Il delitto e il castigo. 3 v. 3 — 

^Povera gente ! . . . .1 — 

I fratelli Karamazoff. 2 v. 2 — 
L' idiota. 2 voi. . . . 2 — 

Principe Cralytzin. 

II rublo 

Senz'amore 

Il contagio 

Maxim Gorki. 
La vita è una sciocchezza ! 

I coniugi Orlow . . . 

W. Korolenko. 

II sogno di Makar . . 

Kraszewski. 
Sulla Sprea 



1 — 
1 — 
1 — 

1 — 
1 — 

1 — 

1 — 



Demetrio Mereshkowsky. 

*La Morte degli Dei. 2 v. 2 — 
La Resurrezione degli Dei. 

3 volumi 3 — 

— Edizione di lusso. . 6 — 

Principessa Olg^a. 
Lavita galante in Russia . 1 — 

Alessio Tolstol. 
Ivan il Terribile . . ,1 — 

Leone Tolstoi. 
Anna Karenine. 2 voi. .2 — 
La sonata a Kreutzer . 1 — 
La guerra e la pace. 4 v. 4 — 
Ultime novelle . . . .1 — 

I Cosacchi 1 — 

Padrone e servitore . .1 — 
Che cosa è l'arte? . . 1 — 
Resurrezione. 2 volumi. 2 — 

Ivan Turg^henieff. 
Fumo; Acque primavera 1 — 
^Racconti russi . . . .1 — 
Nidiata di gentiluomini. 1 — 
Terre Vergini . . . .1 — 
Padre e figli . . . .1 — 



SPAGNOLI. 



1- 



Pio Baroja. 

La scuola dei furbi . 

A. De Alar^on 
L'ultimo amore. . . 

Julio Nombela. 
Zia carrozza del diavolo. 1 — 



1 — 



Benedetto Perez-Galdós. 



Conscience. 

Statua di legno . . 



Donna Perfetta. . . . 
Marianela; Trafalgar. . 

Don Juan Valera. 
Illusioni del d."" Faustino. 

BELGI. 

Luigi Couperus. 

1 — Maestà 

Pace universale. . . . 



1 — 
1 — 

1 — 



1 — 
1 — 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 



Milano — Fratelli TREVES, Editori — MilaxNO 



POLACCHI. 

Sacher-Masoch. 

-Eacconti galliziani . L. 1 — 

Gregor Samarow. 

In cerca di una sposa . 1 — 

Enrico Sienkiewicz. 

Quo Yadis? Ediz. pop. . 1 — 
— Edizione in-8, illustr. 3 — 



Enrico Sienkiewicz. 

Quo Vadis? Ed. di lusso. 6 - 

— Edizione Cinematografica 

Illustr. da 78 quadri. 8 — 



Oltre il mistero 

Invano 

*I Crociati. 3 volumi 
Per il pane . . . 



1- 

i- 

3- 
1 — 



Maurus Jòkai 
Amato fino al patibolo . 1 — 

Elisa Folko. 
Lontanil 1 — 



UNGHERESI. 

Max Nordau. 

Battaglia di parassiti. 2 vo- 



lumi 
Morganatico. 2 volumi 



ARGENTINI 



Duàyen 

(Emma Llanos de la Barra). 
Stella, con prefazione di Ed- 
mondo De Amicis . .4 — 



Manuel Ugarte. 
Racconti della Pampa 



2 — 
2 — 



1 — 



SCANDINAVI. 



Bj(5rnstierne BJòrnson. 

Mary 1 — 

Johan Bojer. 
Potenza della Menzogna. 3 — 
Un cuore ferito . . . 3 — 
La coscienza (Erik Evje) . 1 — 
Vita 3 — 



Selma Lagerldf. 
La leggenda di Qosta Ber- 

ling . • 3 — 

La casa di Liljecrona . 3 — 

Otto Moeller. 
Oro e onore 1 — 



RUMENI. 

Maria Th. Jonuesco. Un amore tragico 3 - 

GIAPPONESI. 

Kenjiro Tokutoml. Nami e Takeo 1 — 



Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano» 



^^^my?y/' 



Prezzo del presente volume: Quattro Lli-e. 

NUOVI ROMANZI ITALIANI Ctzl) 

Ella non rispose, di Matilde sebao . . l. 4 — 

Santi ppe, piccolo romanzo fra Tantico e il moderno, di 
Alfredo FANZINI 8 50 

Storie di parte nera e Storie di parte bianca, 

di rausto SALVATORI 3 50 

Il crepuscolo degli Dei, di Diego angeli 3 5o 

Le colpe altrui, di Grazia DELEDDA . . . 4 — 

La Nemica dei Sogni, di carola prosperi 4 — 

I vecchi e i giovani, di Lnig^i Pirandello. 

2 volumi 5 — 

II labirinto, di Virgilio BROCCHI 350 

La Vittoria senz'ali, di e. e. basile . . 350 
La vergine ardente, di r. gwiss adami 4-- 

La Sorgente, diario di una signorina (Jeanne H.), pub- 
blicato da Maso BISI 3 50 

Rogo d'amore, di neera 3 5o 

I seminatori, di Giulio becht 4 — 

Faustina Bon, rom. teatrale fantastico di HAYDÉE 3 50 

Nostalgie, di Grazia DELEDDA 3 50 

Anteo, racconto di Piero GIACCSA 3 50 

L'Occhio del Fanciullo, di L. zùccoLi . 350 
Giacomo l'idealista, di e. de mabchi. . 2 — 
I pesci fuor d'acqua, di Marino mobetti 350 

I Volti dell'Amore, novelle di Amalia GUGLIEL- 
MIKrTTI 4 — 

^ie4!.> fvCia, racconti e contrasti, di G. MILANESI 3 50 

Mirni e la gloria, di Ugo OJETTI (Nuova ediz.). 3 50 

I racconti del bivacco, di Giulio bechi 350 

La Trappola, di Luigi PIRANDELLO . . . 350 

Novelle Napolitano, di salvatore di Giacomo. 

Con prefazione di Benedetto CROCE 3 50 

r)irigere commissioni f> vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 




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Connecticut 

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